
Vera nella laguna del tritone
Storia erotica di sireneFantasy12 min di lettura
Un racconto di Vera Popov
Vera segue il richiamo fino a una laguna di notte. Un tritone la chiama sott'acqua, dove non c'è riva su cui posare. Per uscire deve lasciare qualcosa che non sapeva di recitare.
L’ho vista entrare nell’acqua quando la luna era già alta sulla Laguna di Vena. Il vento d’estate le spingeva i capelli scuri contro la bocca. L’acqua le ha preso prima le caviglie, poi i polpacci, e il fango le si è aperto sotto i piedi con un suono basso, quasi un respiro. Vera si è tolta il vestito sulla riva stretta e l’ha lasciato cadere tra le canne. È rimasta nuda, e il segno sull’anca le pulsava verso il sale. La luna le disegnava le spalle e la linea della schiena. Il seno si alzava piano, come se anche il respiro avesse imparato quella danza. Aveva ventun anni e camminava ancora come chi ha imparato il mondo a forza di danze, lenta e precisa. Io ne avevo venticinque, e appartenevo a quel canale da prima che sapesse il mio nome. L’ho chiamata dal fondo, una nota bassa che non era una voce umana. Ha girato la testa come se avesse atteso proprio quello.
L’acqua le arrivava alle cosce quando la testa mi è emersa a un metro da lei. La pelle mi luccicava di scaglie verdi dove l’anca diventa coda. Le branchie si aprivano sotto la mascella, fessure umide che prendevano l’acqua e la rendevano fiato. Le ho teso una mano palmata, le membrane tese tra le dita. Vera l’ha presa senza esitazione. Le dita si sono chiuse tra le membrane, calde. Non si è ritratta. Ho sentito il polso battere veloce contro il palmo. L’ho tirata verso il canale, là dove il fondo sparisce. Ha seguito, ridendo sotto voce, ancora in superficie, ancora in gioco. L’acqua le scivolava tra i seni e le luccicava sul ventre. Rideva con la bocca socchiusa, gli occhi stretti dal piacere di essere vista.
«Mi stai guardando da quanto, Neris?» ha chiesto, e la domanda era già una risposta.
Le ho messo le mani sui fianchi. L’ho sollevata contro di me, il petto nudo premuto alle scaglie umide. Poi le ho cercato la bocca. Ha aperto le labbra subito. La lingua era calda. L’ho sentita spingere il pube contro il ventre, già bagnata. Sapeva di vino e di notte. Per un attimo le ho sentito i denti, un morso piccolo, poi di nuovo la lingua che cercava. Le ho afferrato i capelli. Le ho piegato la testa indietro e le ho morso il collo. Sotto i denti la pelle sapeva di sale e di notte. Una mano le è scesa tra le gambe. L’ho trovata aperta, la figa calda anche nell’acqua tiepida della laguna. Le ho spinto due dita dentro senza chiedere, perché il modo in cui si è stretta intorno era già un sì. Ha gemuto contro la bocca, un suono basso, e ha cercato il fondo con un piede. Non c’era. Solo acqua nera, e la presa che la teneva.
Le ho strofinato il palmo sul clitoride mentre le dita le lavoravano dentro, lente. Ha inarcato la schiena tentando una posa, una linea, qualcosa da offrire a uno sguardo. L’acqua gliel’ha tolta. Le ho sentito le cosce chiudersi e riaprirsi intorno al polso. Un verso le usciva tra i denti, spezzato, come se avesse voluto trattenerlo. Le ho succhiato un capezzolo, poi l’altro. Le ho sentito il cuore battere contro i denti. Sull’anca la pelle mi scaldava il palmo, una bruciatura viva, e l’ho premuta più forte.
«Pensi che basti questo?» ha detto, con quel sorriso storto che già sapeva di no.
L’ho portata sotto. Una spinta delle braccia, e l’acqua le ha chiuso sopra la testa. I capelli scuri si sono aperti a ventaglio. Gli occhi restavano aperti nel verde scuro. L’ho tenuta per i fianchi e le ho aperto le gambe intorno alla vita, dove le scaglie lasciano il posto alla pelle. Il cazzo mi si è stretto contro la figa, grosso, più fresco del suo corpo. L’ho spinto dentro d’un colpo solo, fino in fondo. Si è aggrappata alle spalle. Le ho sentito le unghie lì, una presa che non era paura. Sott’acqua il suono sparisce. Resta solo la stretta, calda, e le bolle che le uscivano dalla bocca aperta.
L’ho scopata così, tenendola in profondità, con spinte corte e dure che le muovevano tutto il corpo. Vera ha chiuso gli occhi, poi li ha riaperti. Ho visto il bisogno d’aria mescolarsi a quello di restare infilata. Il viso le si contraeva e si allentava a ogni spinta. Le bolle le salivano dai capelli, piccole, verso una superficie che non guardava. Le ho premuto una mano sul petto, non per farle male, per sentirle il respiro che finiva. Quando le labbra hanno cominciato a cercarmi in un bacio senza fiato, l’ho riportata su.
Ha rotto la superficie con un verso rauco, tossendo, i capelli incollati alla faccia. Mi ha guardato con gli occhi lucidi. Non si è allontanata. Mi ha messo una mano sulla mascella, sulle branchie umide, e ha storto la bocca in un sorriso, tossendo ancora. Ha inspirato a fondo, una volta, due. Ha cinto la vita con le gambe e si è tuffata di nuovo contro di me, cercandomi la bocca come se l’aria le servisse meno. L’ho presa sotto, di nuovo. Il cazzo le è rientrato nella figa ancora aperta. Stavolta le ho tenuto i polsi dietro la schiena mentre la penetravo. Il corpo le ondeggiava a ogni spinta. I seni si muovevano lenti nell’acqua. Ho sentito le pareti strette pulsarmi intorno.
L’ho tenuta giù più a lungo. Le ho visto le palpebre battere, le labbra aprirsi in un verso che non usciva. Quando l’ho riportata su ha gemuto forte, quasi un pianto, e ha detto il mio nome contro l’orecchio, bagnato, spezzato. Poi ha inspirato e ha scosso la testa, non per rifiutare, per tornare. L’ho seguita. Sotto, le ho afferrato i capelli e le ho piegato la testa all’indietro, la gola esposta all’acqua. L’ho scopata con spinte lunghe, sentendole il fiato finire di nuovo. Il bacino mi veniva incontro lo stesso. Anche senza aria, anche con la gola esposta, i fianchi le spingevano incontro. Le ho sentito le gambe chiudersi più forte intorno alla vita, come se il fondo le fosse indifferente.
Nelle basse, dove l’acqua arrivava al petto e le canne raschiavano le spalle, l’ho fatta inginocchiare sul fondo molle. Vera ha capito prima che la spingessi. Mi ha preso il cazzo in mano, pesante, lucido di lei e di laguna, e l’ha guardato un attimo con quella curiosità da chi misura uno sguardo. Ha fatto scorrere il pollice sotto, sulla vena. Ha alzato gli occhi un attimo, come a chiedere se stavo guardando. Stavo guardando. Poi ha aperto la bocca e me lo è infilato dentro, calda, umida, e ha cominciato a succhiare con una lentezza che non era pudore. Le ho messo una mano dietro la testa, non per costringerla, per sentirle il ritmo. Ha preso di più, fino a sentirmi in gola, e ha chiuso gli occhi, le ciglia bagnate.
L’ho scopata in bocca con spinte corte, sentendole la gola chiudersi e aprirsi. Una mano le è scesa tra le gambe e si è toccata mentre mi succhiava, due dita nella figa, il pollice sul clitoride. Il suono che le usciva intorno al cazzo era un gemito strozzato, pieno d’acqua e di saliva. Gli occhi le si erano fatti umidi, non di laguna. Ogni tanto si fermava per inspirare, la bocca ancora aperta intorno, poi riprendeva più a fondo. Le ho afferrato i capelli più forte e le ho tenuto la testa ferma quando sono venuto. La sborra le è andata in gola a ondate, calda. Ha inghiottito, tossendo un poco, con gli occhi pieni, e ha continuato a succhiare finché non le ho tirato via la bocca. Un filo le è rimasto sul labbro. L’ha raccolto con la lingua e mi ha guardato da sotto senza pulirsi.
L’ho fatta sdraiare all’indietro, le spalle nell’acqua bassa, le gambe aperte sulle braccia. Le ho messo la bocca sulla figa. Sapeva di sale e di lei. Le ho aperto le labbra con la lingua. L’ho sentita già gonfia, già pronta. Ha fatto un verso piccolo appena l’ho toccata. Le ho leccato il clitoride con la lingua larga, poi l’ho succhiato. Le ho spinto due dita dentro, curve, cercandole quel punto che le faceva inarcare la schiena. Vera mi ha messo una mano sui capelli bagnati e ha spinto, senza chiedere permesso a nessuno. Ha mosso i fianchi contro la bocca come se l’acqua non ci fosse. Le ho sentito le cosce contro le orecchie, calde. Spingeva senza pudore, il bacino che cercava la lingua. L’ho sentita stringersi, bagnarsi di più. Le ho messo un terzo dito, lenta la spinta, e ha gemuto alto, verso la luna, un suono che le canne hanno preso e perso.
«Ancora», ha detto, e non era una domanda.
L’ho girata, il petto contro le canne piegate, il culo fuori dall’acqua bassa. Le ho spinto di nuovo il cazzo nella figa da dietro. Era già aperta, già pronta. L’ho presa con spinte lunghe che le muovevano tutto il corpo. Le ho afferrato un’anca, quella marchiata, e l’ho sentita bruciare sotto il palmo, più forte di prima, come se ogni amante gli avesse lasciato una febbre e io la stessi alimentando. La pelle lì era più scura, viva, e a ogni spinta il calore saliva. Vera ha abbassato la fronte sull’acqua e ha spinto indietro, cercando profondità. Ho visto le spalle tremarle.
«Più forte», ha detto, la voce bassa, spezzata contro l’acqua.
Le ho messo una mano intorno alla gola, il pollice sull’arteria, e ho stretto quanto bastava perché l’aria le diventasse un filo. Il corpo le ha risposto subito. La figa mi si è chiusa intorno, un brivido lungo. L’ho tenuta così mentre la scopavo, sentendole il respiro corto sotto le dita. Quando ho allentato ha inspirato con un verso rotto e ha detto qualcosa in una lingua che non era la mia, un filo d’impazienza, ajde, su, e ha spinto il culo più forte contro di me.
L’ho stretta di nuovo, più a lungo, e le ho accelerato le spinte. Il bacino le batteva contro le natiche. L’acqua schizzava intorno ai fianchi. Quella pelle marchiata mi scottava la mano. Vera ha tentato ancora, per un attimo, di voltarsi, di trovare un angolo, una luce, un modo di stare che fosse anche uno sguardo da offrire. Non c’era riva. Non c’era inquadratura. C’era solo il cazzo dentro, e la mano alla gola, e l’acqua che le toglieva ogni superficie. Ha smesso di voltarsi. Ha abbassato la testa e ha preso. Le ho sentito il respiro corto, umido, contro le canne. I fianchi le andavano incontro senza più cercare un angolo, senza più offrire niente a nessuno.
L’ho sentita venire così, stretta, con un gemito che le ho tenuto sotto il palmo, il corpo che le tremava in tutta la schiena. Non ho seguito. Sono rimasto duro dentro, fermo, e ho aspettato che il brivido le passasse, leccandole la spalla, il sapore di laguna e di sudore. Ha respirato a pezzi, la gola ancora nella mano, e non ha fatto domande.
L’ho portata un poco più al largo, dove l’acqua copriva le spalle e il fondo non si toccava se non a tratti. Le ho aperto le natiche con i palmi e le ho passato un dito bagnato sul buco del culo, lento. L’ho sentita tendersi, poi cedere. Un verso le è uscito contro la spalla, piccolo. Ha aperto un poco di più le gambe, come a fare spazio. Le ho messo saliva e laguna, e un dito, poi due, e ho lavorato finché non si è aperta abbastanza. Vera teneva la fronte contro la spalla, il respiro caldo. Quando ho posato la testa del cazzo lì non si è tirata indietro. Ha inspirato. Ha detto il mio nome, una volta sola, e ho spinto.
È entrato lento, spesso. L’ho sentita tremare da capo a piedi, un suono piccolo in gola. Le ho dato tempo. Sono rimasto fermo, a fondo, e ho sentito il corpo abituarsi, la stretta che si allentava a ondate, poi di nuovo. L’ho presa nel culo con spinte corte all’inizio, poi più lunghe, tenendola sollevata, senza fondo sotto i piedi. Si è abbandonata a quel peso, le gambe intorno alla vita, le braccia al collo. L’acqua ci teneva. Io tenevo lei. Le ho baciato la bocca aperta mentre la scopavo. Ho sentito le lacrime mescolarsi al sale, calde, silenziose.
Non stuzzicava più. Non costruiva niente. Piangeva e spingeva incontro, e ogni spinta le apriva un suono più vero del precedente. Le ho messo una mano tra i corpi, sul clitoride, e l’ho strofinata al ritmo del cazzo nel culo. Ho visto il viso spezzarsi. Ha pianto di più. È venuta così, stretta intorno a me, con gli occhi chiusi e la bocca aperta sull’acqua, un pianto e un orgasmo la stessa cosa, e ha smesso di fare domande che già conosceva. L’ho sentita pulsare, lunga. Le ho tenuto il viso tra le palme e ho continuato a muovermi dentro finché il brivido non le è passato del tutto. Le ho baciato le palpebre, il sale. Le ho sentito le ciglia bagnate contro le labbra.
Poi ho spinto a fondo e sono venuto nel culo, a ondate, tenendola ferma, il viso sepolto nel collo. Vera ha respirato contro la pelle, ancora in lacrime, e mi ha passato una mano sui capelli bagnati, lenta, senza gioco. Tra noi la macchia bruciava, viva. L’ho coperta con il palmo finché il calore non si è fatto un po’ meno feroce.
L’alba arrivava grigia sulla laguna quando l’ho portata verso la riva. L’acqua le scendeva dai capelli alle spalle. Camminava con le gambe incerte, una mano ancora nella mia, senza cercare di coprirsi. Le ho raccolto il vestito tra le canne e gliel’ho messo sulle spalle. Si è stretta il tessuto al petto, non per pudore, per il fresco. Ci siamo seduti un poco sul fango umido, le ginocchia che si toccavano. Ha guardato il canale come se ci avesse lasciato qualcosa che non sapeva di recitare. L’acqua le gocciolava dalle ginocchia. Il respiro le si era fatto lento, vero, senza quella misura che le avevo visto sulla riva.
«Non era uno scatto», ha detto, a voce bassa, e la frase le è restata a metà, come le restavano le cose vere.
Le ho passato il pollice sotto un occhio, dove il sale delle lacrime s’era seccato. Ha inclinato la testa nel palmo. Le ho tenuto il viso un poco, il pollice sulla guancia. Ha chiuso gli occhi, non per posa, per restare. Non ho chiesto. Non serviva. Sull’anca il segno le restava visibile, un poco più scuro, un poco più suo e un poco più mio, e bruciava ancora, verso qualcosa che non era più l’acqua.
L’ho lasciata lì quando il sole ha toccato le canne. Mi sono ritirato nel canale, la coda che spingeva l’acqua bassa, e mi sono voltato una volta sola. Vera stava in piedi sulla riva, il vestito chiuso in vita, e non guardava me. Guardava oltre le canne, verso un tetto basso e una porta scura, laggiù dove la terra ferma ricominciava. Ho visto le spalle irrigidirsi. Ha detto qualcosa, troppo piano perché l’acqua me lo portasse intero, una taverna, un posto. Ho visto la paura mescolarsi al volere, chiara sul viso, prima che voltasse la testa e restasse ferma, nuda sotto il vestito bagnato, con quella bruciatura che le pulsava ancora verso quella porta.