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Vera Popov

Vera nella taverna dell'orco

Erotica orchi in tavernaFantasy11 min di lettura

Un racconto di Vera Popov

Vera entra in una taverna di mercenari e cerca l'orco che non la troverà bella. Gli chiede di prenderla dove altri possono vedere. Quando ne esce, lo scatto che la teneva insieme non c'è più.

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La Taverna del Cinghiale Nero, nel borgo di Orvask, tiene accese le lampade a olio anche quando la notte d’autunno ha già inghiottito i tetti bassi. Puzza di fumo di pipa, di birra versata sul legno scuro e di lana bagnata, perché i mercenari rientrano dalla pioggia con il fango ancora attaccato agli stivali. Sto al banco con la schiena volta a metà sala, un orco di trentaquattro anni che ha venduto la spada a chi pagava meglio e adesso beve senza fretta, le zanne che premono sul labbro ogni volta che la tazza si alza. Poi la porta si apre e il freddo entra insieme a Vera Popov, ventun anni, i capelli scuri ancora umidi e il mantello che gocciola sul pavimento di pietra, e porta addosso l’odore della riva, come se avesse indugiato a lungo prima di decidere la soglia.

Lo sguardo le gira sulla sala prima ancora di avanzare, e conta chi osserva chi, chi ride, chi ha già messo la mano sul fiasco; poi viene dritta verso di me. Non sorride e non si sistema i capelli: si ferma abbastanza vicina da costringermi a guardarla in faccia, e il viso è bello nel modo in cui lo sono le cose umane, simmetrico, vivo, fatto per essere desiderato. Non la trovo bella, la trovo piccola, bagnata, e già troppo sicura di quello che chiederà.

Chiede «Sei Gorran?» con una voce che non trema e non canta. Annusico la birra, la guardo senza chinare la testa, e confermo col capo. Non gira intorno. Mette una mano sul legno viscido del banco e parla basso, abbastanza perché i più vicini possano comunque sentire se vogliono. «Voglio che mi prenda. Qui. Dove possono vedermi.» Il silenzio che segue non è rispetto, è curiosità: un uomo alle spalle smette di ridere e un altro sposta lo sgabello per avere la visuale. Vera non si volta. Aspetta la risposta da me e da nessun altro, e nelle pupille c’è una fame che non chiede ammirazione.

Rispondo «Sai cosa chiedi, piccola.» Annuisce una volta sola, e la gola le si muove quando inghiotte. Non offre mistero e non ne pretende. Offre il corpo e il fatto di essere guardata mentre lo uso, e questo, stanotte, basta.


Le afferro il polso e la tiro contro il banco, dal lato dove la sala vede meglio, tra la botte e la fila delle tazze sporche. Il mantello le scivola giù da una spalla. Sotto ha un abito scuro inzuppato all’orlo, e quando le alzo il tessuto fino alle anche sento che trema, non di freddo. I mercenari più vicini non fanno cerchio: restano dove sono, bevono, e gli occhi però si sono tutti voltati. Vera lo sa. Spalanca le ginocchia quanto il legno permette e mi guarda in faccia mentre le calo le mutandine lungo le cosce, senza nascondersi, senza lisciarsi una piega.

Dico «In ginocchio. Aprila, la bocca.» Scende. Le ginocchia battono sulla pietra umida e le labbra si aprono prima ancora che le prenda la nuca. Il cazzo ce l’ho già duro, grosso in un modo che le stira l’angolo della bocca appena lo poso sulla lingua, e non indietreggia. Succhia. Le affondo due dita tra i capelli umidi e la spingo finché il naso le si schiaccia contro il ventre, e dalla gola le esce un suono strozzato insieme alla saliva. Qualcuno al tavolo vicino fischia basso, e Vera, invece di chiudere gli occhi, li alza verso di me, lucidi, e continua a succhiare come se quella attenzione le bagnasse di più.

Le parlo sporco, abbastanza forte perché la sala lo prenda. «Guarda che bocca da puttana. Ti riempio la gola e quelli dietro ti vedono la faccia. Lo volevi, vero?» Non risponde con la voce, risponde col ritmo, più fondo, le labbra strette intorno alla pelle, la lingua che cerca sotto il glande. Le esce un filo di saliva sul mento e non lo pulisce, e le lacrime le spuntano per lo sforzo, non per il pentimento. Quando la tiro indietro per farla respirare resta con la bocca aperta, il filo ancora teso, le ginocchia divaricate sul pavimento della taverna.

Un mercenario dice qualcosa sul conto della figa bagnata che si vede da lì, e Vera non si copre: si limita a voltare appena il viso verso quella voce, come per confermare che sì, la stanza intera può prendersi anche quello.


La rialzo di peso e la volto contro il banco, in modo che il petto le resti schiacciato sul legno e le natiche scoperte verso la sala. Le apro le cosce con un ginocchio e le scorro due dita lungo la fessura. È già gonfia, già scivolosa, e quando le caccio dentro il medio e l’anulare spinge indietro il bacino cercando profondità. Dico «Ti scopo qui. Ti vedono il cazzo che entra. Non chiudere le gambe.» Mormora «Ajde.» basso, impaziente, e quella parola slava, un avanti della sua lingua, le esce come un colpo di tosse. Allineo il glande e spingo.

Entra con fatica all’inizio, perché sono grosso e lei è stretta anche se bagnata, e il primo affondo le strappa un gemito che non ha niente di composto. La prendo per i fianchi e affondo fino in fondo, le palle contro la pelle, e resto lì un respiro per farle sentire quanto la riempio. Poi la scopo. Colpi lunghi, duri, il banco che scricchiola, l’abito ancora arrotolato sopra la vita. Ogni spinta le fa battere il pube contro il bordo, e la figa le schiocca umida in un modo che la sala intera può sentire tra una risata e l’altra.

Le piego un braccio dietro la schiena e le parlo all’orecchio mentre la uso. «Puttana. Ti piace che ti guardino. Ti bagna di più, lo sento.» Vera gira la faccia sul legno quanto basta per vedermi con un occhio, e non dice di no. Dice «Fammi vedere. Voglio che mi vedano venire.» I capelli le sono caduti sulla bocca e li lascia lì; l’abito resta dove l’ho tirato. Resta scomposta, la guancia schiacciata, la bocca aperta, e quando l’orgasmo le arriva non lo recita. Le trema la coscia, le trema il ventre, la figa le si stringe a scatti intorno al cazzo, e il suono che fa è brutto e vero, un singhiozzo basso che si spezza a metà. Qualcuno batte una tazza sul tavolo e qualcun altro ride. Vera viene lo stesso, senza aggiustare nemmeno un ginocchio, e dopo resta china, ansimante, con la sborra che ancora non c’è e la figa che pulsa.

Non sborro. La tengo piena e ferma finché il tremito le cala, e le passo una mano larga sulla schiena nuda dove l’abito si è scomposto. Sotto i palmi il respiro le corre veloce. Intorno, la taverna ha ripreso a parlare, ma più basso, e gli sguardi non se ne sono andati.


La stanza di sopra odora di stoppa, la fibra ruvida dei vecchi materassi, e di cera; c’è una branda larga e una finestra chiusa sulla pioggia. La porto in braccio per le scale perché le gambe ancora non le rispondono del tutto, e non protesta. Dentro chiudo il chiavistello, e la luce è quella di una sola candela. Vera si sfila l’abito da sola, senza cerimonia, e il corpo le compare intero: petto alto, capezzoli duri dal freddo e da quello che abbiamo fatto giù, il ventre che ancora si muove. Sull’anca sinistra c’è un segno, una traccia scura che sembra aver bruciato a lungo e adesso pulsa debole sotto le dita quando la tocco. Non chiedo cosa sia, e non spiega. Si limita a coprirmi la mano con la sua e a spingerla più forte contro quella pelle, come se volesse che anche quello venisse usato.

La stendo sulla branda e le prendo il petto a piene palme, le zanne che sfiorano un capezzolo senza rompere la pelle. Le succhio il seno, largo, bagnando l’areola, e inarca la schiena e mi tiene la testa lì. Dico «Anche queste. Ti scopo anche qui.» Le stringo le tette intorno al cazzo ancora lucido della figa, e spingo nel solco caldo. La pelle è morbida, il ritmo è osceno, e guarda in basso, guarda il glande che spunta tra le mammelle, e tiene premute le mani sulle mie per fare più stretto. Un filo di liquido le cola sullo sterno. Non lo pulisce. Resta a guardare come se quella umiliazione le appartenesse e le piacesse.

Quando la bocca le si riapre la sposto più in alto e le affondo di nuovo la testa. Succhia il sapore di sé stessa insieme al mio, e un gemito le vibra in gola intorno alla carne. Le parlo mentre uso quella bocca. «Giù ti hanno vista. Adesso ti vedo solo io, e ti uso lo stesso come una cosa. Lo vuoi ancora?» La testa le fa un cenno minimo, occupata. Le lacrime le tornano per lo sforzo, e quando la stacco un filo di saliva le collega il labbro inferiore al cazzo. Resta così, disfatta, senza passarsi una mano sul viso.


La volto di nuovo, stavolta sulla schiena, le gambe aperte sul bordo della branda. Le affondo il cazzo in figa con un colpo solo e grida, corta, e poi ride quasi, incredula della propria voce. La scopo duro. Le piego le ginocchia verso il petto e affondo fino a farle battere il fiato, e ogni spinta le muove il seno, le muove i capelli sparsi, le muove quel segno sull’anca che adesso sfioro col pollice. La figa le è diventata una cosa molle e stretta insieme, che succhia quando ritiro e cede quando spingo, e il suono è umido, continuo, da taverna anche quassù.

Le dico «Ti sborro in faccia. Poi ti sborro dentro. Resta aperta.» Annuisce e non sistema niente: né i capelli sulla bocca, né le ginocchia che le tremano, né il viso rosso. Chiede «Così mi vedi?» ed è una domanda di cui conosce già la risposta, e stavolta non è un gioco, è il contrario della posa. Rispondo «Ti vedo. Non sei un’immagine. Sei una figa che prende cazzo e una faccia che lo aspetta.» Qualcosa le si spezza nello sguardo, non di dolore, di sollievo. Mi tira più dentro con i talloni e viene di nuovo, senza recitare, la bocca aperta su un suono brutto, le unghie affondate nella spalla verde, il ventre che si contrae a ondate. La figa le batte intorno a me e quasi mi porta via, e resisto perché ho promesso due cose e le farò tutte e due.

La slaccio all’improvviso, la tiro in ginocchio a terra, e le afferro i capelli. Il cazzo le batte sulla guancia, lucido, e sborro in faccia. Getti caldi, densi, sul labbro, sul naso, su un occhio che chiude per istinto. Resta ferma. La sborra le cola sul mento e sul petto e non la asciuga, non si sistema una ciocca, non cerca un angolo migliore. Resta inginocchiata a ricevere, e quando alzo il viso per guardarla meglio vedo che trema ancora, e che quel tremito non è recitato per nessuno.


La rialzo, la stendo, le riapro le gambe. Entro di nuovo in quella figa già usata, già piena del proprio orgasmo, e il caldo mi prende tutto. Pochi colpi, fondi, e sborro dentro. Le riempio il ventre a spinte corte, e geme a ogni getto come se sentisse la quantità. Resto conficcato fino all’ultimo impulso, le palle strette, il respiro che mi raschia la gola. Quando esco, la sborra le cola dalla fessura sul lenzuolo, lenta, e tiene le cosce aperte e guarda il soffitto con gli occhi umidi, il viso ancora sporco, il petto che sale.

Le passo un panno sul viso, non per pulirla del tutto, solo perché possa aprire l’occhio. Resta scomposta. Le tocco l’anca, quel segno che prima bruciava, e sotto le dita è già meno vivo, come una brace che si ritira sotto la pelle. Vera posa la mano sulla mia e non dice che è finita. Dice soltanto «Resto.» È poco. È abbastanza. Mi stendo accanto, grosso, ancora nudo, e si accoccola contro il costato senza chiedere tenerezza e senza rifiutarla. Il respiro le si allunga. Tra una frase e l’altra, a voce bassa, parla del borgo, della pioggia, di come la sala sotto continui a bere. Non parla di amore. Non parla di mito. Parla come una che ha scelto l’uso e adesso ne sente il peso caldo tra le gambe, e quel peso, per stanotte, le basta.

Le chiedo se ha male. Scuote la testa e posa la bocca sulla pelle del petto, un attimo solo, non un bacio da storia. Poi dorme, o quasi, con la sborra ancora tra le cosce e i capelli incollati alla tempia.


La mattina arriva grigia sulla finestra, senza sole, solo un chiarore umido da autunno. Vera è già in piedi quando apro gli occhi, l’abito ripreso in fretta, il mantello sulle spalle. Non fotografa. Non inquadra la stanza, non alza le mani a fare un rettangolo d’aria, non chiede di fermare niente. Si limita a guardare il letto disfatto e poi me, e nello sguardo c’è una fame che non c’era quando è entrata, una fame senza distanza. Le scorre le dita sull’anca, sopra il tessuto, e il segno non brucia più: resta sotto la pelle, spento, come una cosa che ha finito di chiamare la porta successiva.

Dice «Devo tornare a lavorare.» La voce è rauca. Non aggiunge altro. Scende le scale per prima. Dalla porta della stanza la vedo attraversare la sala vuota del Cinghiale Nero, i mercenari ancora stesi dove il vino li ha lasciati, e uscire nella pioggia fine del borgo. Cammina diversa. Non si sistema il mantello e non si volta a inquadrare la taverna. Porta addosso i segni spenti e quella fame accesa, e dalla soglia non so se quella fame le farà di nuovo alzare una macchina oppure no. Resta solo il fatto che se n’è andata cambiata, e che il banco di legno, giù, porta ancora l’impronta di stanotte.