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Luna Martinez

Luna alla villa sul lago

Storia erotica romantica coppiaRomantico11 min di lettura

Un racconto di Luna Martinez

Luna passa il weekend in una villa sul lago di Como con Alessandro, il fotografo che l'ha fermata tra le rovine. Si comportano da coppia e non l'hanno ancora detto. Stanotte lei vuole fargli confessare perché si è fermato quel giorno.

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Il soggiorno della villa a Tremezzo si era riempito di quella luce bassa che il lago di Como tiene per sé a fine ottobre, una luce che rendeva l’acqua quasi nera oltre le vetrate e i platani del viale già spogli. Avevo chiuso il cancello alle nostre spalle e Luna aveva già lasciato il cappotto sul bracciolo del divano, come se quella casa fosse un posto in cui poteva spogliarsi senza chiedere permesso. Lei è una modella, e io sono l’uomo che l’ha fermata un pomeriggio tra le rovine, quando ancora nessuno le aveva messo un contratto sotto gli occhi. Questo weekend doveva passare per lavoro. Non lo era. Ci muovevamo da coppia e non l’avevamo ancora detto, e la cosa stava lì tra noi più pesante delle valigie. Nella cartella, sul tavolo di noce, c’era ancora la bozza dell’esclusiva per un anno a Milano, non firmata. Stava in mezzo al soggiorno come una terza persona che non parlava.

Luna si è girata verso di me con il maglione già a metà del petto e un sorriso che non chiedeva se volevo, perché sapeva che volevo. La luce le arrivava di taglio sulla clavicola, e sotto il bordo alzato del maglione ho visto la curva del seno, la pelle chiara, il piccolo neo che le conoscevo già e che ogni volta mi sembrava nuovo. L’ho presa per i fianchi prima che finisse qualsiasi cosa stesse per dire. La sentivo calda sotto il tessuto, e quando l’ho spinta contro il tavolo ho capito che stanotte non avremmo finto di essere professionali. Il legno le ha toccato la schiena e lei ha emesso un respiro corto, non di sorpresa, di attesa. Lei ha alzato il viso e mi ha baciato con quella bocca che usa per stuzzicare prima di concedere qualsiasi cosa di vero. Le ho infilato le mani sotto il maglione, ho trovato la pelle nuda, i capezzoli già duri, e lei ha emesso un suono basso contro i miei denti. Le ho strofinato i palmi sopra, poi sotto, sentendo il calore salirle al petto, e lei ha premuto i fianchi contro i miei. Mi sono sfilato la camicia senza lasciare la sua bocca. Lei ha aperto la mia cintura con le dita sicure, ha fatto scendere la cerniera, e si è inginocchiata sul pavimento di pietra come se quella fosse la prima cosa che aveva deciso di fare appena varcata la soglia. Le ginocchia le hanno toccato il freddo della pietra e lei non ha fatto una piega, solo ha alzato gli occhi un attimo, lucidi, e ha sorriso ancora, più piccolo, più vero.


Le ho messo una mano nei capelli senza tirare, solo per sentire il peso della sua testa mentre mi tirava giù i pantaloni. I capelli le erano ancora un po’ umidi dal viaggio, odoravano di shampoo e di aria del lago. Il mio cazzo le è uscito già duro, e lei l’ha guardato un istante con quella espressione da gioco che le conosco, poi l’ha preso in mano e se l’è passato sulle labbra come se stesse ancora decidendo quanto darmi. Il respiro le è uscito caldo sulla pelle. Non ha deciso a lungo. Ha aperto la bocca e me lo è infilato dentro caldo, umido, fino a dove poteva, e ho dovuto poggiare l’altra mano sul tavolo perché le ginocchia mi hanno tradito. La lingua le girava intorno alla testa con una lentezza voluta, e ogni tanto alzava gli occhi per vedere se reggevo. Reggevo male. Le ho accarezzato la guancia mentre mi succhiava, e lei ha fatto un verso soddisfatto in gola, quel suono che vibra dritto nel cazzo e ti fa capire che sa esattamente cosa sta facendo.

«Più a fondo», ho detto, e la voce mi è venuta più bassa di quanto volessi. Luna ha obbedito a modo suo, cioè ha obbedito e insieme ha deciso lei il ritmo, prendendomi fino quasi in gola e poi tirandosi indietro con un filo di saliva che le luccicava sul mento. Le dita le ho sentite intorno alla base, strette, mentre la bocca lavorava la parte alta con una fame che non aveva niente di timido. Il soggiorno odorava di legno bagnato e di lei. Fuori il lago batteva piano contro la scogliera. Io guardavo quella testa china e pensavo che avrei potuto dirle adesso perché l’avevo fermata quel giorno, e che se lo avessi fatto avrei forse perso proprio questo, il diritto di tenerla così, in ginocchio, nella mia villa, con la mia faccia ancora attaccata alla sua. Le ho passato il pollice sull’angolo della bocca, dove le labbra si stiravano intorno a me, e lei ha succhiato più forte, come se il tocco fosse una risposta.

Ha accelerato. Le ho sentito la gola chiudersi un attimo intorno a me e ho tirato indietro i fianchi per non venirle in bocca troppo presto. Lei ha sorriso con le labbra lucide e mi ha dato un altro colpo di lingua, lento, quasi per dispetto.

«Hai fretta?», ha chiesto, e la frase le è venuta corta e luminosa. Poi ha girato intorno, come fa quando vuole sapere se hai ascoltato il tono o il resto. «O hai paura di dirmi qualcosa prima di sborrare?»

Non le ho risposto. L’ho tirata su per le braccia e l’ho baciata assaggiando me stesso sulla sua lingua. Lei ha gemuto nel bacio, le mani ancora aperte sui miei fianchi.


L’ho sollevata e l’ho seduta sul tavolo di noce, spazzando da parte la cartella con la bozza. Lei ha aperto le gambe senza che glielo chiedessi. Le ho sfilato i pantaloni e le mutandine in un gesto solo, e la figa ce l’aveva già lucida, le labbra gonfie, il clitoride visibile. L’interno delle cosce le tremava appena, e io ci ho posato le palme, sentendo il calore che saliva da lì. Mi sono inginocchiato io stavolta. Le ho aperto le cosce con le palme e l’ho leccata in lungo, piano, dalla fessura al punto in cui lei ha inarcato la schiena e ha preso il bordo del tavolo con tutte e due le mani. Sapeva di pelle calda, e io ci sono rimasto, lingua piatta, poi punta, poi di nuovo piatta, finché le cosce le hanno cominciato a tremare contro le mie orecchie. Lei ha detto il mio nome a voce bassa, quasi senza volerlo, e poi ha taciuto, come se il nome fosse già troppo.

«Così», ha detto, e non era un ordine, era un permesso. Le ho succhiato il clitoride con una pressione costante e le ho infilato due dita dentro, sentendola stretta e già pronta, e lei ha spinto il bacino contro la mia bocca con una franchezza che mi ha fatto male nel petto, perché quella franchezza la usa anche quando sta per chiederti una cosa che teme. L’ho leccata più forte. Le dita le ho mosse cercando quel punto all’interno che le fa perdere il filo delle frasi, e l’ho trovato. Luna ha chiuso gli occhi e ha venuto con un suono rotto, le gambe chiuse intorno alla mia testa, la figa che mi pulsava contro la lingua a ondate. L’ho tenuta lì finché il tremito non le è sceso, e solo allora mi sono alzato, il viso bagnato, il cazzo che mi doleva nei pantaloni aperti. Le ho accarezzato l’interno della coscia con il dorso della mano, e lei ha aperto gli occhi piano, come se tornasse da un posto lontano.

Lei mi ha guardato da sotto, ancora seduta sul tavolo, le ginocchia spalancate, il respiro corto. C’era in quegli occhi una cosa che non era solo piacere. C’era la domanda. Io l’ho vista e non l’ho raccolta. Le ho baciato il ginocchio, poi l’interno della coscia, e lei ha messo una mano nei miei capelli, non per spingermi, solo per tenermi lì un altro secondo.


L’ho girata. Le ho piegato il busto sul tavolo e le ho aperto il culo con le mani, guardando la figa ancora contrarsi, il buco del culo stretto e scuro sopra. La schiena le era liscia, calda. Mi sono spinto dentro di lei da dietro in una spinta sola, fino in fondo, e ho dovuto mordermi il labbro per non fare rumore. Era calda, stretta, slisciata dal orgasmo di prima, e mi ha presa tutta. Le ho afferrato i fianchi e ho cominciato a scoparla con colpi lunghi, sentendo il battito del tavolo contro il pavimento e lei che spingeva indietro per prendersi anche quello che non le davo ancora. Ogni spinta le faceva salire un suono basso in gola, e io lo ascoltavo come se fosse l’unica lingua che in quella stanza potevamo permetterci.

«Quel giorno», ha detto, la voce spezzata dal ritmo, «alle rovine. Perché ti sei fermato.»

Ho accelerato invece di rispondere. Le ho messo una mano in mezzo alle spalle, non per schiacciarla, per sentirla, e l’altra le è scesa a cercarle il clitoride mentre la scopavo. Lei ha gemuto e ha tentato di girare la testa. Le ho visto il profilo, la bocca aperta, un filo di capelli incollato alla tempia.

«Non era per lo scatto migliore», ha aggiunto, e stavolta c’era il gioco davanti, la stuzzicata, e sotto c’era la paura vera, quella di scoprire che per me era stata solo un’inquadratura. Io ho sentito quella paura e l’ho voluta, perché anche io la tenevo in pugno, la sua faccia pubblica, i suoi contratti, il modo in cui il mondo l’avrebbe vista. E lei voleva che la tenessi così.

«Non chiudere la frase», ho detto io, e non era una minaccia, era un accordo sporco. L’ho scopata più forte. Il suono della pelle contro la pelle riempiva il soggiorno. Lei veniva di nuovo, più corta, più acuta, e io le sono uscito un attimo prima di perdermi, le ho spinto il cazzo sulla schiena e le ho sborrato addosso a fiotti caldi, guardando lo sperma scenderle nella curva dei lombi. Lei è rimasta piegata, respiro largo, e ha riso piano, quel riso che usa quando ha ottenuto qualcosa e insieme no. Le ho passato una mano sulla schiena, lenta, seguendo lo scivolare caldo, e lei ha chiuso gli occhi e ha lasciato che lo facessi, senza voltarsi.


A letto l’ho stesa a pancia in giù e le ho aperto le natiche con i palmi. L’ho leccata lì, sul culo, lento, mentre lei nascondeva il viso nel cuscino e spingeva indietro. La lingua le ho fatta girare intorno al buco finché non l’ho sentito cedere un poco, e allora l’ho bagnato di più, l’ho succhiato, l’ho reso pronto. Lei si toccava già, due dita sulla figa, il polso che si muoveva sotto il suo ventre. Mi sono alzato, ho preso l’olio dal cassetto del comodino, me ne sono messo in mano e glielo ho spalmato tra le natiche con una lentezza che era rispetto e insieme possesso. Lei ha alzato il culo. Le ho baciato la spina dorsale, un osso dopo l’altro.

«Fallo», ha detto. «Voglio sentirtelo anche lì.»

Sono entrato nel culo piano, un centimetro alla volta, sentendola aprirsi intorno a me con un suono trattenuto. Quando sono stato dentro fino in fondo mi sono fermato, le ho accarezzato i fianchi, le ho chiesto con il corpo se stava bene. Lei ha mosso il bacino, si è presa un altro pezzo, e ha ricominciato a toccarsi. L’ho scopata nel culo con colpi corti, profondi, mentre le sue dita lavoravano la figa e i due piaceri le si mescolavano visibilmente nella schiena, nelle spalle, nel modo in cui stringeva le lenzuola. Le ho parlato basso e lei ha risposto spingendo indietro, prendendosi tutto.

«Alessandro», ha detto, una volta sola, e il mio nome in quella stanza mi è arrivato come una cosa che non meritavo. «Non dirmi ancora perché.»

Siamo venuti insieme. Lei prima, con un gemito lungo, le dita ferme e il culo che mi pulsava intorno. Io subito dopo, spingendomi fino in fondo e sborrandole dentro, la fronte appoggiata tra le sue spalle, il respiro che non mi tornava. Siamo rimasti così, attaccati, sudati, e fuori il lago non faceva più rumore. Le ho baciato la spalla, salata, e lei ha preso la mia mano e se l’è messa sotto il viso, contro il cuscino, come se anche quello facesse parte dell’accordo di non chiudere la frase.


Tra un giro e l’altro, più tardi, quando la luce della lampada era l’unica cosa accesa e lei aveva la testa sul mio petto, ha ripreso il filo come se non l’avesse mai lasciato. Mi ha chiesto del giorno delle pietre senza usare la parola campagna, senza usare la parola fortuna. Ha fatto la domanda storta, da un lato, per vedere se io ci cadevo. Io ho aperto la bocca e ho chiuso la frase a metà, perché la verità completa mi avrebbe tolto qualcosa che non ero pronto a perdere, e perché lei, lo vedevo, voleva sentirla e insieme no. Se gliela davo tutta, rischiava di scoprire che non era stata solo uno scatto migliore. Se non gliela davo, restava un’immagine anche per l’uomo con cui si faceva scopare. Quella era la morsa. Quella era anche la cosa che ci teneva addosso l’uno all’altra. Le ho accarezzato i capelli, e lei ha chiuso gli occhi, e per un po’ non ha più chiesto niente, come se il silenzio le bastasse.

All’alba, con le vetrate ancora grigie, le ho detto solo quello che potevo dire senza finire.

«Non era per una campagna.»

Lei mi ha guardato, ha aspettato un secondo, e non ha chiesto il resto. Si è alzata, si è coperta con la mia camicia, ed è andata alla finestra a guardare il lago come se il lago potesse risponderle al posto mio. La camicia le arrivava a metà coscia, e dalla schiena, contro il vetro, sembrava più piccola di quanto fosse, e io l’ho guardata e non mi sono alzato.


Abbiamo fatto le valigie in silenzio. La bozza dell’esclusiva era ancora sul tavolo, un angolo piegato, la firma in bianco in fondo alla seconda pagina. Luna l’ha vista. Ci è passata accanto, ha messo il cappotto, e non ha preso la penna. Io non gliel’ho messa in mano. Siamo scesi in macchina con l’odore di sesso ancora addosso e il cancello che si è chiuso alle spalle come una cosa definitiva e insieme no. Lungo la statale verso Milano non abbiamo detto se eravamo una coppia. A lei è costata, quella mattina, la possibilità di esserlo per davvero, e le ho visto la domanda aperta ancora in corpo, nelle spalle tese contro il sedile, nel modo in cui guardava la strada senza guardarmi. Io guidavo e tenevo in bocca la seconda metà della frase, e sapevo che me la sarei portata dietro fino a quando lei avesse deciso di chiederla, o di non chiederla mai.