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Leila Omar

Leila nell'ufficio del capo

Racconto di sesso con il capoUfficio12 min di lettura

Un racconto di Leila Omar

Leila Omar resta dopo orario nell'ufficio del titolare a Milano. Davide ha visto i suoi video e i suoi disegni e non dice quale dei due ha fatto chiudere la porta. Sulla scrivania non si parla più di tavole.

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L’ufficio restava acceso quando il resto dello studio, al sesto piano su una traversa di Porta Venezia, si era già svuotato. Leila Omar aveva steso le tavole del palazzo misto sul legno scuro della scrivania, fogli grandi dove il tessuto vecchio doveva accogliere la struttura nuova, e a ventun anni parlava del cortile come di una cosa già abitata. La luce di aprile, ancora alta oltre le otto, tagliava la stanza in una striscia chiara e lasciava in ombra i bordi dei disegni. Avevo visto i video in cui compariva e i fogli in cui quella stessa apertura del viso diventava una pianta, un vano, un passaggio. A quarantatré anni sapevo distinguere un talento da una recita, e quella sera non ho detto quale dei due mi aveva fatto alzare e girare la chiave nella porta.

«Se guardi la sezione del piano terra, Davide, capisci dove voglio che la gente si fermi», ha detto, e le frasi le correvano avanti come se il palazzo fosse già in piedi, con i passi veri sul cotto e le voci nel cortile. Il vestito le cadeva sulle ginocchia, una cosa leggera da primavera, e quando si è piegata sul foglio il tessuto le ha scoperto la linea della schiena, liscia, tesa sul legno.

«Stasera non si parla più di tavole.»

Si è raddrizzata e mi ha guardato senza abbassare gli occhi, e nella stanza è rimasto solo il ronzio basso dell’aria.

«Allora cosa occupa questo tavolo, se le tavole no?»

Ho messo una mano sul legno, accanto al polso, abbastanza vicina da sentire il calore senza ancora prenderlo.

«Tu. Alzati il vestito.»

Ha respirato una volta, lenta. Poi ha preso il bordo con tutte e due le mani e se lo è tirato su fino alla vita, e ha tenuto il tessuto lì, in attesa, le nocche bianche sul cotone.


Non portava niente sotto. La figa le stava scura, appena aperta dalla posizione, e la lampada le luccicava sull’interno delle cosce. Le ho afferrato un polso e l’ho fatta sedere sul bordo della scrivania. I fogli sono scivolati da un lato, alcuni piegandosi contro il legno, e le ho aperto le ginocchia con i palmi. Il calore le saliva già dalla pelle prima ancora del contatto vero.

«Davide.»

Il nome è uscito basso, quasi una prova. Le ho passato il pollice sulla fessura e l’ho trovata umida, calda, pronta in un modo che i disegni non spiegavano. Le ho messo un dito dentro, poi un secondo, e le pareti interne le si sono strette intorno con una lentezza che non aveva niente della voce chiara di prima. Ha appoggiato una mano sulla spalla e si è spinta contro le dita, cercando la pressione, e ho piegato i polpastrelli in su finché un suono le è uscito dalla bocca, piccolo, irriconoscibile.

Le ho strofinato il clitoride con il pollice mentre le dita le andavano dentro e fuori, lente all’inizio, poi più profonde, e a ogni passaggio si è aperta un poco di più. La schiena le si è inarcata e il vestito le è rimasto arrotolato sopra la vita, il seno ancora coperta. Un terzo dito le ha chiesto spazio e lei lo ha dato, le gambe più larghe, il culo che scivolava sul legno lucidato. La figa le faceva un rumore bagnato a ogni spinta, osceno in quell’ufficio silenzioso, e ho sentito le pareti contrarsi come se volesse tenermi lì.

Le ho piegato la testa all’indietro afferrandole i capelli, per vederle la gola, e ha aperto la bocca senza parlare, gli occhi ancora su di me.

«Ancora», ha detto, e la voce le tremava da un’altra parte del corpo.

L’ho scoperta un poco di più. Le ho sfilato le spalline e le ho tirato giù il vestito sul seno. I capezzoli le si erano induriti, scuri contro la pelle, e le ho preso una tetta in palmo mentre le dita continuavano a fotterla, il ritmo ormai trovato. Si è morsa il labbro e ha seguito il movimento con il bacino, senza vergogna. Le ho accostato la bocca a un capezzolo e l’ho succhiato, e le dita le sono andate fino in fondo, il palmo premuto contro la figa bagnata. Ha preso fiato a scatti e mi ha stretto la nuca, non per fermarmi, per tenermi lì, le unghie leggere contro la pelle.

«Se continui così non resto seduta», ha detto, e c’era il gioco nella frase. «Dimmi dove mi vuoi.»

Le ho sfilato le dita. Erano lucide, e gliele ho accostate alle labbra. Le ha succhiate senza che glielo chiedessi, lo sguardo su di me, e il cazzo mi premeva contro i pantaloni in un modo che non potevo più ignorare.


«In ginocchio. Sotto.»

Si è lasciata scivolare dalla scrivania ed è scesa, il vestito ancora raccolto intorno alla vita, e si è inginocchiata tra le mie gambe mentre mi sedevo, le ginocchia sul pavimento dell’ufficio, il legno della scrivania sopra la testa. Le ho slacciato la cintura, le ho aperto i pantaloni e le ho tirato giù i boxer, e il cazzo le è venuto fuori pesante, già gocciolante. Me lo ha preso in mano con una naturalezza che mi ha stretto lo stomaco, e si è chinata e me lo ha messo in bocca fino a metà, calda, umida, e ha succhiato con una lentezza che non era incertezza, piuttosto una misura.

Le ho raccolto i capelli, non per spingere ancora, per sentire il movimento, il salire e lo scendere. La lingua le girava intorno alla testa, poi scendeva lungo la vena, e quando ha preso di più la gola le ha fatto un suono basso, un conato tenuto a bada, e ha insistito comunque. Gli occhi le erano umidi. Il sorriso di prima non c’era più; al suo posto c’era una fame che non copriva niente.

«Guarda in su.»

Ha obbedito con la bocca piena. Le ho accarezzato la guancia con il pollice mentre le andavo più in fondo, e ha aperto di più, le labbra tese, la saliva che le scendeva sul mento e le luccicava al collo. Le ho sentito la gola chiudersi e aprirsi, e ho spinto ancora, lento, fino a fermarmi contro il fondo. Ha tenuto. Le unghie le si sono piantate sulla coscia, non per allontanarmi, per restare. Quando le ho lasciato riprendere fiato, un filo le collegava il labbro al cazzo, e ha detto, con la voce roca, senza alzarsi:

«Lo vuoi tutta, o me lo lasci anche in mano?»

«Tutta. E piano. Voglio vederti.»

Ha ripreso. Una mano le teneva la base, l’altra le palle, e la bocca saliva e scendeva con un ritmo che mi toglieva il pensiero. Ogni tanto si staccava, leccava lungo la vena, mi guardava, e poi si riaffondava. Il legno della scrivania le stava sopra la testa, le tavole ancora sparse. Le ho spinto un poco la testa, e ha gemuto intorno al cazzo, e il suono mi è arrivato dritto in fondo alla schiena.

«Basta. Altrimenti finisco adesso.»

Si è staccata, le labbra rosse, e si è passata il dorso della mano sulla bocca. Era in ginocchio ancora, il vestito tirato su, la figa visibile tra le cosce aperte, lucida sotto la lampada, e non ha chiesto se doveva alzarsi. Ha aspettato che lo dicessi io, il respiro corto, gli occhi ancora su di me.


«Alzati. Girati. Mani sul tavolo.»

Si è alzata con le ginocchia un poco incerte e si è piegata sulla scrivania, le mani aperte sui fogli, il culo verso di me, la schiena che tornava a quella linea tesa sul legno. Le ho alzato ancora il vestito sulla schiena e le ho aperto le natiche con i palmi. La figa le stava gonfia, lucida, e le ho passato il cazzo in mezzo senza entrare, una, due volte, strisciando, finché ha spinto indietro lei, cercando.

«Dentro», ha detto. «Non restare lì.»

L’ho presa da dietro in una spinta sola, fino in fondo, e un suono le è uscito dalla gola, alto, e le unghie le hanno stropicciato una tavola, il carboncino che si sfarinava sotto i palmi. Era stretta e bagnata e mi ha stretto intorno. Le ho afferrato i fianchi e ho cominciato a scoparla, profonde, il bacino che le batteva contro il culo, e ogni spinta le faceva avanzare il petto sui fogli. La scrivania ha cigolato.

«Più forte.»

L’ho accontentata. Le ho preso i capelli in un pugno e le ho tirato la testa indietro, e l’ho fottuta così, la schiena inarcata, il viso di lato, la bocca aperta su una tavola che non guardava più. La figa le schioccava a ogni colpo e lei lo assecondava, spingendo indietro, prendendo tutto, i piedi che cercavano appoggio sul pavimento. Le ho dato uno schiaffo sul culo, non per segnare, per sentire, e ha riso un attimo, un filo di voce, e ha detto:

«Ancora quello, se ti piace la faccia che faccio.»

Glielo ho dato. La pelle le si è fatta rosa sotto il palmo. L’ho scopata più in fondo, le ho cambiato l’angolo, e ho trovato il punto che le ha fatto perdere il filo delle parole. Ha smesso di parlare. Restavano i suoni, bassi, spezzati, e le mani che cercavano un appiglio tra i fogli. Le ho allungato un braccio sotto il ventre e le ho trovato il clitoride, e l’ho strofinato in tempo con le spinte, e le gambe le hanno tremato contro il bordo del tavolo.

«Non ancora», ho detto all’orecchio, abbastanza vicino da sentirle il fiato. «Ti voglio sulla poltrona.»

L’ho sfilata da me. Si è retta un attimo al legno, il fiato corto, e si è girata. Gli occhi le erano lucidi, la bocca umida, e ha fatto un passo verso la poltrona di pelle dietro la scrivania senza che glielo ripetessi.


Si è seduta a gambe aperte, il vestito un anello di stoffa intorno alla vita, e mi ha guardato mentre mi toglievo la camicia. Quando mi sono avvicinato ha preso il cazzo in mano e me lo è accostato alla figa, e si è spinta in giù da sola, fino a sedermisi tutta addosso, lenta e decisa. Un gemito le è venuto dal petto, più basso di quelli di prima. Le ho afferrato i fianchi e l’ho fatta alzare e ridiscendere, lenta all’inizio, poi più dura, e le tette le saltavano a ogni caduta, il seno ormai libero, i capezzoli ancora scuri. Le ho prese in mano, le ho succhiato un capezzolo, poi l’altro, e lei mi teneva la testa lì, i capelli fra le dita, il bacino che non smetteva.

«Così mi riempi», ha detto. «Dimmi se è questo che volevi quando hai chiuso.»

«È questo.»

L’ho fatta saltare più forte, il cazzo che le usciva e le rientrava lucido, e la poltrona ha scricchiolato sotto di noi. Si è piegata in avanti, la fronte contro la mia, e mi ha baciato per la prima volta, una bocca aperta, la lingua che cercava, e sapeva di saliva e di figa. Le ho morso il labbro. Ha gemuto in bocca e si è stretta intorno, e ho sentito che era vicina.

«Guarda», ho detto.

Ha aperto gli occhi. L’ho tenuta ferma in fondo, il clitoride premuto contro il pube, e ho mosso solo il bacino, piccoli colpi duri, e lei ha cominciato a venire così, a scatti, la figa che mi pulsava intorno, un suono rotto che ha cercato di tenere basso e non ce l’ha fatta. L’ho tenuta attraverso tutta l’onda, le braccia intorno, e quando le è passato qualcosa sulle ciglia l’ho baciata di nuovo, più piano, e ha riso contro la bocca, un riso stanco e vivo, il fiato ancora corto.

«Non ho finito», ha detto. «Tu no, almeno.»

«In piedi. Contro il vetro.»


L’ho alzata dalla poltrona e l’ho portata alla vetrata. Sotto, la traversa era quasi vuota, i palazzi di fronte con le finestre accese, e l’ho girata verso il vetro e l’ho presa da dietro di nuovo, una spinta che le ha fatto appoggiare i palmi sul vetro, le dita spalancate sul freddo. L’ho scopata in piedi, una mano sul ventre, l’altra su una tetta, e lei spingeva indietro e guardava fuori, e la figa le era ancora stretta dopo l’orgasmo, sensibile, e ogni colpo le strappava un suono, più acuto, più corto.

«Davide, così mi fai venire un’altra volta.»

«Vieni.»

Le ho trovato di nuovo il clitoride e l’ho strofinato, sodo, e l’ho fottuta più veloce, il rumore della pelle contro la pelle, e lei è venuta una seconda volta con le gambe che le hanno ceduto, e l’ho tenuta su, il cazzo ancora dentro, finché i tremiti le si sono allargati e il vetro le è rimasto umido sotto i palmi. Allora l’ho sfilata, l’ho girata, e l’ho fatta scendere in ginocchio, la schiena al vetro, Milano alle spalle. Me lo ha preso in bocca da sola, succhiando in fretta, disordinata, e le ho chiuso i capelli nel pugno e le sono venuto così, in gola, a ondate, e ha inghiottito quello che ha potuto, il resto che le usciva dall’angolo delle labbra e le scendeva sul mento.

L’ho tirato fuori. Le ultime sborrate le ho mandate sul petto, bianche, calde, sui capezzoli e sul vestito tirato giù, una macchia che il cotone ha preso subito. Si è lasciata fare, la bocca aperta, gli occhi su di me, e si è passata due dita sulla sborra e se le è messe in bocca, guardandomi, e ha detto:

«Adesso il tavolo è occupato. Cosa ci mettiamo dopo?»

L’ho aiutata ad alzarsi. Le ho tirato giù il vestito. Lo sperma le restava visibile sul collo del tessuto e tra le tette, e non l’ho pulita. Ci siamo rivestiti in silenzio; lei rideva ancora un poco, bassa, e io le ho sistemato una spallina che era scesa, il dito sul cotone macchiato. Sulla scrivania le tavole erano stropicciate, il carboncino sparso. Non le ho riordinate.


Nel cassetto della scrivania c’era l’anello. L’ho ripreso e me lo sono rimesso all’anulare, e ho tenuto la mano un attimo sollevata, abbastanza perché lo vedesse. Ha guardato l’oro e poi il viso, e ha chiesto:

«E adesso cosa ci sta, in mezzo a questo?»

«Il palazzo. Ti ci mando. Con un collega. Andate a vedere il cantiere insieme, il vecchio e il nuovo, e mi riporti cosa tiene.»

Ha annuito. Si è passata le dita tra i capelli, e lo sperma sul petto le restava, una traccia lucida che il vestito non copriva del tutto. L’ho accompagnata fuori. La luce del piano era quella fredda delle nove passate. Un uomo con il carrello delle pulizie è uscito dall’ufficio accanto, ha alzato gli occhi, l’ha vista, e ha abbassato lo sguardo sul secchio, sulle stracce. Lei è passata comunque, la schiena dritta, e ha premuto il bottone dell’ascensore.

Prima che le porte si chiudessero l’ho richiamata, e si è girata.

«Leila. Quando non gira nessuna camera, cosa ci metti dentro?»

Ha tenuto lo sguardo. Non ha risposto subito. L’ascensore ha suonato, le porte si sono aperte, e lei è rimasta un attimo sul bordo, il vestito macchiato, le tavole che non aveva ripreso, e quella domanda le è restata addosso mentre le porte le si chiudevano in faccia e restavo nel corridoio a guardare il metallo chiuso, il ronzio che se ne andava giù, piano dopo piano, verso la traversa già vuota.