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Katarina Horvat

Katarina sulla riva del vichingo

Storia erotica vichinghiStorico13 min di lettura

Un racconto di Katarina Horvat

Katarina, ventidue anni, è ospite libera in un accampamento vichingo sulla costa, tenuta a tavola per il viso che fa da pegno di pace. Dopo il banchetto sceglie Harald e lo segue sulla riva. Lui non la adora: la usa, e lei lo vuole così.

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La sala dell’accampamento teneva il calore come una bocca chiusa. Fuori l’inverno premeva sul fiordo norvegese e il vento strappava la neve dalle rocce nere, ma dentro le torce facevano luccicare i piatti di legno e le facce unte di grasso. Katarina Horvat, ventidue anni, sedeva al centro del banco d’onore, e tutti sapevano perché stava lì. Il viso le era stato messo al tavolo come pegno di pace, un accordo tra capi che non le chiedeva la voce. Bastava che restasse ferma, che mangiasse poco, che non si alzasse prima della fine dei brindisi.

Stavo tre posti più in là, con la spalla contro un palo e il corno ancora pieno. La guardavo perché la guardavano tutti, e perché non abbassava gli occhi verso il brodo. Qualcuno, in un’altra luce, l’aveva già tenuta ferma per copiarle il viso, e lo si leggeva nella schiena dritta, nel polso posato sul legno come su un bracciolo. I capi parlavano di rotte e di scudi. Katarina ascoltava con l’aria di chi sta in una stanza piena e decide, da sola, quando uscirne.

Si alzò senza chiedere permesso. Il silenzio si ruppe a pezzi, prima dai vicini, poi da tutta la sala, come un tessuto che cede lungo la cucitura. Attraversò lo spazio tra i banchi con il passo di chi entra e trova il posto già suo, e si fermò davanti alle mie ginocchia. Aveva una pelliccia chiara sulle spalle e sotto una tunica scura fermata in vita da una cintura di cuoio. Nel pugno destro teneva un disco piccolo, una moneta, e le nocche erano bianche intorno al metallo.

«Harald», disse, e la voce mi arrivò bassa, senza teatro. «Devi prendermi stanotte, e devi farlo senza cerimonia. Non voglio un altro uomo che mi guarda come si guarda un altare. Voglio uno che mi usa, che mi mette dove gli pare, che non mi chiede se il viso è dritto. Se resti seduto, resto il pegno, e questa cosa mi sta stretta.» L’angolo della bocca si alzò appena, e il tono si fece più caldo, come se avesse deciso che il peso della frase andava spezzato. «Non ti sto chiedendo di essere gentile. Ti sto chiedendo di alzarti prima che qualcuno mi rimetta a sedere con una mano sulla spalla.»

Mi alzai. La sala restò alle spalle con il suo rumore di ossi e di risate che faticavano a riprendere. Camminava davanti sulla neve battuta, e gli stivali facevano un suono secco, regolare. L’accampamento si affacciava sulla riva: fuochi bassi, tende di pelle, barche tirate in secco come animali morti. Più in basso l’acqua nera del fiordo leccava i sassi, e il freddo entrava sotto le maniche, preciso, senza fretta.


Sulla riva il vento tagliava la faccia. Mi fermai e si voltò. I fuochi del campo restavano visibili alle spalle, un arco basso di luce tra le tende, abbastanza vicino perché chiunque fosse uscito dalla sala per l’aria o per il vino potesse vederci interi, senza un’ombra che coprisse i corpi. La neve alle caviglie era dura. L’acqua faceva un rumore piccolo, continuo, contro la ghiaia.

«L’hai scelto tu», dissi, e volli sentirglielo dire con la bocca, non solo con i piedi che mi avevano seguito fuori dal caldo. Katarina chinò il viso e poi lo rialzò. Gli occhi tenevano un calore che il vento non spegneva, e la risposta arrivò intera, senza fretta, come tutte le cose che diceva quando voleva essere presa sul serio.

«L’ho scelto. Ti ho scelto. Se adesso mi metti in ginocchio, è perché l’ho chiesto io.» Fece un respiro visibile, un fiato bianco tra noi. «Non inventarti un culto, Harald. Non ho bisogno che mi salvi da quello che voglio. Sei già nella mia notte. Fai come se lo sapessi da prima.»

Le afferrai la pelliccia e gliela aprii. Il freddo le prese le spalle nude e i capezzoli si fecero duri sotto il panno della tunica, due punti tesi che il tessuto non nascondeva. Le alzai il lembo fino alla vita. Non portava nulla sotto. La fica era già umida, il pelo scuro stretto dalla pelle d’oca, e quando ci passai il dorso della mano Katarina aperse appena le gambe sulla ghiaia, un movimento piccolo e deciso. La girai verso i sassi e la posi a quattro zampe, le ginocchia sulla riva bagnata, i palmi aperti, la schiena lunga nel vento. Dietro di noi i fuochi continuavano a bruciare. Qualcuno, da lassù, poteva vedere la pelle nuda, il culo alzato, le mie mani sui fianchi.

Le aprii le natiche con i palmi e le sputai sulla fica. Lo sputo scese lento tra le labbra già aperte, e ci passai il dito, poi due, fino a sentire il caldo che il fiordo non aveva, un calore stretto che mi prese le nocche. Un suono le uscì dalla gola, basso, senza parole. Mi sbottonai i pantaloni di lana. Il cazzo era già duro, grosso dal sangue e dalla fretta, e lo fregai tra le labbra di lei, su e giù, senza entrare, spalmando l’umido sul glande finché tutto fu viscido. Katarina abbassò la testa e spinse il bacino indietro, cercando.

«Harald», disse, e questa volta era un respiro più che una chiamata. «Dentro. Adesso. Non mi fare aspettare sulla riva come una stupida.»


La presi in una spinta sola. La fica era stretta e calda, e il corpo le andò in avanti sui palmi, un verso rotto che il vento portò verso le tende. Le afferrai i fianchi e cominciai a scoparla forte, con colpi lunghi che le facevano battere le tette contro l’aria gelata. Ogni spinta le usciva in un gemito basso, e il sesso faceva un suono umido, osceno, chiaro nella notte. Non rallentai. Non chiesi niente. Le cosce le tremavano già, e l’acqua le bagnava le ginocchia a ogni ondata piccola.

Guardavo la schiena, la linea dei capelli scuri che le cadeva sulla nuca, il pugno ancora chiuso sulla moneta. Dal campo una figura si stagliò un attimo tra due tende, ferma, e poi sparì. Katarina alzò la testa da quella parte, vide la luce dei fuochi, e invece di chiudersi si aprì di più. Spinse il culo indietro contro di me, cercando il cazzo più a fondo, e la voce le si ruppe in un verso che non aveva più la misura della sala.

«Così», disse, e le parole le uscivano a pezzi, tra una spinta e l’altra. «Forte. Voglio che vedano che non sto più ferma. Voglio che il banco resti vuoto e che qualcuno, lassù, capisca perché.»

Le diedi quello che chiedeva. Le afferrai i capelli con una mano e tirai la testa indietro, e l’altra le teneva un fianco fermo mentre il pube mi batteva contro il culo a ogni colpo. La fica le sgocciolava lungo le cosce, e il freddo le asciugava subito quella scia, lasciandole la pelle lucida, sporca. Sentivo le pareti stringermi, umide, avide, un calore che saliva lungo la pancia e mi toglieva il respiro. Continuavo. Il peso del corpo le teneva le braccia piegate, e i palmi scivolavano sui sassi bagnati. Un gemito più alto le uscì quando le toccai il clitoride con due dita, senza delicatezza, strofinando in tempo con le spinte, e le ginocchio le si allargarono ancora.

Stava già vicina. Lo capivo dal modo in cui le spalle le si chiudevano e dalle dita che graffiavano la ghiaia, cercando presa. Non le diedi il tempo di arrivarci. Uscì quasi un lamento, delusa e accesa insieme, quando sfilai il cazzo, lucido dell’umido, che fumava un attimo nel gelo. Restò a quattro zampe, il culo alto, la fica aperta e rossa, e voltò il viso quanto poteva, gli occhi lucidi, la bocca già pronta a qualcosa che non era una battuta.


Le sputai sul cazzo. Lo sputo scese caldo sul glande e lo spalmiai con la mano, una, due volte, finché fu viscido e pesante. Le girai la testa con i capelli raccolti nel pugno e le misi il cazzo in bocca. Katarina lo prese senza esitazione, le labbra tese intorno, la lingua piatta sotto, e un suono le vibrò in gola appena il glande le toccò il palato. Le tenni i capelli duri e cominciai a usarle la bocca come le avevo usato la fica, con spinte che le arrivavano in gola e le facevano lacrimare gli occhi.

Non si tirò indietro. Una mano le restava sui sassi, l’altra mi afferrò la coscia, non per fermarmi, per tenersi mentre la testa le veniva condotta. La saliva le scendeva dal mento e cadeva sul petto, una scia calda che il vento raffreddava subito, e il cazzo le usciva lucido e ci rientrava con un rumore umido, rotto, che arrivava chiaro fino ai fuochi. Se qualcuno guardava dalla riva dell’accampamento, vedeva una donna in ginocchio sull’acqua bassa, con la testa tenuta, e un uomo che le fotteva la bocca senza fretta di finire, il fiato bianco sopra i capelli scuri.

«Guarda su», dissi, e alzò gli occhi. C’era ancora calore, e c’era anche qualcosa che non sapeva nascondere, una fame senza scherzo, nuda come la pelle. Le lasciai la bocca un momento, il filo di saliva teso tra le labbra e il glande, e le passai il pollice sul labbro inferiore, spingendolo giù. Katarina tirò la lingua e mi leccò il dito, poi il cazzo, con una lentezza che non aveva niente della posa del tavolo.

«Ancora», chiese, e la voce era roca, sporca di saliva. «In gola. Non fare il delicato adesso. L’ho chiesto io, ricordatelo mentre mi tieni i capelli.»

Le rientrai in bocca e le tenni la nuca. Spinsi fino a sentire la gola chiudersi intorno, stretta, calda, e un suono soffocato mi vibrò contro il cazzo, lungo, umido. Restai lì un respiro, sentendo le lacrime che le scendevano dritte sulle guance, poi tirai indietro, poi di nuovo, fino in fondo, finché il naso le si schiacciò contro il pube. Le ginocchia le si erano aperte sulla ghiaia. Con la mano libera le raggiunsi la fica e ci misi due dita, poi un terzo dito, e la scopai così, bocca e mano insieme, i polpastrelli piegati in alto, finché le cosce le batterono e un gemito le restò chiuso in gola, intorno al cazzo. Il viso era un disastro bello, saliva, gelo, occhi aperti su di me, e non c’era più la ragazza ferma del banco d’onore. C’era questa, in ginocchio, che prendeva tutto e teneva ancora la moneta nel pugno sinistro, come se il metallo le servisse per non sparire.


La tirai in piedi. Le gambe le vacillavano, e l’acqua le arrivò subito a metà polpaccio, un morso freddo che le strappò un verso tra i denti. La portai più dentro, dove il fiordo le bagnava le ginocchia e la tunica galleggiava intorno alle anche, pesante. La voltai di faccia, le alzai una gamba e la rificcai dentro in una spinta che le fece gettare la testa indietro. L’acqua schizzò. Il freddo di fuori e il caldo di dentro si picchiavano sul cazzo a ogni colpo, un contrasto che mi stringeva lo stomaco e mi faceva spingere più forte, più a fondo, cercando il punto in cui Katarina perdeva l’aria.

Le afferrai le tette, dure per il gelo, e le strinsi i capezzoli tra le dita mentre la fottevo, tirando appena, abbastanza da farle aprire la bocca senza suono. Si aggrappò alle spalle, le unghie nella lana bagnata, e non parlava. Per la prima volta da quando l’avevo vista al tavolo non aveva una frase pronta, niente che tagliasse il peso di quello che le stava succedendo in faccia. Respirava contro il collo, a scatti, e la fica le pulsava intorno, stretta, già vicina a cedere, un calore disperato in mezzo all’acqua nera. I fuochi del campo le dipingevano una metà del viso. L’altra restava in ombra. Chi fosse uscito in quel momento ci avrebbe visti interi, lei con una gamba alzata, io dentro, l’acqua intorno, senza un telo, senza una scusa.

La spinsi più a fondo, con il fiordo che ora ci arrivava a metà coscia. Un gemito le uscì lungo, nudo, senza battuta che lo coprisse, e venne così, con la fronte contro la mia, gli occhi aperti, la bocca aperta senza una parola spiritosa che salvasse la faccia. Il corpo le si piegò, le ginocchia cederono nell’acqua, e la tenni io, il cazzo ancora dentro, mentre le ondate le attraversavano la pancia e le cosce, una dopo l’altra, visibili, violente. Tremava tutta, e non era solo il fiordo. La fica le spremeva in pulsazioni strette, bagnata, e un suono piccolo, quasi stupito, le restò in gola quando l’orgasmo la piegò di nuovo, più fondo, senza che potesse nasconderlo.

Sfilai. La posi seduta su un sasso che l’acqua lambiva, le gambe aperte, il petto che saliva. Le sborrai sulle tette, getti caldi che le solcarono il petto e le colarono sui capezzoli, bianchi sul freddo della pelle, e Katarina guardò scendere quella cosa senza dire niente, con una mano ancora chiusa sulla moneta e l’altra sul mio polso, a tenermi lì. Poi la rialzai, le aprii di nuovo le gambe nell’acqua bassa, e le rientrai nella fica, già piena del suo umido. Due, tre spinte fonde, fino in fondo, e le sborrai dentro tenendole i fianchi fermi mentre il cazzo le pulsava riempiendola, un calore che le uscì già lungo la coscia quando mi ritirai, bianco nell’acqua nera, visibile, sporco. Restò aperta un attimo, con la sborra che le scendeva, e i fuochi alle spalle facevano di tutto quello una cosa che il campo poteva ancora vedere.


Restammo così, il respiro visibile tra noi, l’acqua che ci leccava i polpacci. Le raccolsi i capelli bagnati, salati, e le avvicinai la bocca all’orecchio. Il nome glielo dissi piano, una sola volta, come si dice una cosa che non si può più ritirare.

«Katarina.»

Tremò. Lo sentii lungo tutta la schiena, un brivido che non veniva dal gelo, un cedimento che partiva dal viso e scendeva. Non sapeva dove mettere le mani. La moneta le restava stretta nel pugno sinistro, e le dita non si aprivano. Mi guardò come se le avessi tolta una pelle, e per un momento restò soltanto quello, una donna sulla riva, usata, piena, con il mio fiato ancora nell’orecchio e il viso nudo, senza lo scherzo che di solito le arrivava subito dopo una frase vera. Le pulii le tette con il palmo, lento, raccogliendo la sborra e il sale, e si lasciò fare. Appoggiò la fronte alla spalla e restò lì, il respiro che si calava a poco a poco, le gambe che ancora le tremavano nell’acqua. I fuochi del campo tenevano. Nessuno scese. Il patto, lassù, continuava a mangiare senza quel viso al centro del banco.

«Dillo ancora», chiese a un certo punto, e la voce era piccola, senza taglio. Non lo dissi. Le tenni i capelli e le baciai la tempia, e il tremito le tornò, più breve, come se il corpo non sapesse dove rimettere quello che le avevo tolto. Restò appoggiata, umida, piena, e il pugno sulla moneta non si aprì.


L’alba arrivò bassa, di un grigio che non scalda. Katarina non si avviò verso la sala. Restò sulla riva con la pelliccia tirata sulle spalle bagnate, la tunica attaccata alle cosce, i capelli salati che il vento spostava. Guardava il fiordo. Dietro di noi l’accampamento si svegliava con rumori di legno e di voci, e il banco d’onore, visibile tra le tende aperte, teneva un vuoto che i capi non sapevano come riempire. Nessuno uscì a riprenderla. Il viso della tregua non c’era più a tavola, e sulla riva restava una donna che nessuno teneva.

Si voltò. Aveva ancora la moneta nel pugno. La aprì appena, abbastanza da farmi vedere il conio dalmata, una piccola cosa di un altro mare, e poi richiuse le dita intorno, con una cura che non aveva usato per i vestiti.

«Mi sono stancata degli uomini che mi tengono ferma soltanto per guardarmi», disse, e la voce era piena, senza fretta, ma lo scherzo non arrivò a tagliarla. «Vorrei uno che ha le mani sporche di carbone, che mi sta ricalcando la bocca su una tavola, linea dopo linea, e a un certo punto posa lo strumento. Che mi prende lì, nella stessa stanza in cui mi stava copiando il viso. Non un re. Non un guerriero che mi usa sulla riva. Uno che sceglie di smettere di farmi posa, e mi fotta dove mi stava disegnando.»

Restò in silenzio dopo quella frase, gli occhi sul mio viso, come se volesse capire se l’avevo sentita per lei o per il quadro che aveva lasciato vuoto. Il vento le muoveva i capelli. Non tornò indietro.