
Harper in spiaggia dopo il chiuso
Avventura erotica in spiaggiaVacanze11 min di lettura
Un racconto di Harper Walker
Harper è sola in spiaggia in Salento quando il lido spegne le luci. L'uomo del bar torna a chiudere e la trova ancora in acqua. Non si dicono i cognomi, e sulla sabbia non c'è nessuno che li fermi.
Ero sceso di nuovo sul pontile di legno con le chiavi del bar strette in pugno quando ho capito che la spiaggia non era vuota. Porto Cesareo, a quell’ora della notte, restituisce il lido al mare e al vento che viene dallo Ionio, e i lettini lasciati fuori sembravano una fila di animali addormentati. Dovevo solo staccare la luce di servizio e chiudere la saracinesca, un gesto che a trentatré anni ripetevo senza pensarci, e invece mi sono fermato. C’era una donna in acqua.
L’acqua intorno era liscia, rotta solo da un cerchio lento. Il vento le muoveva i capelli sulla schiena nuda e portava fino al pontile l’odore dello Ionio, forte, pulito.
Stava ferma fino al petto, i capelli scuri pesanti di sale, e mi ha guardato arrivare come se mi aspettasse da un’ora e non avesse nessuna intenzione di spiegarsi. Aveva venticinque anni, me lo avrebbe detto più tardi senza dargli peso, e il seno nudo le luccicava sotto la luna bassa. Il costume a slip le galleggiava intorno ai fianchi, già tirato via a metà, e non ha fatto il gesto di coprirsi quando ho spento l’ultimo faretto della passerella.
Il buio è sceso tutto insieme. Non l’ha nascosta. Le ha solo reso più nitido il luccichio del sale sulla pelle.
«Hai chiuso tutto», ha detto, la voce piana, come se il resto fosse ovvio. «Anche il banco.»
Ho annuito e non ho aggiunto niente. I silenzi, da me, restano silenzi. Lei ha sorriso in un modo che mi dava ragione troppo in fretta e ha fatto tre passi verso la riva, l’acqua che le scendeva dal petto al ventre con una lentezza che mi ha stretto lo stomaco. Non ha chiesto se doveva andarsene. Mi ha lasciato lo spazio di mandarla via, e io ho tenuto le chiavi e ho taciuto.
Le gocce le correvano lungo i fianchi e le cadevano dallo slip ancora mezzo calato. Non ho distolto gli occhi.
«Mi chiamo Harper», ha aggiunto, arrivando dove l’acqua le bagnava le ginocchia. «Tu sei Matteo. Te l’ho sentito dire oggi, al caffè.»
Il mio nome, in bocca sua, è suonato come una cosa già usata. Mi sono tolto le scarpe sul bagnasciuga e ho sentito la sabbia fredda sotto i piedi. Harper si è fermata a un metro da me, bagnata tutta, i capezzoli stretti, e mi ha guardato la bocca prima degli occhi.
C’era un odore di salsedine e di crema solare rimasta sulla pelle, e sotto, più netto, quello del vino del pomeriggio. La luce della luna le tagliava il viso a metà e le lasciava gli occhi in ombra, eppure sembrava vedere tutto.
«Se vuoi che torni in camera, lo capisco», ha detto, e ha lasciato la frase lì, aperta, perché la chiudessi io.
Non l’ho chiusa. Le ho preso il viso con due mani e l’ho baciata.
La bocca le sapeva di mare e di un vino bianco che le avevo versato nel pomeriggio senza guardarla davvero. Harper ha aperto le labbra senza fretta e mi ha preso il labbro inferiore tra i denti, un morso leggero che non chiedeva permesso. L’ho sentita sorridere nel bacio, il petto bagnato premuto contro la maglia, e le ho scivolato una mano sulla schiena nuda fino a dove lo slip le tagliava i fianchi. Si è stretta a me e ha posato una palma sul cazzo già duro dentro i pantaloni, pesandolo, come se stesse prendendo una misura e la trovasse sufficiente.
«Così», ha mormorato contro la bocca. «Bene.»
La mano le è rimasta lì un attimo di più, le dita che premevano attraverso la stoffa, pesanti, sicure.
Si è inginocchiata sulla battigia senza che glielo chiedessi. L’acqua le arrivava alle cosce, la sabbia le si è attaccata alle ginocchia, e mi ha sbottonato i pantaloni con dita ferme, tirando giù la zip e liberandomi il cazzo che le è venuto a sbattere contro il mento. L’ha guardato un istante, poi l’ha preso in mano e l’ha leccato dalla base alla testa, lenta, la lingua calda sul frenulo, e io le ho messo una mano nei capelli bagnati senza spingere ancora. Ha aperto la bocca e mi ha inghiottito a metà, le labbra strette, e ha cominciato a succhiare con un ritmo che sceglieva lei, la testa che andava avanti e indietro, una mano intorno a quello che non le entrava.
I capelli le cadevano in avanti, bagnati, e le gocce le scendevano lungo la schiena nuda. Ho seguito con gli occhi il movimento della testa, lento, deciso, e ho sentito il calore della bocca salire fino allo stomaco.
Per un po’ ho lasciato fare. Sentivo la gola che si allargava un poco alla volta, la saliva che le scendeva sul mento e le gocciolava tra i seni, e il rumore umido si mescolava a quello piccolo delle onde. Poi Harper ha alzato gli occhi, mi ha tenuto lo sguardo, e ha smesso di decidere lei. Ha allentato la presa sulla base, ha posato le mani sulle mie cosce e ha aperto di più la bocca, aspettando. Le ho afferrato i capelli con tutte e due le mani e ho spinto fino in fondo. Il capo le ha toccato la gola e lei ha fatto un suono basso, strozzato, senza tirarsi indietro. L’ho scopata in bocca così, piano prima e poi più a fondo, sentendo il naso schiacciato contro il pube, le labbra che le si arrossavano, gli occhi che le lacrimavano senza che smettesse di tenermi lo sguardo. Ogni spinta le usciva un filo di saliva dal canto della bocca. Respirava quando glielo permettevo, e quando riaffondavo chiudeva gli occhi un attimo e poi li riapriva, come se volesse vedere tutto.
Le ginocchia le affondavano nella sabbia bagnata. Le ho tenuto ferma la testa e ho sentito la gola chiudersi e riaprirsi intorno al cazzo, calda, stretta, e il respiro le usciva dal naso a scatti.
Mi sono trattenuto sull’orlo, il cazzo che le pulsava sulla lingua, e l’ho tirato fuori lucido e teso. Harper ha tirato un fiato, si è passata il dorso della mano sulle labbra, e si è alzata con le ginocchia sporche di sabbia.
«Il lettino», ha detto. «Quello lì è ancora fuori.»
L’ho presa in braccio quanto bastava per farle perdere l’equilibrio e l’ho portata al primo lettino della fila, il tessuto ruvido ancora caldo di giornata. Harper si è stesa da sola, ha alzato il bacino e mi ha guardato mentre le sfilavo lo slip lungo le gambe. La figa le era già aperta, le labbra scure lucide di lei e di mare, il clitoride gonfio in mezzo.
Ho sentito l’odore, forte, misto di mare, e le ho aperto di più le cosce con le palme.
Mi sono inginocchiato tra le cosce e le ho messe sulle spalle, e l’ho leccata tutta, da sotto in su, la lingua piatta sulla fessura, poi a punta sul punto più duro. Ha tirato su le ginocchia e mi ha premuto la testa contro, senza vergogna, e ho sentito il sapore salato mescolarsi a quello più denso, più suo.
L’ho succhiata con calma, le labbra intorno al clitoride, due dita che le ho cacciate dentro e le ho mosse verso l’alto cercando il punto che le faceva chiudere la gola. Harper ha preso il bordo del lettino e ha spinto il bacino contro la bocca, bagnandomi il mento, e ha detto il mio nome una volta sola, bassa, come se non volesse darlo troppo. Le ho messo un terzo dito e l’ho sentita stringersi, calda, già vicina. L’ho leccata più dura, la lingua che premeva a ritmo con le dita, e lei è venuta con le cosce che mi hanno stretto le orecchie, un lungo tremito che le partiva dal ventre e le arrivava ai piedi. Non ha urlato. Ha tirato l’aria tra i denti e mi ha tenuto lì finché le pulsazioni non le si sono allargate, e solo allora ha allentato le gambe.
Le ho tenuto le gambe aperte un attimo di più. La figa le pulsava ancora, vuota, lucida.
Mi sono alzato, le ho spalmato la figa con il palmo, e lei ha seguito il gesto con gli occhi, ancora aperta, ancora che mi voleva dentro.
«Adesso», ha detto. «Senza fare il bravo.»
Le ho piegato le ginocchia sul petto e le ho messo il cazzo dentro con una spinta sola, fino in fondo, sentendola calda e stretta e già tutta scivolosa. Harper ha aperto la bocca e non ha fatto in tempo a chiuderla.
Un suono le è uscito dalla gola, basso, e le unghie le si sono chiuse sul bordo del lettino.
L’ho scopata sul lettino tenendole i polsi sopra la testa, il legno che scricchiolava, i seni che le ballavano a ogni colpo. Mi guardava fisso, e ogni volta che affondavo stringeva intorno al cazzo come se volesse tenermi lì. Le ho lasciato i polsi e le ho preso le tette, i capezzoli duri tra le dita, e ho accelerato, le anche che le battevano contro le mie, il suono umido e sporco che copriva il mare.
«Più forte», ha detto, e gliel’ho data più forte, il lettino che si è spostato di un palmo sulla sabbia. L’ho sentita venire di nuovo, più corta, un contrarsi veloce che mi ha quasi trascinato dietro, e ho dovuto fermarmi un attimo, il cazzo sepolto, per non finire. Harper ha riso sotto voce, quel riso che concedeva tutto e non chiedeva scusa, e ha mosso lei i fianchi, lenta, prendendomi fino in fondo mentre io restavo fermo.
«Sulla sabbia», ha detto. «Voglio sentire la terra.»
L’ho tirata giù dal lettino e l’ho stesa sulla battigia, la schiena che si è sporcata subito, i capelli pieni di granelli. Mi sono messo tra le gambe e l’ho ripresa, questa volta con lei che mi teneva il culo con tutte e due le mani e mi tirava dentro. La scopavo e vedevo il cielo dietro la testa, una striscia chiara di stelle, e sotto di me Harper che apriva la bocca senza suono ogni volta che le toccavo fondo.
La sabbia le scricchiolava sotto le scapole a ogni spinta. L’ho tenuta ferma per i fianchi e l’ho chiavata a fondo, sentendo ogni centimetro, il calore, la stretta, il mare che arrivava vicino e si ritirava.
Le ho messo un pollice sul clitoride e l’ho strofinata mentre la chiavavo, e lei ha alzato i fianchi e ha venuto ancora, bagnandomi le palle, stringendomi tanto che ho dovuto uscire di colpo. Le ho sborrato sulla pancia, il primo getto caldo che le è arrivato sotto le tette, il secondo e il terzo che le ho sparso sul ventre con la mano, bianchi sul sale e sulla pelle. Harper ha guardato lo sperma, ci ha passato due dita, se le è messe in bocca e ha succhiato come se fosse la cosa più semplice del mondo.
Poi si è girata su un fianco, mi ha preso il cazzo ancora duro e umido di lei, e se lo è cacciato in bocca fino in gola. Mi ha succhiato pulito, lenta, leccandomi anche le palle, e quando ho sentito che stavo per venire di nuovo le ho tenuto la testa e ho finito lì, in bocca, a scatti. Ha inghiottito. Si è passata il pollice sull’angolo delle labbra e l’ha leccato, e mi ha guardato da sotto senza cambiare voce.
«Ancora un po’», ha detto. «Non andare via dal bar.»
L’ho sollevata in piedi e l’ho portata verso il chiosco, lei nuda, io con i pantaloni a metà coscia, il cazzo che mi si rialzava già solo a sentirle il culo contro. La saracinesca del bar era fredda, metallica, abbassata fino a un palmo da terra. Le ho girato le spalle contro quel ferro e le ho alzato una gamba, e sono rientrato in lei di slancio, in piedi, tenendola su per la coscia. Harper ha preso fiato e ha appoggiato la nuca alla saracinesca, gli occhi semiaperti, e si è fatta scopare così, sollevata, il metallo che le segnava la schiena. Ogni spinta le faceva battere le spalle, e il suono era sordo, diverso da quello della sabbia, più chiuso.
Il ferro le raffreddava la pelle. Ho sentito i muscoli della coscia che tenevo, tesi, e il peso tutto addosso, e ho spinto ancora, più lento, per farle sentire tutta la lunghezza.
A un certo punto ho visto qualcuno. Un uomo, lontano, sulla strada sterrata dietro le dune, una sagoma sola che camminava verso il paese con le mani in tasca. Non correva e non si fermava. Harper ha seguito quella figura con lo sguardo e non ha chiesto di coprirsi. Ha allargato di più la gamba che tenevo e ha spinto il bacino contro di me, più fondo, come se volesse che quello, se avesse voltato la testa, vedesse il cazzo che le entrava. L’ho chiavata più dura, le tette che le saltavano, e lei ha tenuto gli occhi su quella sagoma finché non è scomparsa tra i pini. Poi mi ha preso la faccia e mi ha baciato con la bocca aperta, ansimando nel bacio, e sono venuto dentro di lei stavolta, a fondo, tenendola sollevata, sentendo lo spasmo che mi svuotava e lei che stringeva per prendermi tutto.
L’ho lasciata scendere piano. Le gambe le tremavano. Si è appoggiata un attimo alla saracinesca con la fronte, nuda, sporca di sabbia e di me, e ha tirato su lo slip da terra con un piede, senza metterselo ancora.
Ci siamo rivestiti senza parlare molto. Io mi sono rialzato i pantaloni e ho trovato le chiavi dove le avevo lasciate, sul davanzale del bar. Harper si è rimessa lo slip, ha raccolto il reggiseno dal pontile e se lo è allacciato dietro la schiena con un gesto abituale, i capelli ancora pieni di mare. Sembrava che potesse andarsene da un momento all’altro, e io non le ho chiesto di restare perché non l’aveva chiesto lei, e quella era la forma che avevamo trovato in quelle ore.
L’aria della notte le seccava il sale sulla pelle. Non ho detto niente mentre si vestiva. Non c’era niente da dire che non avessimo già fatto.
Si è fermata vicino al cancello, già oltre la luce morta dei faretti, e mi ha guardato come se stesse per dire un’altra cosa, un cognome, qualcosa che la rendeva una persona al mattino e non solo un corpo sulla battigia. Ha aperto bocca e l’ha richiusa. Ha sorriso di nuovo in quel modo breve che lasciava a me il posto vuoto.
«Vado in campeggio in Maremma», ha detto, già un passo sulla passerella, la voce uguale a quando aveva chiesto il caffè, come se quella frase potesse contenermi e io potessi seguirla senza che nessuno lo dicesse fino in fondo.
Non ho fatto in tempo a rispondere. Era già oltre il cancello, la sagoma che si perdeva verso la strada, e io sono rimasto con le chiavi in mano e la saracinesca alle spalle, a guardare il punto in cui aveva smesso di esserci.