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Zara Chen

Zara che resta

Racconto erotico trans ragazzaQueer12 min di lettura

Un racconto di Zara Chen

Zara suona a un appartamento di Milano senza una campagna alle spalle. Valentina, ragazza trans, la fa entrare e non le chiede il viso. Quella notte Zara smette di preparare la fuga prima dell'alba.

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La campanella suonò tardi in un appartamento di Milano che teneva le finestre sulla strada e l’autunno umido premuto contro i vetri. Zara Chen aveva venticinque anni e stava sulla mia soglia senza una campagna alle spalle, i capelli mossi dal vento, il corpo di chi ha passato anni a sentirsi dire come tenersi dritta. Io ne avevo ventisette e l’avevo già vista in palestra, sapevo già chi era, e per questo non le chiesi il viso quando la feci entrare. Il contratto bruciato e il mio messaggio l’avevano portata qui, e adesso la stanza odorava di pioggia e di quella decisione che non aveva ancora detto ad alta voce.

Lei posò la borsa vicino alla porta e mi guardò senza sorridere da copertina. «Non ho un booking», disse, e la frase era corta e chiusa perché i miei occhi erano su di lei. Io chiusi la porta e sentii, come un filo teso sotto la pelle, il conflitto che se la portava dietro da mesi. Zara partiva sempre prima del risveglio, e restare avrebbe significato non avere più una posa da indossare al mattino. Se restava, il prossimo lavoro che voleva soltanto il viso non aveva più senso. Se partiva, tutto quello che aveva già osato tornava un incidente da chiudere in valigia.

Ci dicemmo poco. Lei sfilò il cappotto e io le presi i polsi, e la conduzione verso il soggiorno fu una cosa lenta, quasi educata, finché le nostre bocche si trovarono senza chiedere permesso. La baciai con la lingua e lei mi aprì i denti con una fame che non apparteneva a nessun brief. Le mie mani scesero sotto la maglia, trovarono il seno caldo, i capezzoli già duri, e lei emise un suono basso che mi arrivò dritto tra le gambe. Ci spogliammo in piedi, vicino alle finestre alte, e né lei né io tirammo le tende fino in fondo. Un adulto che avesse alzato lo sguardo dalla strada avrebbe potuto vederci, e entrambe scegliemmo che fosse così, con quel disagio acceso che ci teneva sveglie.

Io le succhiai un capezzolo mentre le sfilavo i pantaloni, e lei mi afferrò i capelli con una decisione che non era gentilezza da set. Quando rimase in mutandine scure, la spinsi sul divano e mi misi in ginocchio tra le sue gambe. L’odore della sua fica mi arrivò prima del gusto, caldo e già bagnato, e le tirai da parte il tessuto per leccarle la fessura con la lingua piatta, lenta, insistente. Zara inarcò i fianchi e mi premette la faccia contro, e io le succhiai il clitoride finché le cosce le tremarono e le dita le si chiusero nei miei capelli.

«Così», disse lei, ancora corta, ancora finita. Io alzai gli occhi senza staccare la bocca e vidi che mi guardava per come mi portavo, non per il viso. Quella cosa mi fece male e mi accese nello stesso momento, un disagio che volevo, che volevamo tutte e due, perché essere viste senza raffinatezza era il punto e anche la ferita.


Mi alzai abbastanza da sfilarmi i pantaloni e lei vide il mio cazzo già duro, e non fece la faccia di chi deve capire. Zara scese dal divano e si mise in ginocchio sul tappeto, e mi prese in bocca con una fame che non aveva bisogno di istruzioni. Le labbra le si tesero intorno alla testa, poi scese, lenta, e io sentii la gola chiudersi e riaprirsi mentre lei respirava dal naso. Le misi una mano sulla nuca senza spingere troppo, e lei stessa andò più a fondo, gli occhi umidi, la saliva che le colava sul mento e le luccicava sul collo.

La guardavo da sopra e pensavo che questa era la stessa donna che i brief volevano soltanto raffinata, e adesso aveva le ginocchia rosse e la bocca piena di me. Le dita le corsero tra le gambe, trovarono la figa sdrucciolevole, e lei gemette intorno al mio cazzo con un suono che mi fece pulsare in gola. Io piegai un ginocchio, la feci voltare abbastanza da raggiungere il suo culo, e le passai un dito bagnato sulla piega stretta. Zara non si tirò indietro. Spinsi la prima falange dentro, lenta, e lei succhiò più forte, come se il cazzo in gola e il dito nel culo fossero la stessa richiesta, la stessa scelta di non fuggire.

«Ancora», mormorò quando si staccò per riprendere fiato, e la parola era corta perché mi stava ancora guardando. Io le misi due dita nella fica e il pollice le premetti sul clitoride, mentre l’altro dito le lavorava il culo con una pazienza sporca, girando, spingendo, sentendola aprirsi un poco alla volta. Lei tornò a succhiarmi, più disordinata, e io sentivo il mio cazzo batterle contro il palato. Fuori, sotto le finestre, passò qualche voce e il rumore di una bicicletta sul selciato, e Zara non chiese di chiudere. Anzi, allargò un poco le ginocchia, come se volesse che la strada avesse la sua parte.

La tirai su prima di venire perché volevo scoparla, e lei lo capì dal modo in cui la misi a pecora sul divano, il petto basso, il culo alto, la faccia girata verso il vetro. Le aprii le natiche e le strofinai la testa del cazzo sulla fica bagnata, poi entrai tutta d’un colpo, fino in fondo, e lei fece un suono che non era elegante. La scopai così, tenendole i fianchi, e ogni spinta le faceva battere le tette contro il cuscino. Guardava la strada. Io guardavo lei, e il disagio di quella visibilità ci teneva tutte e due dure e aperte.


La presa a pecora non era una posa da campagna. Era Zara che spingeva indietro contro di me, che chiedeva più forte senza dirlo a voce intera, che si bagnava intorno al mio cazzo fino a farlo scivolare con un rumore umido e osceno. Le diedi uno schiaffo sul culo, non per farle male, per farle sentire che la vedevo tutta, e lei rise, una risata bassa che aveva il sapore di quella vergogna cercata. Essere troppo, essere visibili, non poter più fingere raffinatezza: lo volevamo, e il volerlo ci faceva male in un modo che teneva le gambe aperte.

«Guardami mentre vengo», disse, e stavolta la frase era più lunga, perché aveva voltato la faccia e non era più sotto il mio sguardo diretto. «Non il viso che mettono sui brief. Guardami per come mi porto. Se qualcuno dalla strada...» Non finì, e io le presi i capelli, la sollevai abbastanza da farle alzare il busto, e la scopai più a fondo, il pube battendole contro il culo a ogni colpo. Le finestre erano lì, illuminate dal lampione, e un uomo fermo sul marciapiede avrebbe potuto alzare gli occhi e vederla nuda, con il mio cazzo dentro, con la bocca aperta, con i seni che saltavano.

Zara venne la prima volta così, a pecora, con un tremito che le partì dalle cosce e le chiuse la fica intorno a me a ondate calde. Io non mi fermai. La tenni mentre il piacere le faceva gli occhi lucidi, e il suo pianto breve non era dolore, era il peso di non poter più scappare da quello che stava facendo con me, in quella stanza, con le tende a metà. Continuai a spingere attraverso il suo orgasmo, sentendola contrarsi, sentendola bagnare il divano, e lei spingeva ancora indietro come se volesse che la strada la vedesse venire.

La girai quando le gambe le tremarono troppo per tenersi. La misi a faccia in su, le gambe aperte sul mio grembo, e rientrai tutta, lenta prima e poi più dura. Adesso la vedevo tutta: il seno che saltava, il ventre teso, la figa che mi inghiottiva fino alla radice. Le strofinai il clitoride con il pollice e lei scosse la testa come se dicesse no e sì nello stesso respiro, e quel conflitto le stava sul viso più di qualsiasi lode. Io la scopai guardandola, e lei mi tenne lo sguardo anche quando le lacrime le resero gli occhi lucidi, perché il disagio era parte del piacere e non voleva che io distogliessi gli occhi.


«Valentina», disse, e il mio nome in bocca sua fu l’unica volta, una cosa detta mentre la scopavo, non una presentazione. Le piegai le ginocchia verso il petto e andai più profonda, sentendo il suo culo contro di me, sentendo la fica succhiarmi a ogni ritirata. Lei venne di nuovo, più forte, con un grido che le finestre non avrebbero tenuto dentro, e io sentii le pareti calde chiudersi a ondate intorno al mio cazzo. Continuai a spingere attraverso il secondo orgasmo finché lei mi afferrò i polsi e mi tenne, non per fermarmi, per non essere lasciata sola in quella caduta che le toglieva la posa di dosso.

Quando il secondo piacere le lasciò le gambe molli, Zara mi spinse sulla schiena e mi cavalcò. Si infilò il mio cazzo da sola, lenta all’inizio, poi con un ritmo che era tutto suo, i palmi aperti sul mio petto. La guardavo da sotto, i seni, il viso che non era più da campagna, la bocca socchiusa, e capivo che stava scegliendo di essere vista così, sudata, aperta, piena. Le misi le mani sui fianchi e la lasciai decidere la profondità. Lei si alzava fino a quasi farmi uscire e poi ridiscendeva tutta, e ogni volta un suono le usciva dalla gola, basso, sporco, suo.

«Sborrami dentro», disse, corta di nuovo, perché i miei occhi erano su di lei. Io le tenni i fianchi e spinsi dal basso, e il piacere mi salì lungo la schiena come una cosa che non potevo più educare. Venni nella sua fica con un gemito basso, a ondate, e lei si strinse intorno a me per prenderla tutta, dondolandosi ancora, come se volesse sentire lo sperma muoversi in fondo. Restò lì, piena, con le cosce che le tremavano, e mi guardò senza chiedere se era stato troppo. Poi si sollevò, e il mio cazzo uscì lucido, e lei si chinò e me lo prese in bocca, succhiando quello che colava, mescolato a lei, con una precisione che mi fece gemere di nuovo.

Il gusto di noi due le riempì la lingua e lei non si tirò indietro. Mi leccò la testa, il nastro, le palle, lenta e affamata, e io le accarezzai i capelli sentendo ancora i postumi battermi nelle vene. Zara alzò gli occhi e mi tenne lo sguardo mentre aveva il cazzo in bocca, e in quello sguardo c’era il disagio di chi sa che al mattino non potrà più indossare la posa, e c’era anche il desiderio di restare comunque. Io le dissi, senza alzare la voce, che un adulto laggiù poteva vederla in ginocchio, con lo sperma sulle labbra, e lei non chiuse le gambe. Anzi, le aperse di più, e mi guidò la mano di nuovo tra le cosce bagnate.


Ci leccammo sul tappeto, sotto le finestre. Io le aprii la fica con le dita e succhiai il mio stesso sperma mescolato al suo, e Zara inarcò la schiena e mi premette il viso contro con una forza che non chiedeva scusa. Lei mi prese il cazzo ancora mezzo duro e lo leccò lungo la vena, poi lo succhiò finché tornò a tesersi in bocca, calda, stretta, paziente. Il soggiorno odorava di sesso e di pioggia ferma. Qualche auto passò sotto, lenta, e la luce dei fari le attraversò le cosce nuda. Entrambe sapevamo che scegliere quelle tende aperte era una cosa che volevamo, e il disagio di essere troppo visibili ci teneva bagnate, ci teneva attaccate l’una all’altra.

La riscopai lì, sul pavimento, una gamba sua sulla mia spalla, e lei mi guardava senza brief, senza la richiesta di essere raffinata. Le parlavo mentre la prendevo, frasi intere sul suo culo, sulla sua fica che mi prendeva, sul fatto che la strada poteva vederla venire, e lei rispondeva a pezzi quando i miei occhi la inchiodavano. Quando voltò la faccia verso il vetro, le frasi le si allungarono e restarono aperte. «Se resto... se al mattino tu mi vedi sveglia... io non so se il lavoro...» Lasciò la frase incompleta, e io le baciai il collo e continuai a scoparla, perché la risposta non era una garanzia, era il fatto che non si alzava, che spingeva ancora i fianchi incontro ai miei.

Venne una terza volta con le dita mie sul clitoride e il cazzo dentro, e pianse un poco, non di dolore, di quella fatica di chi smette di preparare la fuga prima dell’alba. Le pulii le guance con i pollici e non le dissi che era forte, non le dissi che era bella, perché quella lode l’aveva già sentita troppe volte e la trattava come rumore. Le dissi che la stavo guardando per come si portava, con le gambe aperte e lo sperma che le colava sulla coscia, e lei chiuse gli occhi e annuì, e quella era la catarsi che non voleva più chiamare incidente. Restammo così, ancora dentro, ancora visibili al vetro, finché il respiro le si fece lento e lei mi tenne la mano sul ventre come se temesse che io mi ritirassi troppo presto.


All’alba io ero sveglia e la guardavo senza brief. Zara non si alzò. La luce grigia di Milano le arrivava sul viso, sul seno, sul segno dei miei denti all’interno della coscia, e lei restò nel letto che non era un set, con i capelli sparsi sul cuscino e la bocca ancora gonfia di sonno e di me. Parlò a frasi lunghe, incompiute, perché in quel momento non era sotto uno sguardo da campagna e poteva lasciare le cose aperte. «Io parto sempre prima che l’altra mi veda sveglia, e ogni volta la domanda si avvicina, se resterò, se qualcuno mi guarderà senza dirmi come stare. Stanotte non ho preparato i vestiti. Non ho messo la sveglia. Se resto, il prossimo booking che vuole soltanto il viso raffinato non ha più senso, e io lo so, e ti chiedo di tenermi comunque, qui, adesso, senza una posa da indossare.»

Io la tenni. Le braccia intorno alla schiena, il naso nei suoi capelli, e sentii il suo respiro cambiare, farsi più lento, come se il corpo avesse capito prima della testa che la fuga non era più pronta. Non le promisi il mercato. Non le promisi che la moda l’avrebbe voluta così, nuda di posa, visibile per come si portava. Le baciai la spalla e le misi una gamba tra le sue, e restammo sveglie un poco, nude, con le finestre che adesso mostravano il giorno e non più il lampione. Zara non si alzò per andarsene. Chiese di essere tenuta un’altra volta, con la voce bassa, e io la tenni finché il sonno la riprese, e quella volta non fuggì prima che io la vedessi sveglia.


Ci svegliammo tardi, e lei era ancora lì. La vidi di giorno, senza trucco da set, con un segno sul collo che nessuna campagna avrebbe accettato come raffinato, e quella vista mi fece male e mi riempì nello stesso respiro. Facemmo colazione in cucina, nude sotto due camicie mie, e lei mi prese in giro un poco, quanto basta perché passasse ancora per educazione, poi lasciò cadere quella maniera quando vide che io non stavo recitando. Mi chiese del caffè e io glielo feci, e le nostre ginocchia si toccavano sotto il tavolo come se il sesso della notte fosse ancora una domanda calda, aperta, non risolta.

Prima di uscire si vestì con i suoi vestiti, non con una posa, e io la guardai allacciarsi il cappotto sapendo che il prossimo lavoro che la voleva soltanto raffinata non l’avrebbe più ripresa. La accompagnai alla porta e la baciai in bocca, lenta, e lei non girò la faccia. Zara Chen uscì di giorno senza booking, sapendo che d’ora in poi chi la guarda dovrà accettare come si porta, e non so se il mercato della moda lo farà. La conseguenza la seguì fuori dalla porta, attaccata al cappotto come un odore che non si lava. Io restai sulla soglia e la vidi scendere le scale, e lei non corse.