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Harper Walker

Harper in direzione

Racconto bdsm capo impiegataBDSM12 min di lettura

Un racconto di Harper Walker

Harper scopre che l'uomo del loft è il nuovo direttore del suo studio. Resta dopo l'orario. La porta dell'ufficio si chiude e il tono del lavoro non basta più.

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Il sesto piano dello studio era rimasto deserto prima del solito, in quella sera d’autunno in cui la pioggia fine copriva i vetri e Milano sotto di noi sembrava una mappa bagnata di fari gialli. I lampadari a sospensione restavano accesi a metà, un giallo basso che non arrivava agli angoli, e l’open space alle spalle della porta, la grande sala delle postazioni, era ormai un campo di schermi spenti e di sedie abbandonate. Harper Walker varcò la soglia dell’ufficio di direzione con la cartella dei riclassificati premuta contro il seno, i conti già ripartiti per il bilancio, venticinque anni e la stessa andatura lenta che teneva nei corridoi alle nove del mattino. La luce le prendeva il profilo e la linea netta del collo, e il modo in cui teneva la cartella come un peso ordinario, da consegnare e basta.

Durante il giorno ci eravamo evitati con una disciplina quasi comica: china sui fogli nella sala aperta, chiuso tra riunioni e telefonate, lo sguardo che non si incontrava neppure all’ascensore. L’avevo fatta chiamare dopo le otto e avevo ascoltato i passi nel corridoio prima ancora di vederla, quel ritmo misurato che conoscevo dalle riunioni e che adesso, a ufficio vuoto, suonava diverso. Il nastro nero le cingeva ancora il polso sinistro, lo stesso filo opaco della notte al loft, e quella vista mi strinse lo stomaco più di qualsiasi bilancio.

«I numeri del terzo», disse, e posò la cartella sulla scrivania di mogano come se il resto fosse già chiaro. «Sono a posto. Se ti serve altro.»

Le dita le restarono un attimo sulla copertina prima di scendere, e il segno nero comparve di nuovo, piccolo contro la pelle chiara.

La voce non era cambiata, restava quella piana delle riunioni, e il silenzio che lasciò dopo la frase mi costrinse a occuparlo.

«Chiudi la porta, Harper.»

Obbedì senza fretta e il clic della serratura tagliò il rumore lontano dei tram. Restò in piedi con le mani lungo i fianchi, la camicia bianca ancora abbottonata fino in alto e la gonna a tubino che le copriva le ginocchia, e respirava piano. Una goccia di pioggia le scivolava ancora lungo una ciocca sfuggita alla coda e si fermò sulla clavicola, sotto il colletto. La guardai dal lato della scrivania e capii che il tono del lavoro non sarebbe bastato, non con quel filo visibile ogni volta che alzava una mano.

«Vieni qui.»

Si avvicinò e i tacchi affondavano nel tappeto senza rumore, ogni passo che le faceva oscillare appena la gonna. Aveva l’odore pulito della pioggia presa in strada e, sotto, qualcosa di più caldo che riconoscevo. Quando fu a un passo le presi il mento e le alzai il viso. La pelle sotto il pollice era calda e liscia, e gli occhi chiari non fuggirono. Non chiese cosa volessi e non fece la commercialista: restò ferma, e quella calma mi fece salire il sangue più in fretta di qualsiasi preghiera.

«In ginocchio. Sotto.»


Si piegò con la stessa lentezza con cui apriva una pratica a video, come se inginocchiarsi sotto il mogano facesse parte della sera e non la spezzasse. Il tappeto le accolse le ginocchia. Dalla sedia la vedevo scomparire fino alle spalle, i capelli chiari raccolti in una coda bassa che le scopriva la nuca, e il mogano le faceva ombra sulla fronte. Da sopra restavano visibili soltanto la curva delle spalle e il movimento minuto con cui si accomodava, le ginocchia allineate, la schiena dritta come in riunione.

Le slacciai la cintura e la cerniera scese con un rumore piccolo, indecente in quella stanza fatta per i contratti. Il cazzo le urtò la guancia già duro, e Harper lo prese in mano senza alzare gli occhi, la palma calda, le dita sicure. Aprì la bocca, mi tirò dentro il capo con la lingua piatta sotto e strinse le labbra proprio dove faceva più male.

Un suono mi uscì basso quando il calore della bocca arrivò tutto insieme, umido e stretto, e per un secondo restai fermo a sentire soltanto quello. Le afferrai la coda e tenni ferma la testa mentre spingevo. Prese di più, la gola che si chiudeva e poi cedeva, saliva calda che le scendeva dal mento sul colletto bianco. Succhiva con una pazienza da ufficio, regolare, e ogni tanto alzava gli occhi come per controllare un saldo. Quella compostezza mi rendeva più brutale. Le tenni i capelli e le scopai la bocca con colpi corti, il pube contro il naso, e restò con le mani sui fianchi, le unghie che non graffiavano e tenevano soltanto, i pollici premuti sui pantaloni, fermi, senza spingere via.

Mi fermai a metà gola e restai così, il fiato corto, e le chiesi la cosa che mi bruciava da ore.

«Sei qui come commercialista, Harper, o come la donna del loft?»

Restò con la bocca piena. Poi si ritrasse appena, un filo di saliva ancora teso tra le labbra e il cazzo, e disse, con lo stesso registro dei numeri:

«Non lo so più, Lorenzo.»

Le labbra le rimasero aperte e gli occhi chiari alzati. Il nome, in quella stanza, mi arrivò come una mano in più. Le riaprii la bocca con il pollice e rientrai fino in fondo. Soffocò un verso e lo inghiottì, le palpebre umide, e continuò a succhiare come se la domanda fosse una voce di bilancio da chiudere. Le usai la gola finché le ginocchia mi tremarono, e il rumore era umido, irregolare. Teneva gli occhi aperti anche quando le lacrime le arrivavano all’angolo, e le mani sui fianchi non spingevano via, tenevano soltanto. Prima di venire la tirai via e un filo lucido le attraversò il mento. Respirava con la bocca aperta, le labbra rosse, e non si asciugò. Mi guardò da sotto la scrivania con un’attesa piana, come se il resto fosse ovvio, e toccò il nastro al polso senza sfilarlo.


La feci alzare. Aveva le ginocchia segnate dal tappeto e la camicia stropicciata, e restò un attimo a un palmo, il viso ancora basso, la bocca lucida. Le girai le spalle alla scrivania. Le sfilai la cintura dai passanti dei pantaloni e poi le presi i polsi, e li unii dietro la schiena. La pelle era calda e il nastro nero restava visibile sul sinistro, un contrasto opaco contro il cuoio. Strinsi, non troppo da far male, abbastanza da farle capire che non avrebbe usato le mani. Un respiro le alzò le spalle e non protestò. Piegò la schiena da sola, il petto sul mogano e la guancia contro i fogli del terzo trimestre. La gonna le salì sulle cosce quando le alzai il bordo, e le mutandine erano già scure in mezzo. Gliele tirai giù fino alle ginocchia e le lasciai lì, un ostacolo piccolo che le teneva le gambe ravvicinate.

«Così», dissi, e le aprii i glutei con i palmi.

Restò esposta, il respiro che le alzava i fianchi a piccoli colpi. La pelle delle cosce era fredda ai lati e calda in mezzo, e un suono le uscì dal naso, basso, di assenso. La figa era lucida, calda, già pronta. Le passai il capo su e giù senza entrare, e spinse indietro le anche con un movimento corto, paziente. Entrai d’un colpo e un suono le uscì chiuso tra i denti, non un lamento da ufficio, qualcosa di più basso. Restai fermo fino in fondo, le palle contro la pelle bagnata, e sentii le pareti che mi stringevano a ondate. Quel calore mi prese tutto, e per qualche secondo non riuscii a muovermi. Le tenni i polsi legati e cominciai a scoparla con colpi lunghi, la scrivania che scricchiolava, i fogli che scivolavano verso il bordo. Ogni spinta le schiacciava il bacino contro il legno. Teneva gli occhi aperti. Lo vidi di lato: lo sguardo fisso sul vetro bagnato, la bocca socchiusa, e quella voce uguale quando parlò.

«Più forte va bene.»

Le dita, dietro la schiena, si chiusero a pugno e si riaprirono. Aveva concesso la cosa troppo in fretta, e il silenzio dopo mi costrinse a occuparlo con il corpo. Le afferrai l’anca libera e accelerai. Il cazzo usciva lucido e rientrava con un suono umido che la stanza non era fatta per contenere. Le mutandine tese tra le ginocchia le impedivano di allargarsi, e quella strettezza mi mandava fuori di testa. Le piegai di più, il petto piatto sui riclassificati, e le parlai all’orecchio mentre la prendevo.

«Questa porta chiusa non mi basta.»

Non rispose subito. Un gemito le ruppe il fiato, poi la stessa misura, un filo più bassa.

«Lo so.»

Il vetro batteva la pioggia a piccoli colpi. Le presi i capelli e le alzai la testa abbastanza da vederle la bocca. Poi la riaffondai sui fogli e ripresi il ritmo, più fondo, senza chiedere altro.


La scopai così finché le cosce le tremarono. Le lasciai i polsi nella cintura e le slacciai la camicia da dietro. I bottoni saltarono a uno a uno e le spinsi il reggiseno sotto i seni. I seni le restarono schiacciati sul legno, il tessuto arrotolato sotto, e la pelle aveva ancora il segno delle cuciture. Le presi un capezzolo tra due dita e lo strinsi a tempo con le spinte. Harper si contrasse intorno al cazzo con una forza che mi fece chiudere gli occhi. Veniva senza alzare la voce, un fremito lungo, la figa che mi mungeva a scatti, il respiro rotto contro la carta. La tenni lì, fermo in fondo, e aspettai che l’onda le passasse. Il corpo le restò teso un poco oltre il necessario, poi si afflosciò sul legno con un respiro lungo, umido contro i fogli. Quando l’onda le fu passata ripresi, più lento e più fondo, ogni colpo che le spingeva in su, in fondo al ventre.

«Ancora», mormorò, e non era una voce nuova. Era la stessa, soltanto più vicina ai denti.

Le anche tornarono indietro a cercarmi, un movimento corto, lo stesso di prima. Le slegai un polso quanto bastava per farle arrivare la mano tra le gambe. Le dita trovarono il clitoride e lo strofinarono con quella precisione da numeri, cerchi piccoli, ed entrai e uscii guardando il nastro nero che le restava al polso legato. Il contrasto mi fece salire la sborra in fretta. Le presi i fianchi a due mani e la scopai dura, il legno che batteva il ritmo, e quando venni le restai dentro fino all’ultima scarica, caldo, a ondate, riempiendola mentre si contraeva di nuovo, più breve, un verso basso che morì contro i fogli. Il polso libero le restò tra le gambe, le dita ferme, bagnate, e non le mosse finché non ebbi finito.

Restammo così. Il cazzo pulsava ancora. Teneva gli occhi chiusi, la bocca aperta sul mogano, e un filo di me le scendeva già lungo la coscia interna. Le sfilai la cintura dai polsi con cura e i segni erano rosa, nient’altro. Le massaggiai la pelle e le baciai la spalla nuda, il sapore di pioggia e di ufficio. Non si mosse. Respirava, e quella compostezza adesso aveva un tremore sotto, come se la tenerezza fosse la parte che non sapeva dove mettere.


La raddrizzai piano. Le mutandine le caddero alle caviglie e le feci fare un passo fuori. Dalla credenza presi l’acqua e un fazzoletto pulito. Mi inginocchiai io, questa volta, e le pulii le cosce con gesti lenti, il cotone che raccoglieva la sborra calda e l’umido mescolati. Quando il cotone le toccò la pelle interna inspirò e non disse niente. Mi guardò da sopra, i seni ancora fuori dalla camicia aperta, e non distolse gli occhi. Quando il fazzoletto le passò sulla figa, ancora gonfia, un brivido le attraversò la pancia. Continuai finché la pelle fu soltanto umida, poi le baciai lì, una volta, la lingua piatta sul clitoride, abbastanza da farle piegare un ginocchio. Un suono le uscì, piccolo, e non cambiò registro: restò quella voce piana anche nel respiro.

La portai al divano basso sotto la vetrata, dove fuori i tetti luccicavano. La feci sedere e le richiusi la camicia senza abbottonarla, un gesto da coprire più che da nascondere, poi mi misi accanto. Le tenni una gamba sulle mie, il palmo fermo sulla coscia nuda, e per un po’ non parlai. Il riscaldamento soffiava basso. Posò la testa contro la spalla, poi la staccò, come se quel peso fosse troppo intimo per la stanza. Le ripresi la nuca e la tenni lì, e accettò. Il nastro le restava al polso, un po’ storto dopo la cintura, e lo lisciai con il pollice senza sfilarlo. Il peso della testa alla fine restò. Il riscaldamento le scaldava le gambe scoperte, e per qualche minuto non successe niente altro, soltanto il palmo sulla coscia e il filo opaco sotto il pollice.

«Ti notavo già prima», dissi. «Nelle riunioni. Il modo in cui lasciavi i silenzi. Non è cominciato al loft.»

Restò quieta un momento. Poi, con quella facilità che concedeva il punto e ti obbligava a restare:

«Lo so. Anch’io.»

La mano le scese sul petto, sotto la camicia, e le accarezzai un seno con il palmo, lento, senza riprendere il ritmo di prima. Il capezzolo si indurì di nuovo. Chiuse gli occhi e tenne la voce uguale, un filo di fiato soltanto, e quella uguaglianza mi strinse più di qualsiasi grido. La tenerezza in quell’ufficio le toglieva qualcosa, lo sentivo nella rigidità piccola della spalla, e nello stesso tempo si lasciava tenere. Le baciai i capelli. Sapevano di pioggia e di carta.

«Non mi basta il segreto di una porta chiusa, Harper. Voglio un fine settimana intero.»


Aprì gli occhi. Il vetro le restituiva il viso a metà, le labbra ancora gonfie, la camicia aperta sul petto. Non si tirò indietro. Le dita giocherellarono con il nastro, un giro, due, senza slacciarlo, e quando parlò fu con le frasi corte di sempre, il resto lasciato in aria come se fosse evidente.

«Va bene. Un fine settimana.»

La pausa dopo fu lunga. La occupai io, perché quello era il gioco e anche la cosa seria. Presi il telefono dalla tasca e aprii la pagina dell’albergo che avevo già in mente, una suite in centro, due notti, l’arrivo il venerdì. Prenotai mentre guardava lo schermo, la gamba ancora sulle mie, il segno nero ben visibile ogni volta che la mano si muoveva. Guardava lo schermo come guardava un foglio di lavoro, senza commentare la camera, senza chiedere il nome dell’albergo. Confermai e arrivò la mail. Lesse la data sulle spalle e annuì, un cenno piccolo, e per un attimo sembrò sul punto di aggiungere altro, una cosa che le stava dietro i denti. Il respiro le si fermò un secondo in gola. Poi lo lasciò andare. Non la disse. Restò con la bocca chiusa e lo sguardo sul polso, sul filo che non aveva sfilato, e vidi soltanto quello: il nastro, la prenotazione, il silenzio che teneva stretto come i numeri.

Fuori la pioggia aveva ripreso. L’ufficio odorava di legno, di sesso, di riscaldamento. Si abbottonò due bottoni, non tutti, e restò sul divano con la cartella ormai in terra, i riclassificati sparsi, e quella stanza non era più soltanto la stanza in cui si firmavano i contratti. Lo capii dal modo in cui mi guardò, calma, senza cambiare voce, e dal modo in cui il nastro le restava al polso mentre la luce gialla di Milano le tagliava il viso.