
Harper fino a domenica
Storia BDSM weekend in hotelBDSM13 min di lettura
Un racconto di Harper Walker
Harper e il suo capo passano il fine settimana in una suite sul lago. Per due notti lei resta nel protocollo che ha accettato. Qualcosa in lei si spezza e non torna indietro.
La suite dell’albergo a Cernobbio apriva sul lago con tre vetrate che tenevano fuori il freddo di gennaio, un vetro spesso oltre il quale l’acqua restava ferma sotto una luce bassa. Harper Walker è entrata per prima, venticinque anni, il passo lento di chi non ha fretta nemmeno quando le ho chiuso la porta alle spalle. Il nastro nero le stringeva ancora il polso sinistro, lo stesso che le avevo annodato e che non aveva mai sciolto, e dentro l’aria odorava di legno caldo e di lenzuola cambiate da poco.
«Due notti», ha detto Harper, e ha sorriso come se stesse confermando un orario. «Poi lunedì si torna.»
Le ho sfilato il cappotto senza chiedere e sotto ho trovato un vestito scuro, niente collant, la pelle già contratta per il passaggio dal gelo del piazzale al calore della stanza. Le ho abbassato la cerniera lungo la schiena. Il vestito è scivolato giù dai fianchi e si è raccolto sui tacchi; è rimasta in mutandine e reggiseno per il tempo di un respiro, poi ho sganciato anche quelli e l’ho tenuta nuda in mezzo al tappeto, con il lago alle spalle e il nastro che le batteva contro il polso ogni volta che muoveva la mano.
«Nuda resti», ho detto. «Fino a domenica. In ufficio mi chiami ancora per cognome. Qui no.»
Ha inclinato la testa, concedendo il punto troppo in fretta, e ha lasciato un silenzio che dovevo occupare io, senza fare della nudità un altro argomento.
Le ho messo una mano sulla spalla e l’ho fatta scendere in ginocchio sul tappeto spesso. Avevo il cazzo duro da prima che la serratura scattasse, e quando le ho premuto il glande sul labbro inferiore Harper ha aperto la bocca senza un commento, come si apre una pratica. Le ho afferrato i capelli e le ho spinto la testa in avanti finché le labbra non hanno toccato la base e il naso si è schiacciato contro il ventre. La gola ha ceduto al secondo colpo, umida e stretta, e ho sentito il respiro spezzarsi contro la pelle. Tenevo ferma la nuca e muovevo i fianchi con una lentezza precisa, usando quella bocca come un buco mio per l’intero fine settimana, mentre Harper restava con le palme aperte sulle cosce e gli occhi alzati.
«Guarda», ho detto. «Non chiudere gli occhi.»
Ha obbedito, e un filo di saliva le scendeva dal mento al petto, le tette ferme, i capezzoli già duri nel fresco che veniva dalle vetrate. Ho tirato fuori il cazzo lucido e le ho dato uno schiaffo leggero sulla guancia con l’asta, abbastanza perché il tono fosse chiaro, non abbastanza da farle male per davvero. Harper ha riaperto la bocca da sola, ha spinto la lingua sotto il glande e ha succhiato con una calma che mi è arrivata in fondo alla schiena. Le ho affondato di nuovo la gola, più a fondo, e ho tenuto fermo finché gli occhi le si sono inumiditi; poi ho lasciato andare. Respirava a bocca aperta, il rossetto già rovinato, e mi ha guardato come se aspettasse il punto successivo dell’ordine del giorno.
«Brava», ho detto. «Adesso sul letto.»
L’ho presa per un braccio e l’ho condotta fino al letto grande, quello che guardava il lago. Dalla valigia ho tirato fuori le cinghie di pelle, le ho aperto le braccia e le ho legate ai montanti, i polsi stretti, il nastro nero ancora visibile sotto la fettuccia. Harper ha tirato una volta sola; ha capito che non sarebbe uscita da sola e ha posato la testa di lato sul cuscino. Le ho divaricato le gambe e gliele ho legate più in basso, le caviglie ai piedi del letto, la figa esposta e già lucida tra i peli scuri.
«Se parli, parli per chiedere», ho detto. «Il resto lo faccio io.»
Ho sfilato la cintura dai pantaloni con un gesto solo. Il cuoio era freddo quando l’ho appoggiato sulla curva del culo, e Harper ha trattenuto il fiato. Il primo colpo è arrivato piatto, un suono secco nella stanza grande, e la pelle è diventata rosa in una striscia netta. Il secondo l’ho dato più in basso, dove comincia la coscia, e ha spinto il bacino in avanti contro il materasso, non indietro. Al terzo ha gemuto, un suono basso, e ho visto la figa contrarsi come se il colpo le fosse arrivato lì dentro.
«Conta», ho detto.
«Quattro.» La voce era la stessa di quando legge un bilancio ad alta voce. «Cinque. Sei.»
Ho continuato, e tra un colpo e l’altro le passavo due dita in mezzo alle labbra, ogni volta più bagnate quando le ritiravo. A dieci le ho piegato la cintura in due e l’ho data più forte, abbastanza da farle alzare la schiena a ponte, e Harper ha detto «Grazie» senza alzare la voce, senza trasformarlo in teatro. Le ho accarezzato il culo infuocato con il palmo e poi le ho dato altri due colpi, perché il grazie non chiudeva niente. Respirava a scatti, le guance contro il cuscino; quando le ho messo un ginocchio sul letto e le ho aperto le natiche con i pollici, ha spinto indietro verso la faccia.
«Questa è una puttana che ringrazia per la cintura», ho detto. Le ho affondato la lingua nella figa da dietro, con una lentezza voluta, e le ho succhiato il clitoride finché le cosce non le hanno tremato contro le cinghie. Il sapore era salato e pulito, e ogni passata di lingua le strappava un suono più basso. Le ho spinto un dito dentro, poi un secondo, e ho cercato quel punto ruvido mentre i denti le sfioravano il clitoride. Harper ha tirato i polsi fino a far scricchiolare il cuoio ed è venuta così, legata, con la faccia schiacciata nel cuscino e il culo ancora rosso dei colpi, un lungo spasmo che le ha bagnato il mento.
Mi sono alzato. Ho preso il cazzo in mano e l’ho spinto dentro tutto d’un colpo. Era stretta, calda, già vicina di nuovo, e ho scopato con colpi lunghi che le facevano battere il pube contro il bordo del letto. Le ho afferrato i fianchi e ho accelerato. Harper ha gemuto contro il cuscino, il laccio che le si spostava al polso a ogni spinta, il seno schiacciato e i capezzoli che sfregavano il lino.
«Di’ cosa sei.»
«Una figa da usare.» Ha lasciato stare il resto, come se fosse già evidente. «Tanto lo sapevi.»
Le ho dato uno schiaffo sul culo ancora caldo e ho spinto più a fondo, abbastanza da farle perdere il fiato. La figa le pulsava intorno al cazzo, stretta a ondate, e ho tenuto quel ritmo finché un secondo orgasmo le ha fatto aprire la bocca senza suono. L’ho scopata attraverso quella scossa, senza rallentare, e solo quando le gambe le sono diventate molli contro le cinghie ho tirato fuori. Il cazzo luccicava, bagnato di lei. Le ho aperto le natiche. Ho raccolto quella bava con due dita e l’ho spalmata sul buco stretto del culo. Il pollice è entrato piano, poi un dito intero, e Harper ha spinto indietro invece di chiudersi.
«Ancora», ha detto, senza un cambio di tono. «Lorenzo.»
Il nome, in quella stanza, pesava più di qualsiasi ordine. Ho messo il glande contro l’anello e ho spinto. Il culo ha resistito un secondo, poi ha ceduto, caldo e stretto in un modo che mi ha fatto chiudere gli occhi. Sono sceso un centimetro alla volta, aspettando che il respiro di Harper tornasse, e quando è tornato ho affondato fino in fondo. Restava aperta, le dita dei piedi contratte, e ho cominciato a fotterla lì con colpi corti, tenendole i fianchi fermi. Ogni spinta le faceva uscire un suono rotto. Le ho infilato due dita nella figa nello stesso tempo e l’ho sentita venire di nuovo, più debole, mentre il culo le si stringeva a ritmo intorno al cazzo.
«Prendi tutto», ho detto. «Sei un buco, adesso. Nient’altro.»
Ha annuito contro il cuscino, e l’annuire mi è arrivato più addosso di qualsiasi gemito. Ho accelerato, il bacino che batteva sul culo rosso, e quando sono venuto l’ho fatto dentro, a scatti profondi, tenendola inchiodata finché l’ultima scarica non mi è uscita. Sono rimasto lì, il respiro grosso, il cazzo che le pulsava ancora nel culo. Poi ho sfilato piano. Un filo di sborra le è sceso lungo la figa, fino alle cinghie. Harper teneva gli occhi chiusi, ma il viso non era spento: era presente, tutta, in un modo che in ufficio non le avevo mai visto.
In doccia l’acqua calda le ha fatto alzare la testa e aprire la bocca. L’avevo slegata e portata in bagno tra le braccia, e adesso stava in piedi sotto il getto con il nastro bagnato al polso e i segni della cintura che le arrossavano ancora il culo. Le ho girato verso il muro di marmo, le ho alzato un ginocchio e sono rientrato nella figa da dietro, facile, perché era ancora aperta e piena. L’acqua scorreva tra di noi, il sesso che schioccava, e le ho premuto una mano alla gola senza stringere davvero, soltanto per sentire il battito.
«Ancora nuda», ho detto contro l’orecchio. «Anche a colazione. Anche se bussa qualcuno.»
«Va bene.» L’ha detto come si dice di spostare una riunione. Poi ha aggiunto, dopo una pausa che mi ha costretto a restare lì: «Non essere delicato, Lorenzo. Non adesso.»
Ho obbedito. L’ho presa più forte, le dita che le affondavano nell’anca, il cazzo che le usciva quasi tutto e rientrava d’un colpo, e Harper ha battuto il palmo sul marmo bagnato senza chiedere di fermarmi. Le ho spinto la testa sotto il getto, i capelli incollati alla schiena, e ho continuato finché le ginocchia le hanno ceduto. L’ho tenuta su io, un braccio sotto il petto, e l’ho fatta venire così, in piedi, con un grido che la doccia non è riuscita a coprire. Sono venuto di nuovo, stavolta sulla schiena, e ho guardato la sborra sciogliersi sotto l’acqua calda mentre Harper respirava contro il marmo, la fronte appoggiata, la striscia nera che gocciolava dal polso.
L’ho asciugata io. L’ho riportata a letto nuda e l’ho tenuta contro il fianco, una gamba infilata tra le cosce, la mano sul ventre. Fuori il lago era diventato nero. Harper non ha parlato per un pezzo, e quando l’ha fatto è stato per chiedere l’ora, come se l’ora potesse ancora organizzare qualcosa. Le ho detto che l’ora non contava fino a domenica. Ha fatto un suono che poteva essere un assenso, e si è addormentata con il polso del nastro appoggiato sul petto.
Il sabato è durato intero dentro quella stanza, senza che il corridoio o il lago riuscissero a entrarci. L’ho tenuta nuda dal mattino. Accanto al tavolo del vassoio, quando il caffè era ancora caldo, l’ho fatta scendere in ginocchio e le ho fatto ingoiare il cazzo fino in fondo, una mano ferma nei capelli, il nastro che le batteva al polso a ogni movimento della testa. Più tardi le ho spalmato la marmellata su un capezzolo e l’ho succhiata via, lenta, finché non ha tirato il fiato tra i denti. Nel pomeriggio l’ho legata di nuovo, stavolta a pancia in su, i polsi ai montanti, e l’ho scopata guardandola in faccia, un palmo sulla gola e l’altro che le teneva aperte le ginocchia. Harper rispondeva ancora con quella voce breve, come se il resto della frase fosse ovvio. Poi, verso sera, qualcosa si è spezzato senza un rumore utile.
L’avevo girata di fianco, una gamba alzata, e la stavo fottenendo piano, troppo piano rispetto a quello che aveva chiesto in doccia. Mi ha guardato e ha scosso la testa una volta.
«Non trattarmi con garbo», ha detto. «Lo so cosa ho chiesto. Fallo.»
Ho fatto come chiedeva. Le ho messo una mano nei capelli, le ho piegato la testa indietro e l’ho presa con tutta la forza che la posizione permetteva, il pube che batteva sul culo ancora segnato, il cazzo che le usciva bagnato e rientrava fino in fondo. Harper ha cominciato a piangere al terzo colpo lungo, senza nascondere il viso. Le lacrime le scendevano verso l’orecchio, la bocca aperta, e le anche restavano alzate. Non ha detto di fermarmi e non ha chiuso le gambe: ha pianto e ha spinto contro di me nello stesso tempo, e l’ho scopata così, vedendola crollare e restare comunque, i singhiozzi che le facevano stringere la figa a ondate irregolari.
«Guardami», ho detto, e ha obbedito anche in quello, gli occhi lucidi, il trucco di ieri già andato. «Sei mia. Lo sei anche quando piangi.»
Ha annuito, e l’annuire le ha fatto uscire un altro singhiozzo. Le ho succhiato la bocca aperta, ho preso il pianto in gola, e ho continuato a fotterla finché un orgasmo le ha attraversato il corpo come una cosa che non controllava più. È venuta piangendo, le unghie nella spalla, e sono venuto dentro subito dopo, a fondo, tenendola ferma mentre il cazzo le pulsava contro il punto più tenero. Siamo rimasti così, incastrati, il respiro che non tornava. Harper piangeva ancora, più piano, e mi teneva un polso contro la schiena come se il polso fosse l’unica cosa che le restava da decidere.
Non l’ho consolata con le parole. Le ho asciugato la faccia con il palmo e l’ho tenuta addosso finché il pianto non si è esaurito da solo. Poi l’ho slegata e l’ho messa a cavalcioni, il viso contro il collo, e l’ho fatta restare lì con il cazzo ancora dentro, morbido, mentre fuori il lago spariva nella notte. Harper ha detto Lorenzo una volta, senza aggiungere altro, e quella volta è bastata a riempire la stanza.
La domenica mattina l’ho presa di nuovo, lenta, a cucchiaio, una mano sul ventre e una sulla gola. Non piangeva. Ha gemuto contro il cuscino ed è venuta con un suono piccolo, quasi privato, e l’ho seguito poco dopo, restando dentro finché il caldo non è diventato altro. Poi l’ho mandata a mettersi l’accappatoio, solo quello, e ho fatto portare la colazione in camera.
Seduti al tavolo davanti alle vetrate sembravamo una coppia qualsiasi in un albergo sul lago. Il caffè fumava tra di noi e Harper teneva l’accappatoio chiuso sul petto, gli occhi sull’acqua; per la prima volta dal venerdì sera ho visto l’imbarazzo, non del corpo, di quello che il corpo aveva fatto al resto. Una coppia di ospiti è passata nel corridoio, voci basse, e Harper ha tirato il nastro sotto il polsino dell’accappatoio come se qualcuno potesse entrare.
«Con i vestiti», ha detto, e ha lasciato la frase lì, incompleta, perché il resto lo vedevo da solo. Guardava le mani intorno alla tazza come se non le riconoscesse. Il nastro nero le usciva comunque, una virgola scura sulla pelle chiara, e ogni volta che lo notava abbassava gli occhi.
Ho spinto il pane verso di lei e non ho riempito il silenzio. Fuori c’era vento sul lago, piccole onde grigie, il cielo basso. Harper ha mangiato poco, ha bevuto il caffè fino in fondo, e quando si è alzata l’accappatoio si è aperto un attimo sul segno della cintura, già sbiadito, ancora suo.
Si è rivestita in piedi accanto al letto, il nastro ancora lì. Le ho rialzato lungo i fianchi il vestito di due giorni prima. Ha sistemato i capelli con le dita e ha ripreso il cappotto; per un momento è tornata quella che entra in ufficio senza far rumore. Poi ha guardato il letto disfatto e ha scosso la testa.
«In ufficio non posso tornare come prima», ha detto. La voce era la stessa, piana, e proprio per questo pesava di più. «Non so più chi sono quando ho i vestiti addosso. Non dopo questo.»
Non ho risposto subito. Le ho allacciato il cappotto io, un bottone alla volta, e ho sentito il nastro sotto il polso della manica, ancora stretto, ancora bagnato di doccia e di notte. Harper ha lasciato fare. Siamo scesi senza parlare, l’atrio dell’albergo troppo chiaro, troppo normale, e l’auto ci ha ripresi con l’odore freddo della pelle e del riscaldamento acceso.
La strada lungo il lago era quasi vuota. Guidavo io, e Harper guardava il vetro, il profilo fermo, una mano sul ginocchio. Dopo il secondo tornante ho parlato senza girarmi.
«Non due notti», ho detto. «Sii mia anche fuori da queste. Non solo fino a lunedì.»
Il motore teneva un rumore basso e costante. Harper non ha girato la testa, non ha concesso il punto, non ha lasciato il silenzio perché lo occupassi: è rimasta a guardare l’acqua che scorreva via dal finestrino, il nastro nero visibile tra il polsino e il palmo, e non ha risposto.