Vai al contenuto
1000girls logo
Luna Martinez

Luna nell'ufficio del capo

Romanzo erotico capo ufficioRomantico11 min di lettura

Un racconto di Luna Martinez

Luna deve firmare l'esclusiva sulla scrivania del direttore dell'agenzia. Stefano la tiene lì dopo l'orario. Può prendere il contratto o prendersi lui, e non uscirà senza aver detto la verità.

1,8K letture455 mi piace

La pioggia batteva sui vetri alti dell’agenzia con una costanza ostinata, e Milano d’inverno sembrava voler entrare a forza nell’ufficio che avevo tenuto acceso dopo l’orario. Io restavo in piedi dietro la scrivania, le maniche rimboccate, il contratto di esclusiva steso tra noi due come una superficie bianca che pesava più del legno. Luna Martinez aveva ventitré anni e la giacca ancora umida sulle spalle, i capelli scuri raccolti in fretta, le dita ferme sul bordo del tavolo. L’avevo chiesta di restare quando le altre se n’erano andate, e lei era rimasta, perché sapeva che quella carta le chiedeva un anno intero del viso e del nome. Firmare l’avrebbe legata a me e all’agenzia. Non firmare l’avrebbe lasciata senza rete, dopo che io le avevo già messo addosso campagne, aspettative, e lo sguardo di chi crede di possedere ciò che paga.

Lei alzò gli occhi e mi tenne lo sguardo senza sorridere ancora. La luce fredda del lampadario le tagliava la guancia e io sentivo il sangue battermi nelle tempie, come se il silenzio fosse già una forma di contatto.

«Hai tenuto la porta chiusa per la firma o per me?» chiese, e la voce le uscì chiara, quasi giocosa, come se la domanda fosse una presa in giro e non la cosa più seria della serata. Poi restò zitta un attimo, e aggiunse che voleva una risposta vera, non quella del direttore. Io sentii il calore salirle dal collo mentre la guardavo, e capii che non sarei uscito da quella stanza senza averla sentita dire la verità. Il riscaldamento ronzava basso. Fuori, i lampioni facevano luccicare l’acqua sui marciapiedi. Dentro, il silenzio aveva il sapore di una decisione che nessuno dei due voleva prendere per primo.

«Per tutte e due le cose», dissi, e la mia voce mi sembrò più bassa di quanto volessi. «Il contratto sta lì. Puoi prenderlo. Puoi anche andartene. Non ti lascerò uscire però senza che tu mi dica cosa stai facendo della tua vita, Luna.»

Lei piegò la testa di lato e per un attimo vidi quella stessa luce che usava quando voleva capire se avevo colto il tono o solo il suono. Non spiegò nulla della sua città, non offrì l’origine come un souvenir da mettere in vetrina. Guardò la penna, poi me, e non la toccò. Disse, quasi per sé, che non aveva ancora risposto nemmeno ad Alessandro, a quella frase lasciata a metà, e io non chiesi altro.


Lei spinse il foglio verso di me con due dita, senza firmarlo, e la carta scivolò sul vetro della scrivania fino a fermarsi contro il fermacarte. Restammo così, vicini quanto basta perché io sentissi il profumo umido del suo cappotto e lei il calore che mi saliva dal petto. Non sarebbe stata un volto da possedere, disse, e lo disse guardandomi dritto, con una calma che mi fece male perché era vera. Io avrei voluto risponderle da direttore, da uomo che tiene i contratti e i calendari, e invece le presi il polso e sentii il battito accelerarle sotto la pelle.

«Allora vattene», mormorai, e non lo pensavo. «O resta e dimmi la verità con il corpo, se la bocca non ti basta.»

Luna non si tirò indietro. Mi venne incontro intorno al tavolo, mi aprì la cintura con una decisione che non chiese permesso, e mi calò la cerniera mentre io restavo in piedi, le mani già nei suoi capelli, il respiro spezzato. Il cazzo mi saltò fuori già duro, pesante, e lei lo guardò un attimo come se volesse imprimerselo, poi si inginocchiò sotto la scrivania, nel vano dove di giorno tenevo le ginocchia e i dossier. La testa le scomparve dal mio campo visivo e sentii prima il respiro caldo, poi la lingua, poi le labbra che mi presero il glande con una lentezza crudele. La succhiò tutta, fino in fondo, e io dovetti appoggiare i palmi sul vetro per non piegarmi. La bocca di Luna era calda e umida e precisa, e ogni volta che saliva mi lasciava il cazzo lucido di saliva, ogni volta che scendeva mi prendeva la gola come se avesse deciso di non darmi tregua.

«Cazzo, Luna», dissi, e la voce mi uscì rotta. Lei fece un suono basso intorno alla mia carne, un suono che mi vibrò fino alla schiena, e accelerò. La sentivo bagnarsi la bocca, sentivo le mani aggrapparmi alle cosce, sentivo che sotto quella sottomissione c’era una scelta, e la scelta era sua. Io tenevo i capelli raccolti nel pugno, non per guidarla, per non perdermi. Lei mi succhiava come se il contratto non esistesse, come se l’unico documento fosse la mia erezione in gola, e io la guardavo dal bordo del tavolo, il viso che appariva e spariva, gli occhi umidi alzati verso di me ogni tanto, e ogni volta che mi guardava io sentivo che stava vincendo lei.

Quando stavo per venire le dissi di fermarsi, e lei obbedì solo dopo un ultimo colpo di lingua, lento, che mi strappò un gemito che non volevo far sentire a nessuno. Si rialzò con le labbra lucide e un filo di saliva ancora teso, e io la presi per i fianchi e la baciai con il sapore di me stesso in bocca, spingendola contro il bordo della scrivania finché il vetro le batté contro le natiche.


La poltrona del direttore era larga, di pelle scura, e lei mi ci spinse seduto con una mano sul petto, come se l’ufficio fosse diventato suo. Si alzò la gonna, si calò la biancheria lungo le cosce e me la lasciò agli stivali, poi mi scavalcò. La figa ce l’aveva già gonfia e lucida, e quando si abbassò sul cazzo lo prese tutto in una sola discesa, con un suono bagnato che riempì la stanza. Restò ferma un attimo, gli occhi chiusi, le mani sulle mie spalle, e io le sentii le pareti stringermi, calde, strette, vive.

«Non firmo», disse, e la voce le tremò solo per il piacere, non per il dubbio. «Non sarò un volto da mettere in un cassetto per un anno. Parto.»

Io le afferrai i fianchi e la sollevai un poco, poi la riaffondai su di me, e lei gemette con la testa all’indietro. La montava lei, con un ritmo che partiva lento e diventava irriconoscibile, le tette che le ballavano sotto la camicetta ancora abbottonata a metà, i capezzoli duri che io le scoprii con i denti mentre lei si muoveva. Ogni volta che scendeva io le sentivo il peso, il calore, il modo in cui si prendeva ciò che voleva da un uomo che in teoria le pagava la faccia. Il conflitto le stava scritto addosso: il corpo le chiedeva di restare inchiodata al mio cazzo, e la testa le diceva che proprio questo confermava la merce. Io glielo vidi negli occhi, quella crepa, e non la usai contro di lei. La tenni, la spinsi più a fondo, le succhiai il collo finché lei non mi afferrò i capelli.

«Guardami», le dissi. «Se parti, parti sapendo che ti sto scopando io, non il contratto.»

Lei rise, breve, e quella risata mi arrivò dritta nello stomaco perché era calda e ferita insieme. Poi si piegò sul mio orecchio e mi disse che lo sapeva, che lo voleva comunque, che il fatto che lo volesse la spaventava più della carta bianca sul tavolo. Continuò a montarmi, più dura, i muscoli delle cosce tesi, la figa che mi succhiava a ogni salita, e io le tenevo il culo aperto con le mani per sentirla meglio, per vederla ingoiare il cazzo fino in fondo. La pelle della poltrona scricchiolava. Fuori qualcuno forse camminava ancora nei corridoi vuoti, e l’idea che potessero sentirla gemere mi fece diventare ancora più duro dentro di lei.


La sollevai di peso e la stesi sul tavolo, sul vetro freddo, accanto al contratto che nessuno aveva firmato. Le alzai le gambe, le aprii le ginocchia, e la scopai durissimo, con spinte che le facevano battere le spalle contro i faldoni. Le tenevo i capelli in un pugno, il viso voltato di lato, la bocca aperta contro il legno, e ogni colpo le usciva in un suono rotto che io sentivo addosso come una confessione. La figa le schiumava intorno al cazzo, bagnata in un modo che mi faceva impazzire, e io la guardavo prendersi tutto, le unghie aggrappate al bordo, gli occhi lucidi, il corpo che non fuggiva.

«Dillo ancora», chiesi, piegato su di lei, il respiro caldo sul suo orecchio. «Dillo mentre ti scopo.»

«Me ne vado», fece lei, e la frase le uscì spezzata da una spinta che le arrivò in fondo. «Me ne vado dall’Italia. Non resto a farmi possedere da una firma.»

Io non rallentai. La presi più forte, le tenni i capelli, le succhiai la spalla sopra il tessuto della camicetta, e sentii il piacere salirmi dalle palle con una violenza che non riuscii a trattenere. Glielo dissi, che stavo per venire, e lei allargò di più le gambe, come se volesse vedermi perdermi. Uscii da lei all’ultimo e le sborrai sulla figa, getti caldi e spessi che le coprirono le labbra gonfie, il clitoride, l’interno delle cosce. Restai a guardarla così, distesa sul mio tavolo, il seme che le colava verso il culo, il contratto a un palmo dalla sua spalla, intatto, bianco, inutile. Lei respirava a scatti e non chiuse le gambe. Mi guardò da sotto, con una tenerezza sporca che mi fece male più del rifiuto, e mi tese una mano.

La presi. Le pulii un filo di sborra con il pollice e glielo portai alle labbra, e lei lo succhiò senza distogliere gli occhi. In quell’istante capii che avrei potuto tenerla lì tutta la notte, e che tenerla sarebbe stata un’altra forma di contratto, più sporca e più vera, e che lei lo sapeva.


La girai a pancia in giù sul tavolo, le alzai i fianchi, e rientrai in quella figa ancora piena del mio seme, scivolosa, calda, aperta. Lei gemette contro il vetro, le mani spalmate, e io la presi di nuovo, più fondo, con un ritmo che non le dava il tempo di riprendersi. Le tenevo i capelli e un fianco, e ogni spinta le faceva battere il bacino contro il bordo. Volevo sentirla venire dicendo la verità, volevo che il corpo le confermasse ciò che la bocca aveva già scelto, e lei mi diede entrambe le cose. Si stretse intorno al cazzo con una forza che mi fece chiudere gli occhi, le cosce che le tremavano, la voce che le salì alta e rotta.

«Me ne vado dall’Italia», disse, e venne così, con quella frase, il corpo scosso da un orgasmo lungo che le inarcò la schiena e le bagnò ancora di più le mie palle. Io continuai a scoparla mentre lei veniva, sentendola pulsare, sentendola piangere un suono che non era dolore, e quando il suo piacere scese la tenni ancora dentro, fermo, il petto contro la sua schiena, il respiro di tutti e due che riempiva l’ufficio come se non ci fosse altra stanza al mondo.

Restammo così. Io le baciai la nuca, i capelli umidi di sforzo, e lei non si spostò. Il vetro le aveva lasciato un segno rosso sulla guancia e io glielo sfiorai con le dita, scusandomi senza parole per la durezza, non per il fatto. Lei voltò appena la faccia e mi disse che l’aveva voluta, quella durezza, che l’aveva chiesta col corpo prima ancora di scendere in ginocchio. Io le credetti, e mi pesò crederle, perché significava che ciò che ci eravamo presi non cancellava la merce: la rendeva solo più complicata.

«Stefano», fece, e il mio nome in quella bocca, detto una volta sola, mi arrivò più intimo di qualunque spinta. «Non fermarmi. Se mi fermi adesso, firmo per paura, e io non firmo per paura.»

Annuii contro la sua pelle. Le sistemai la gonna, le pulii le cosce con il fazzoletto che tenevo nel cassetto, un gesto ridicolo e tenero che lei accettò senza ridere. Il contratto restò dove l’aveva spinto, senza una firma, senza una data, una pagina che non avrebbe protetto nessuno dei due.


Ci vestimmo in silenzio, ma non era un silenzio vuoto. Lei mi abbottonò la camicia storto e io gliela lasciai così. Io le sistemai il cappotto sulle spalle e sentii che tremava ancora, non di freddo, di ciò che aveva deciso. Le chiesi se aveva fame, se voleva un caffè al bancone di sotto, se voleva che la riportassi a casa in taxi, e lei scosse la testa con un sorriso piccolo, stanco, vero.

«Ho già dato la risposta al corpo», disse. «Adesso manca solo quella che si compra in biglietteria.»

Uscimmo insieme. I corridoi dell’agenzia puzzavano di moquette e di inverno, e la porta a vetri si chiuse alle nostre spalle con un suono troppo normale per ciò che era successo sulla mia scrivania. In strada la pioggia era diventata una neve fine, quasi infastidita di esistere. Lei camminava accanto a me senza prendermi il braccio, e io non glielo offrii, perché offrirglielo sarebbe stato un altro modo di trattenerla. Davanti alla stazione comprò il biglietto del treno di notte sul telefono, con le dita ancora un po’ incerte, e io vidi lo schermo illuminarle il viso: aeroporto, partenza tarda, un sedile vicino al finestrino.

Non la fermai. Avrei potuto dirle che l’agenzia le avrebbe trovato un altro modo, che l’esclusiva poteva aspettare, che io non ero solo il direttore. Non lo dissi, perché lei mi aveva chiesto la verità, e la verità era che se avessi parlato in quel momento l’avrei parlata da uomo che ha paura di perdere ciò che non gli appartiene. La accompagnai fino alla banchina, sotto le luci gialle, tra valigie e cappotti e il fiato bianco della gente che aspetta. Lei si voltò una volta sola, mi guardò come se volesse conservarmi in un posto che non fosse un contratto, e salì.


Il treno era già pieno di cappotti bagnati e di silenzi da fine giornata quando le porte si chiusero. Io restai sul marciapiede e la vidi attraverso il vetro, seduta, la giacca ancora umida, il viso che non era più un viso da campagna. Sale sul treno di notte verso l’aeroporto, e io seppi che portava con sé la frase del lago ancora aperta, quella che Alessandro non aveva finito, quella che lei non aveva ancora scelto se ascoltare. Il convoglio partì con un colpo sordo, e io rimasi fermo finché le luci dei vagoni non divennero una linea corta e poi nulla. Nel taschino avevo ancora la penna che lei non aveva usato. In ufficio, sul vetro, restava un contratto bianco e l’odore di ciò che ci eravamo presi, e nessuna di queste due cose l’avrebbe riportata indietro quella notte.