
Zara dopo l'allenamento
Racconto lesbico in palestraQueer11 min di lettura
Un racconto di Zara Chen
Zara entra in una palestra quasi vuota con chiavi che non dovrebbe avere. Martina la fa allenare senza chiederle chi è. Tra una serie e l'altra il contatto diventa sesso, e la sala stretching non è abbastanza chiusa.
L’alba di Milano in autunno filtra dalle vetrate alte della palestra come una luce grigia e umida, e io giro la chiave nella serratura sapendo che alle sei e un quarto non dovrebbe esserci nessuno. L’aria dentro sa di gomma nuova e di ferro freddo, e il silenzio è così netto che sento il ticchettio del mio orologio prima ancora di accendere le luci basse lungo la corsia dei pesi. Invece sul tappeto, già scalza, una ragazza piega il busto in avanti con una precisione che non appartiene a chi si allena per abitudine. Ha venticinque anni, lo capisco dalla pelle e da come tiene il peso sulle piante dei piedi, e io ne ho ventinove e un turno che comincia prima del traffico. Non le chiedo chi è. Noto come muove le spalle, la linea della schiena, il modo in cui il tessuto della canotta le aderisce senza cercare attenzione. La canotta è chiara, un po’ stinta ai bordi, e quando inspira il tessuto si tira tra le scapole come se il corpo sapesse già di essere osservato e scegliesse di non nascondersi. Ha aperto con un mazzo che non le spettava, il corpo ancora acceso come se venisse da un’altra stanza e non dal sonno.
Mi fermo accanto al rack dei manubri e la guardo finire la serie. Lei non accelera, non si interrompe, e io resto lì a contare i secondi in cui il suo respiro si allunga e poi si chiude. Quando si raddrizza, il viso è pulito, senza trucco, e io non lo riconosco dalle campagne che girano in città. Riconosco altro. Il modo in cui porta il peso, la quiete delle scapole, quella disciplina che non si improvvisa. Una goccia di sudore le scende lungo la tempia e lei la ignora, come ignora me, finché i nostri sguardi non si incontrano per davvero.
«Sei in anticipo», dico, e la voce mi esce più bassa di quanto vorrei. Lei mi guarda e sorride come se la frase potesse ancora continuare da sola. Gli occhi sono scuri, svegli, e nel sorriso c’è una pazienza che non è cortesia.
«Il tappeto era libero», risponde, e basta. Poi si mette in posizione per lo squat e io mi avvicino per correggerle l’angolo del ginocchio, che è già perfetto. Le mie mani scendono sulle anche per abitudine professionale e restano lì un secondo di troppo. Sotto i palmi sento il calore, il tessuto tecnico sottile, il respiro che le cambia quando non si sposta. Le dita mi premono un poco di più, abbastanza da farle capire che ho notato, e lei non si scosta, non scherza, tiene lo sguardo fisso davanti a sé come se il movimento fosse ancora solo allenamento.
«Ancora», le dico. «Più lento.»
Lei obbedisce e il movimento le apre le cosce. Io sto troppo vicina. Nella sala ci sono solo i nostri passi e il rumore lontano della caldaia. Fuori, Milano è ancora spenta. Sento l’odore della sua pelle, sapone e qualcosa di più caldo, e quando torna su la schiena mi sfiora il petto per un istante che lei non corregge.
La seconda serie la faccio da dietro, una mano ferma sul sacro, l’altra bassa sulla cresta dell’anca, e Zara non finge di non sentirlo. Il suo nome me lo sono detto da sola, nel silenzio, come se il corpo lo avesse già pronunciato. Quando torna su, ruota il busto e la bocca mi arriva addosso prima del pensiero. Il bacio sa di dentifricio e di sonno mancato. Lei mi prende il labbro inferiore tra i denti con una leggerezza che è già una decisione, e io la spingo contro il rack finché i dischi le toccano le scapole. Le mani le scivolano sotto la canotta, trovano i capezzoli già duri, e lei emette un suono breve, finito, come se qualcuno la stesse ancora guardando. Le palme le coprono i seni, li pesano, e lei inarca la schiena contro il ferro senza chiudere gli occhi.
«Qui no», dico, e non lo penso davvero. Lei ride contro la mia bocca.
«Qui sì», fa. Poi, più piano, mentre io le abbasso la vita dei pantaloni da allenamento: «Se ti fermi adesso…»
Non finisce. Non la sto guardando in faccia. Le dita mie scendono sotto l’elastico, oltre il cotone già umido, e trovano la fessura calda, aperta, la clitoride gonfia come se avesse camminato fino a qui tenendola stretta. La sfioro e lei apre le gambe quanto il pantalone glielo consente. Due dita le spingo dentro senza preamboli e lei è così bagnata che il palmo mi sbatte contro il pube a ogni spinta. La sto scopando in piedi, tra i pesi, con il gomito che le tiene ferma la vita, e lei mi guarda adesso, quindi parla corto.
«Più forte.»
Lo faccio. Il pollice le preme il clitoride in cerchi stretti mentre le dita le cercano quel punto interno che le fa chiudere gli occhi. Il suo respiro diventa un filo spezzato. Fuori dalla vetrata passa un tram vuoto, giallo nell’alba, e lei si bagna di più come se il rumore le appartenesse. Le dico di tenere le mani sul rack e lei obbedisce anche a quello, le nocche bianche contro il metallo, la bocca aperta sul mio nome che non ha ancora detto.
La tengo in piedi perché voglio vederla cedere senza sdraiarsi. Le dita le escono e rientrano lucide, il suono è osceno e piccolo nella sala enorme. Zara mi afferra il polso e lo guida più a fondo, e in quel gesto c’è tutta l’agenzia che le campagne non le chiedono. Mi morde la spalla sopra la maglia, poi parla di nuovo, breve, perché i miei occhi sono sui suoi.
«Non togliere la mano.»
Non la tolgo. Le allargo le labbra della fica con due dita e ci slitto la terza, e lei trema dalle ginocchia in su. Il suo orgasmo arriva senza teatro, un irrigidimento lungo, un fiotto caldo che mi bagna il palmo e il polso, un gemito che lei morde contro il mio collo. Continuo a muovere le dita finché lei non mi afferra il polso per davvero, non per guidarmi, per fermarmi, e anche quello è una scelta. Resta appoggiata al rack con le gambe aperte e i pantaloni a metà coscia, la fica visibile, lucida, che si contrae ancora. Le labbra le restano gonfie, rosate, e io le guardo pulsare come se il corpo non avesse ancora deciso di chiudersi.
Io le bacio la tempia e lei scuote la testa, già di nuovo giocosa, già di nuovo lontana da qualunque colazione.
«Se mi guardi così», dice, e stavolta la frase resta appesa, perché ho abbassato gli occhi sul suo corpo e lei può permettersi di non chiuderla. Le passo il dorso della mano pulita sulla guancia e lei ci si appoggia un secondo, poi mi morde piano il palmo, un gioco che sa già di dopo.
La stendo sul tappeto della sala stretching, quella con la porta a vetro smerigliato che non chiude mai del tutto. Le sfilo i pantaloni e le mutandine insieme, le lascio la canotta arrotolata sopra i seni, e mi metto in ginocchio tra le sue cosce. L’odore è netto, muschio e sudore pulito, e io le apro la fica con i pollici e la leccio tutta, dalla fessura al clitoride, lentamente, perché voglio che lei senta che non è un servizio. Zara solleva il bacino e me lo preme in faccia. Le succhio il clitoride tra le labbra, lo batto con la lingua, e due dita le rientrano nella fica già aperta, facili, profonde. Lei mi tiene i capelli senza tirare, solo per dirmi dove restare, e quando alzo lo sguardo i suoi seni si muovono sotto il cotone arrotolato con un ritmo che lei non controlla più.
Poi le piego le ginocchia verso il petto. Lei capisce e tiene. Le leccio più in basso, il perineo, il buco del culo che si contrae quando ci passo sopra. La lingua ci insiste, la bagna, e quando il muscolo cede un poco ci spingo un dito, poi due, piano, fino alla prima nocca e oltre. Zara emette un suono che non è breve. La sto leccando la fica mentre le dita le lavorano il culo, e lei si spinge contro tutte e due le cose, affamata, precisa. I suoi seni si muovono sotto la canotta. Io alzo lo sguardo e lei non mi guarda, quindi parla lungo.
«Se continui così io… se mi tieni aperte tutte e due… non so se riesco a stare zitta, e la porta…»
La porta, appunto. La lascio aperta quel tanto che basta. Le dita nel culo le muovo con lo stesso ritmo della lingua sul clitoride, e lei viene di nuovo, più sporca, con un gemito che riempie la sala stretching, le cosce che mi stringono la testa, il culo che mi pulsa intorno alle dita. La leccio finché non si scioglie, poi le bacio l’interno della coscia come se fossimo da qualche altra parte, a casa, dopo. Lei mi accarezza la nuca con dita lente, ancora aperte, ancora umida, e respira come se la sala fosse diventata più piccola.
Il vetro smerigliato si muove. Una donna adulta, maglia scura, borsa da palestra sulla spalla, apre e resta ferma sulla soglia. Ha l’età per capire esattamente cosa sta vedendo: Zara nuda dalla vita in giù, le mie dita ancora nel suo culo, la mia bocca lucida della sua fica. Zara non chiude le gambe. Io non le tolgo le dita. Ci guardiamo, Zara e io, e la scelta è la stessa. Lei solleva un poco il bacino, un invito che non è per me sola, e io le do un’altra leccata lenta, visibile, sulla fessura aperta, mentre la donna sulla soglia respira una volta, profonda.
Zara parla corto, perché adesso ci sono occhi.
«Non chiudere.»
La donna non chiude. Resta. Guarda il modo in cui la mia lingua apre Zara, il luccichio tra le natiche, le due dita che entrano e escono dal culo con una pazienza che è già oscenità. Zara geme di proposito, bassa, e io sento che le piace essere vista così, senza brief, senza posa. La sconosciuta resta abbastanza da far diventare il nostro sesso un fatto, non un incidente. Poi abbassa lo sguardo, fa un passo indietro e se ne va verso gli spogliatoi senza dire niente. La porta resta socchiusa. Io le tolgo le dita dal culo e le bacio la bocca, e Zara mi succhia la lingua come se volesse assaggiarsi. Ride piano contro i miei denti, un suono privato che la sconosciuta non porterà via, e mi tiene il viso tra le palme ancora umide.
Nella doccia l’acqua è già calda. Zara mi spoglia con le mani sicure, mi fa sedere sulla panca di ceramica e mi sale in faccia, le ginocchia ai lati della mia testa, la fica ancora gonfia e bagnata che mi si posa sulla bocca. Si siede per davvero. Il suo peso mi chiude il respiro in un modo che voglio. Le leccio dal basso, il naso premuto contro il clitoride, la lingua che le entra, e lei si dondola sulle mie labbra tenendosi ai rubinetti. L’acqua le scorre sulla schiena, le cola tra le natiche, e io bevo quello che lei mi dà. Quando si alza, un filo le resta sul mento. Lei lo pulisce con il pollice e me lo mette in bocca, e io lo prendo senza discutere.
Poi è lei a mettermi contro il muro bagnato. Le sue dita mi aprono la fica senza chiedere, tre, perché sono già pronta da prima, e mi scopa con un ritmo da chi ha deciso il tempo. Il palmo le batte sul clitoride. Mi bacia mentre lo fa, e il bacio non è da spogliatoio. È da dopo, da letto, da nome lasciato sul comodino. Io chiudo gli occhi e lei mi parla corto, perché mi sta guardando.
«Vieni così.»
Vengo così, stretta alle sue dita, l’acqua negli occhi, un suono che lei mi beve dalla bocca. Non mi lascia finire di tremare. Si inginocchia, mi apre le natiche con i palmi e mi lecca la fica da sotto, poi sale al culo e ci gira la lingua intorno, insistente, sporca, finché le ginocchia non mi mollano. Mi tiene. Mi lecca tutt’e due le cose come se avesse tempo, e io le metto una mano nei capelli bagnati e la lascio fare perché è lei che comanda adesso, ed è lei il centro di questa stanza di piastrelle.
Quando si rialza, la bacio sotto l’acqua e il bacio dura troppo per essere un favore. Le tengo il viso. Lei mi tiene i fianchi. Per un attimo penso al caffè di fronte, al modo in cui le ho messo la mano sulla schiena come si fa con una persona che rivedrai. Lei mi appoggia la fronte alla mia e resta lì, gli occhi chiusi, l’acqua che ci copre le spalle come se potesse tenerci ancora un poco.
Ci vestiamo nello spogliatoio ancora vuoto. Zara si tira su i capelli e mi guarda nello specchio, e io dico la cosa che ho tenuto da quando l’ho vista sul tappeto.
«Non è il viso. È come porti le spalle. Quello ho notato.»
Lei si ferma. La frase le arriva dove le campagne non arrivano. Sorride, e quando distoglie lo sguardo dallo specchio la voce si allunga, non finisce.
«Se restassi a colazione adesso sarebbe… e io domani ho già i bagagli, e la montagna, e non so se…»
«Zara», dico, e lei mi guarda di nuovo, quindi si accorcia.
«Devo partire.»
Le chiedo di uscire insieme, un caffè, niente di più, e lei scuote la testa con quella gentilezza che è già un rifiuto preciso. Il servizio è un campeggio per una campagna natural, le Dolomiti, lontano dai flash dello showroom. Lo dice come si dice un orario. Io le sistemo la canotta sulla spalla e il gesto è da coppia, e lei lo ribalta subito, mi pizzica il polso, mi fa la linguaccia bagnata, torna al gioco perché il calore le costa troppo.
«Almeno una volta», le chiedo, e la voce mi esce nuda. «Resterai fino a dopo?»
Lei mi bacia ancora, sotto i neon freddi, un bacio che sa di sì e di no insieme. Non risponde. Prende la borsa, le chiavi che non dovrebbe avere, e attraversa la palestra verso l’uscita mentre Milano si accende. Io resto sulla soglia degli spogliatoi con la domanda aperta, e lei parte già decisa a sporcarsi lontano da qualsiasi obiettivo, prima che io la veda sveglia in un letto che non è di passaggio.