
Harper, sua moglie
Racconti di sottomissioneBDSM10 min di lettura
Un racconto di Harper Walker
Harper è la moglie di Lorenzo. Nella loro casa a Milano, la sera, si mette in ginocchio come ha imparato. Non è più una sessione. È il modo in cui restano.
La luce di aprile restava ancora alta sui tetti di Milano quando Harper è rientrata nell’appartamento di viale Piave. Portava la borsa del lavoro appesa alla spalla e i capelli sciolti, mossi dal vento di Porta Venezia. L’avevo sentita salire le scale senza fretta e mi ero alzato dal divano prima che la chiave girasse nella toppa. Harper aveva venticinque anni e da mesi l’anello le stava al dito accanto al mio. Quella sera si è tolta le scarpe sull’uscio con la stessa calma di sempre e si è messa in ginocchio sul parquet dell’ingresso, le palme aperte sulle cosce, lo sguardo basso sul legno chiaro. Non l’avevo chiesto ad alta voce, ed era già il modo in cui tornava da me ogni sera.
Mi sono fermato davanti a lei e le ho sollevato il viso con due dita sotto il mento. Negli occhi c’era quella quiete che usava anche sui fogli dello studio, e nella palma tenevo già il collare di cuoio. Il nastro nero le era sparito dal polso il giorno in cui l’avevo sposata, e al suo posto restava questo. Glielo ho allacciato intorno al collo, stringendo la fibbia finché la gola si è mossa in un respiro solo. Harper ha inghiottito e ha detto, con la voce bassa e pulita, «Va bene così», e poi ha taciuto. Il silenzio l’ho riempito io perché me lo lasciava, e le ho sbottonato la camicia da lavoro restando in piedi. Le ho fatto scivolare le spalline del reggiseno lungo le braccia. Le ho preso una tetta in mano e ho trovato il capezzolo già duro tra le dita. Quando ho stretto, un suono basso le è uscito dalla gola e le anche si sono mosse sulle calcagna. Ho aperto la cintura e poi i pantaloni, e le ho accostato il cazzo alle labbra, già grosso e caldo. Harper ha aperto la bocca da sola e ha preso la testa in gola senza che glielo dicessi, umida e precisa.
Le ho afferrato i capelli e le ho tenuto la testa ferma mentre spingevo più a fondo, sentendo la gola chiudersi intorno al cazzo. Harper ha fatto un verso soffocato e ha messo le mani dietro la schiena da sola, i polsi l’uno sull’altro. Le lacrime le sono venute agli occhi al secondo colpo, ma non ha tirato indietro la testa. L’ho usata lì, nel corridoio stretto tra l’ingresso e il soggiorno, il legno duro sotto le ginocchia, il collare che le saliva e scendeva sulla gola a ogni spinta. La saliva le colava dal mento sulla camicia aperta, sulle tette scoperte, e ogni tanto alzava gli occhi su di me senza cambiare espressione, come se quello fosse il lavoro che le restava da finire per bene.
Quando le ho tirato i capelli per farla staccare, un filo di saliva teneva ancora le labbra alla punta. Respirava con la bocca aperta, il rossetto spalmato, e ha passato la lingua sulle labbra prima di tornare avanti da sola. Le ho cacciato di nuovo il cazzo in bocca e stavolta ho spinto fino in fondo, tenendola premuta contro il pube finché ha strozzato e le unghie le si sono chiuse sui palmi. Poi l’ho lasciata riprendere aria e l’ho rimessa al lavoro, più lenta, facendole leccare dalle palle fino alla punta mentre le lacrime le segnavano il viso. Harper si è bagnata così, in ginocchio, senza che le toccassi la fica: lo vedevo dal modo in cui si muoveva sulle ginocchia, dalle cosce che si strofinavano una contro l’altra. Le ho messo un piede tra le gambe e l’ha stretto, cercando pressione, e un gemito le è uscito intorno al cazzo, basso, contento. Le ho tenuto i capelli più stretti e le ho scopato la bocca con colpi corti, sentendole la lingua che lavorava sotto, le labbra che si sforzavano di restare morbide. A un certo punto ha alzato lo sguardo e ha tenuto gli occhi aperti mentre le scivolavo in gola, e in quello sguardo c’era tutto il permesso che volevo, sporco e fermo. Le ho accarezzato la guancia col pollice, sporca di saliva, e ha inclinato la testa in quella carezza senza smettere di succhiare.
Le ho tirato su dalla bocca e l’ho girata, facendole mettere le palme sul parquet. Le ho alzato la gonna da lavoro fino alla vita e le ho tirato giù le mutandine, già bagnate, attaccate alla fica. Due dita le ho cacciate dentro senza preavviso e Harper ha abbassato la schiena, spingendosi contro la mano, stretta e calda, così pronta che le dita le sono entrate fino in fondo al primo colpo. L’ho scopata con le dita finché ha cominciato a tremare e a spingere il culo verso di me, cercando di più, e allora le ho messo il cazzo nella fica in una spinta sola, fino in fondo, e l’ho tenuta lì con una mano sul collare e l’altra sui fianchi.
«Moglie», le ho detto, e l’ho scopata sul pavimento dell’ingresso, le ginocchia che scivolavano, le tette che dondolavano sotto la camicia aperta. Harper ha abbassato la fronte verso il legno e ha aperto di più le gambe, offrendosi, e a ogni spinta un suono le usciva dalla bocca ancora piena di saliva. La fica le era stretta e scivolosa, e la prendevo fino in fondo, sentendole il culo battere contro di me, il collare teso quando tiravo. Le ho slacciato un po’ la fibbia solo per rimetterla più giù, più visibile, e lei ha fatto un verso che non era protesta. Le ho dato uno schiaffo sulla natica e l’ho vista chiudere le dita sul parquet, bagnarsi ancora di più intorno al cazzo. L’ho presa forte, senza risparmiarle il pavimento, e Harper spingeva indietro a ogni colpo come se volesse essere usata proprio lì, all’ingresso, ancora vestita da ufficio, il viso basso e il culo alto. Quando le ho cercato la clitoride con le dita, mentre la scopavo, ha alzato la voce per la prima volta, un gemito lungo che le è venuto dalla gola e si è rotto contro il legno. È venuta così, a quattro zampe, stringendomi il cazzo a ondate, e l’ho tenuta ferma dentro di lei finché il tremito le è sceso lungo le cosce. Non sono venuto. L’ho lasciata ancora piena, ancora aperta, e le ho passato una mano sulla schiena sudata, dal collo al culo, sentendola respirare.
L’ho aiutata ad alzarsi e le ginocchia le tremavano. In cucina le ho versato dell’acqua e Harper l’ha bevuta in piedi, la camicia ancora aperta, il collare visibile sopra il seno nudo, una macchia di saliva sul collo. Ha appoggiato il bicchiere e ha sorriso, piccolo, come se il parquet le avesse fatto una battuta e lei l’avesse accettata. Le ho pulito la bocca col pollice e me l’ha morso, piano, giocando, prima di lasciarmi di nuovo il dito. Dalla porta socchiusa della stanza in più si vedeva il tavolo vuoto, senza luci, senza telefono sul treppiede: aveva chiuso tutto, mesi fa, e quella stanza adesso era soltanto una stanza. Harper ha seguito lo sguardo e ha alzato una spalla, senza spiegare niente, e mi è venuta incontro scalza, la gonna ancora raccolta sui fianchi.
In camera l’ho fatta sedere sul letto e le ho sfilato il resto dei vestiti, la camicia, la gonna, il reggiseno che le pendeva già dalle braccia. È rimasta nuda col collare e l’anello, le cosce lucide, e mi ha guardato aspettando. Le ho chiesto se sapeva cosa era, adesso, e Harper ha detto «Sono tua moglie» con le frasi corte di sempre. Poi ha taciuto, e per la prima volta il resto non arrivava da solo. Ho dovuto occupare quella pausa, e l’ho occupata con la bocca sul collo, sopra il cuoio, dicendole di ripeterlo. Lo ha ripetuto più basso, «Sono tua moglie», e stavolta ha aspettato di nuovo, gli occhi su di me, e ho capito che voleva che glielo riempissi io, quella frase, che non le bastava più lasciarla a metà. Le ho preso il viso con due mani e le ho detto che sì, che era mia moglie, e che l’avrei scopata come si scopa una moglie che si mette in ginocchio sull’uscio. Harper ha chiuso gli occhi e ha aperto le gambe sul bordo del letto, e quando le ho passato due dita sulla fica l’ho trovata ancora stretta e bagnata, pronta di nuovo.
L’ho stesa sulla schiena e le ho piegato le ginocchia verso il petto. Le ho messo il cazzo nella fica piano, fino in fondo, e l’ho tenuta così, aperta, guardandola in faccia. Harper ha preso fiato e ha messo le mani sopra la testa, i polsi incrociati contro il cuscino, e ha detto il mio nome una volta sola, «Lorenzo», come se servisse a tenermi lì. L’ho scopata lenta all’inizio, sentendole ogni centimetro, le pareti che mi stringevano, il collare che le saliva quando inarcava la gola. Poi ho preso velocità e le ho tenuto i polsi, e lei spingeva il bacino incontro alle spinte, le tette che si muovevano, la bocca aperta. Le ho sputato sulla fica e ho continuato, il letto che batteva contro il muro, e Harper gemeva senza alzare la voce, sempre in quel registro, e proprio per questo era più sporco: non cambiava tono per farsi fottere, non si spezzava in un’altra donna.
«Moglie», le ho detto di nuovo, e le ho dato colpi lunghi, fondo, facendole prendere tutto. Harper ha annuito, gli occhi umidi, e ha stretto le gambe intorno alla schiena, tirandomi dentro. Quando ho sentito che stavo per venire le ho tenuto i fianchi fermi e le ho sborrato in fica, a ondate, chiamandola moglie mentre le riempivo, e lei ha venuto di nuovo intorno al cazzo, più silenziosa della prima, un tremito che le partiva dalla pancia e le arrivava alla gola. L’ho sentita pulsare, calda, piena, e sono rimasto dentro finché il cazzo ha smesso di dare. Poi le ho aperto le gambe e ho guardato la sborra che le usciva dalla fica, lenta, e le ho rimesso due dita, spingendogliela dentro di nuovo. Harper ha girato la testa sul cuscino e ha detto «Ancora», senza alzarla, e quella parola mi è arrivata dritta in fondo alla pancia.
L’ho girata a pancia in giù e le ho aperto le natiche. Le ho passato la sborra dal bordo della fica al culo, bagnandola, e le ho messo un dito dentro, piano, finché si è allargata e ha spinto indietro. Un secondo dito l’ha preso col fiato corto, e quando le ho accostato il cazzo al buco Harper ha afferrato il lenzuolo e ha detto di sì, ancora in quel modo corto, e ha aspettato che fossi io a muovermi. Le ho messo il cazzo nel culo un poco alla volta, sentendola aprirsi, stretta da far male, e lei respirava contro il cuscino, il collare premuto sul collo. Quando sono entrato fino in fondo l’ho tenuta ferma e le ho accarezzato i capelli, e Harper ha spinto il culo verso di me, chiedendo il resto senza dirlo. Allora l’ho scopata nel culo, più fondo a ogni colpo, e le ho tenuto i polsi in basso, contro il materasso, e l’ho chiamata moglie mentre il letto scricchiolava.
L’ho presa così a lungo che le gambe le hanno cominciato a tremare. Poi l’ho tirata giù dal letto, sul tappeto, e l’ho tenuta a terra a quattro zampe, il cazzo ancora nel culo, una mano tra le spalle che la schiacciava verso il pavimento. Harper ha posato la guancia sul tappeto e ha aperto la bocca, e l’ho scopata più dura, sentendo che stavo per venire di nuovo. Le ho sborrato nel culo tenendola giù, riempiendola, e sono rimasto dentro mentre le usciva il fiato in un gemito rotto. Non l’ho lasciata alzare. Le ho tenuto la nuca a terra col palmo, il cazzo che le usciva piano dal culo, la sborra che le colava sulle cosce, e ho aspettato. Harper ha respirato contro il tappeto, una volta, due, e poi ha detto «Grazie» con una voce che non stava recitando, più bassa, più vera, e dopo quella parola non ha aggiunto il resto, perché stavolta il resto c’ero io a tenerlo.
L’ho tenuta sul pavimento anche dopo, una mano tra le spalle, l’altra sul collare, finché il respiro le si è fatto largo e il corpo ha smesso di offrire una posa. Harper è rimasta distesa sul fianco, nuda, piena, i capelli incollati alla tempia, e le ho accarezzato la schiena senza dirle di alzarsi. Dalla borsa aperta sul mobile dell’ingresso spuntavano i fogli dello studio, e lei li ha guardati con la guancia ancora bassa, il collare visibile sopra la pelle segnata. Ha detto, con la voce che voleva restare quella di sempre, «Domani i clienti delle nove», e si è fermata lì, gli occhi su di me, e in quella pausa c’era tutto quello che il tono piano non copriva più. L’anello le brillava accanto al cuoio, e la camicia stropicciata restava a terra come un vestito che non le sarebbe bastato. L’ho tenuta così, a terra, moglie mia, finché anche quella calma ha smesso di esserle sufficiente, e ho visto, in quello che restava della sera, che non c’era più un nastro da nascondere sotto la manica.