
Vera al castello del drago
Erotica cavaliere e dragoFantasy13 min di lettura
Un racconto di Vera Popov
Il segno sul corpo di Vera la porta in un castello di pietra e fuoco. Un cavaliere legato a un drago la reclama come dama. Lei accetta di essere vista, anche da chi veglia sulle volte.
La neve si abbatteva sulle torri del Castello di Pietradrago e il vento delle Dolomiti fischiava tra i merli quando l’ho vista entrare nella sala grande, il mantello scuro ancora carico di ghiaccio. Il fuoco dei tre camini le ha illuminato il viso e Vera Popov ha fermato lo sguardo su di me prima ancora di togliere il cappuccio. Aveva ventuno anni e portava il freddo addosso come un ornamento, le guance vive, i capelli neri umidi sulla fronte. Il segno sull’anca l’aveva condotta fin qui, verso la pietra e il fuoco, e adesso stava sulla soglia come se il pavimento le appartenesse già.
A trentadue anni credevo di conoscere il peso del vincolo che mi teneva a queste pietre. Il drago adulto che abitava le volte ha fatto scorrere il corpo tra le travi, un rumore di squame e di calore secco, e lei ha alzato il mento verso quel buio. Ha capito in un attimo chi vegliava e chi stava in sala, e un sorriso le ha piegato la bocca.
«Sei tu Corrado, il cavaliere della bestia?»
La domanda le usciva già piena della risposta, come se si divertisse a farmela confessare ad alta voce.
«Sono Corrado. Questa notte sei la dama di Pietradrago, se resti.»
Non ha detto di sì. Ha sfilato il mantello e l’ha lasciato cadere sulla pietra bagnata, e il vestito le si era attaccato al seno e al ventre per la neve sciolta. Mi sono avvicinato senza fretta. Le ho preso il viso tra le palme e l’ho baciata sulla bocca, assaggiando il gelo che le restava sulle labbra e il calore che saliva da sotto la pelle. Ha aperto la bocca contro la mia e un suono basso le è venuto in gola, quasi una risata trattenuta, mentre le mani le salivano lungo il collo. Il drago ha soffiato da qualche parte sopra le travi e lei ha aperto gli occhi a metà, guardando in su anche mentre la baciavo, come se quella presenza le appartenesse quanto la mia.
L’ho condotta per i corridoi di pietra fino alla stanza del bagno, dove una vasca scavata nella roccia fumava nell’aria fredda. L’acqua odorava di resina e di ferro. Le ho slegato il vestito e l’ho fatto scendere lungo i fianchi. Era nuda in pochi gesti, il segno sull’anca sinistra visibile come un ricamo scuro contro la pelle chiara, e i capezzoli tesi per il contrasto tra il gelo della sala e il vapore. L’ho aiutata a entrare nell’acqua.
Mi sono inginocchiato sul bordo di pietra e ho preso il panno. Le ho lavato le spalle con lentezza, scendendo lungo la schiena, e l’acqua le scivolava tra le scapole e spariva nel buio della vasca. Ha reclinato la testa all’indietro e ha chiuso gli occhi, ma le palpebre le tremavano, e sapevo che ascoltava il respiro del drago sopra di noi quanto ascoltava le mie mani. Le ho passato il panno sul seno, pesando i palmi intorno, e i capezzoli le si sono induriti ancora di più sotto il tessuto ruvido. Ho abbandonato il panno. Le ho preso un seno in mano e l’ho portato alla bocca, succhiando il capezzolo finché un gemito le è uscito basso, e l’acqua si è mossa intorno ai fianchi.
«Così mi salvi dal gelo, cavaliere?»
La frase le era venuta troppo bella, recitata come una dama di romanzo, e per un istante ho voluto crederci. Le ho morso il seno con più fame e la recita le si è spezzata in un respiro. La mano le è scesa sott’acqua, le ha aperto le cosce, e le ho accarezzato la fica già calda, le labbra gonfie, lo slittare facile delle dita. Era bagnata in un modo che l’acqua della vasca non spiegava. Le ho messo un dito dentro e poi un secondo, piegandoli, e lei ha afferrato il bordo di pietra con tutte e due le mani mentre le spingevo in fondo, il palmo premuto sul clitoride a ogni movimento.
«Corrado.»
Il nome le è uscito storto, senza la posa di prima. Ho continuato a fotterla con le dita, lento e fondo, e con l’altra mano le ho tenuto il mento alzato perché mi guardasse. Ha tentato di chiudere le gambe intorno al polso e gliele ho tenute aperte col braccio. L’acqua schizzava. Quando le ho aggiunto un terzo dito ha spalancato la bocca e ha spinto il bacino contro la mano, cercando di più, e ho sentito le pareti stringermi con una forza che mi ha fatto male al cazzo, ancora chiuso nei pantaloni bagnati sul bordo.
Mi sono alzato abbastanza da slacciarmi. Il cazzo le è apparso grosso e scuro a pochi palmi dal viso, e lei lo ha guardato con quella stessa attenzione con cui aveva letto la sala. Ha teso il collo e ha passato la lingua sulla testa, assaggiando, e poi ha aperto la bocca e l’ha preso dentro, calda e lenta, gli occhi alzati verso di me. Le ho afferrato i capelli bagnati e l’ho tenuta lì, senza spingere ancora, mentre lei succhiava e l’acqua le batteva intorno al petto. Il calore del drago è sceso dalle volte come un fiato, e lei ha gemuto intorno al cazzo, la gola che vibrava, come se fosse contenta di essere vista anche così.
L’ho fatta uscire dalla vasca e l’ho asciugata con un panno ruvido, insistendo tra le cosce finché ha dovuto appoggiarsi al muro. Non l’ho vestita. L’ho presa per un polso e l’ho riportata nella sala grande, nuda sui flagelli di pietra, il fuoco che le dipingeva il corpo a pezzi d’ombra e d’arancio. Il drago si era avvicinato. Tra le travi alte un occhio enorme, lucido come bronzo vivo, ci guardava senza battere, e il petto della sala saliva e scendeva per il respiro di quella cosa antica. Vera ha alzato il viso verso le volte e ha sorriso, non a me.
«Voglio che veda. Lo vuoi anche tu.»
Non era un sì pulito, era una scelta detta di traverso, e mi è bastata. L’ho stesa sul mantello che aveva lasciato, la schiena sulla lana umida, le gambe aperte verso il fuoco e verso quell’occhio. Mi sono messo in ginocchio tra le cosce e le ho leccato la fica con tutta la lingua, da basso fino al clitoride, lento, e lei ha inarcato la schiena e ha afferrato i miei capelli. Sapeva di sapone e di sé, acida e calda, e ho succhiato le labbra una dopo l’altra prima di puntare la lingua dentro, il naso premuto sul clitoride. Ha spinto il bacino contro la faccia e ha guardato in su, verso le volte, anche mentre venivo su e giù con la bocca, e quel guardare mi ha fatto diventare il cazzo ancora più duro, doloroso contro la pietra.
«Lì. Non smettere.»
Le ho messo di nuovo due dita dentro mentre leccavo, e le ho fotte la fica con la mano e con la lingua insieme, il ritmo che le toglieva il fiato a pezzi. Le cosce le tremavano intorno alle orecchie. Il drago ha fatto scorrere una zampa lungo una trave e un po’ di polvere è caduta tra noi, e lei ha riso, un suono rotto, e ha premuto di più la fica sulla mia bocca come per offrire meglio lo spettacolo. L’ho sentita stringersi, bagnarsi di più, e ho accelerato, succhiando il clitoride tra le labbra, le dita curve a cercarle quel punto in fondo che le faceva perdere la voce. È venuta così, con un grido basso che le è morto in gola, le gambe chiuse intorno alla testa, lo sguardo ancora lassù, e ho continuato a leccarle la fica finché i tremiti non le sono scesi, ingoiando quello che le usciva.
Si è sollevata sugli gomiti, il petto che saliva in fretta, e mi ha spinto indietro con una palma sul petto. Mi ha fatto stendere sul mantello a mia volta. Si è messa in ginocchio tra le mie gambe e mi ha preso il cazzo in mano, pesandolo, e ha sputato sul palmo prima di strofinare dalla base alla testa con un gesto lento e sporco. Poi ha abbassato la bocca e l’ha ingoiato fino a dove arrivava, la gola stretta, gli occhi pieni d’acqua. Le ho messo una mano dietro la nuca e ho spinto un poco, abbastanza da sentire il restringersi, e lei ha preso, le labbra strette, un filo di saliva che le scendeva sul mento e le cadeva tra i seni. Succhiava con rumore, da chi voleva essere sentita anche dalle volte, e ogni tanto alzava gli occhi verso l’occhio di bronzo prima di riaffondare.
«Ajde. Guardami mentre lo faccio.»
La parola le era venuta fuori tra un respiro e l’altro, impaziente e divertita, e mi ha tenuto lo sguardo mentre riprendeva il cazzo in gola, più fondo, fino a toccarmi il pube col naso. Le ho tenuto i capelli raccolti in un pugno e l’ho scopata la bocca con spinte corte, sentendo la gola che si apriva e si chiudeva, e il drago ha soffiato un calore che ci ha asciugato il sudore in un attimo. Quando ho sentito che stavo per venire l’ho tirata su per i capelli, il cazzo lucido e teso che le batteva sulla guancia.
L’ho stesa di nuovo e mi sono messo sopra, il peso sulle braccia, e le ho passato la testa del cazzo sulla fica bagnata, su e giù, senza entrare. Guardava me e guardava le volte, a turni, e le pupille le si erano allargate. Ho spinto dentro con una sola corsa lenta, fino in fondo, e l’ho sentita aprirsi intorno, calda e stretta, un gemito che le è uscito da sotto i denti. Sono rimasto fermo in fondo, il pube premuto sul clitoride, e le ho baciato la bocca assaggiando me stesso sulla lingua. Poi ho cominciato a fotterla piano, lunghe spinte che le uscivano quasi tutta la lunghezza e rientravano fino a farle muovere i seni.
«Più. Lo vedi anche lui che voglio più.»
Ho obbedito. Le ho afferrato le cosce e le ho piegate verso il petto e ho cominciato a scoparla sul serio, più duro, il suono umido che riempiva la sala a ogni botta. La fica le schioccava intorno al cazzo. Il fuoco le dipingeva il collo e lei teneva la testa girata verso le travi, la bocca aperta, e ogni tanto un suono le usciva troppo bello, troppo da dama salvata, come se anche il venire dovesse avere una forma da offrire. L’ho presa più forte, le ho tenuto i polsi sopra la testa con una mano sola, e l’ho fottuta a fondo, il bacino che batteva, e quella recita le si è incrinata. Ha cominciato a spingere incontro, a cercare le botte, e il viso le si è fatto meno composto.
Il drago ha avvicinato il muso tra due travi e un fiato caldo ci ha investito, odoroso di pietra bruciata. Vera ha aperto gli occhi e ha guardato dritto in quell’occhio mentre io le scopavo la fica senza pietà, e ho visto il piacere arrivarle addosso insieme a qualcosa d’altro, una consapevolezza che le passava sotto la pelle. È venuta così, stringendomi il cazzo a ondate, lo sguardo fisso in alto, e in quel momento ho capito che stava ancora recitando, anche lì, anche con le gambe che le ballavano: recitava la salvata, recitava la dama guardata, e il vero nudo le restava da qualche parte dietro gli occhi. Non ho smesso. L’ho fottuta attraverso l’orgasmo finché i suoni le sono diventati rochi e veri, e poi l’ho girata.
Si è messa a cavalcarmi da sola, una gamba per parte, e si è calata sul cazzo con un movimento deciso, prendendolo tutto, le palme aperte sul mio petto. Ha cominciato a muovere i fianchi in cerchio, poi su e giù, i seni che le oscillavano, e guardava in basso verso dove il cazzo le spariva dentro la fica, lucido dei suoi succhi. Le ho tenuto i fianchi e l’ho aiutata a scendere più forte, alzando il bacino incontro, e ogni botta le faceva uscire un fiato. Sudava. Una goccia le è scesa tra i seni e l’ho succhiata quando si è piegata in avanti, prendendole un capezzolo tra i denti.
«Così resto. Così mi tieni.»
Ancora mezze frasi, niente che fosse un sì intero. L’ho fatta salire e scendere più in fretta, il suono delle pelle bagnata, e le ho messo il pollice sul clitoride, strofinando in tempo con le discese. Si è stretta. Ha preso a scoparmi con più fame, i capelli neri in faccia, e a un certo punto ha girato di nuovo la testa verso le volte, offrendo il profilo al drago mentre veniva una seconda volta, il corpo che le ondeggiava, la fica che mi mungeva il cazzo a spasmi. Quella volta il suono le è uscito meno bello, più animale, e per un attimo ho creduto di averla.
Non ho retto. L’ho afferrata per i capelli e per un’anca e l’ho tenuta conficcata in fondo mentre sborravo, spingendo in vagina a scatti, sentendo la sborra uscire calda e riempirla. Lei ha accettato ogni spinta, il bacino premuto, e ha guardato in basso, tra di noi, come per vedere. Quando l’ho lasciata andare è restata lì, impalata, e un filo bianco le è sceso lungo la coscia quando alla fine si è sollevata. Si è china e mi ha baciato la bocca con una lentezza che sapeva di gratitudine recitata, e io l’ho baciata indietro come se quella gratitudine fosse vera.
Nella camera alta il fuoco era più piccolo e il letto odorava di lana e di fumo. L’ho stesa di fianco e l’ho presa da dietro, una gamba le ho alzata col braccio, e sono rientrato in quella fica piena di sborra e ancora stretta. Ho scopato lento, fondo, le baciavo la spalla e il collo, e lei spingeva il culo indietro a ogni corsa. Una mano le ho tenuta tra le gambe, due dita sul clitoride, e l’altra le ho chiusa intorno alla gola abbastanza da farle sentire il palmo, non abbastanza da farle male. Respirava contro le dita. Il segno sull’anca le bruciava sotto il pollice quando ci passavo, più caldo della pelle intorno, e ho sentito che qualcosa ci si stava aggiungendo, una linea nuova che non c’era all’arrivo.
«Ancora. Non uscire.»
L’ho fottuta così a lungo, il letto che batteva contro la parete di pietra, e quando è venuta di nuovo ha morso il cuscino e ha stretto la fica in un modo che mi ha strappato un gemito. Sono venuto una seconda volta dentro, meno sborra ma altrettanto fondo, e sono rimasto lì, il cazzo che le pulsava, il respiro contro i capelli umidi. L’ho tenuta stretta al petto. Fuori, l’inverno spingeva contro le imposte e da qualche parte sotto le volte il drago si era riaddormentato, o fingevamo tutti e tre che fosse così.
Mi sono sfilato, lento, e l’ho girata a guardarmi. Le ho pulito l’interno coscia col lenzuolo e poi le ho baciato il segno, la bocca sulla pelle calda, e ho sentito sotto le labbra il ricamo vecchio e quello nuovo. Lei mi ha passato una mano nei capelli con una tenerezza che aveva la forma giusta, troppo giusta, e ho voluto quella forma lo stesso. Dal cassetto del comò ho preso l’anello, un cerchio di ferro scuro con una pietra piccola come un’ombra. Glielo ho messo al dito senza chiedere, e lei ha guardato la mano come si guarda un costume nuovo, e ha sorriso.
«Allora sono la tua dama. È questo che vuoi sentire?»
Non ha detto che lo voleva. Ha detto quello che io avrei voluto sentire, e me l’ha messo in bocca come un frutto già sbucciato. L’ho baciata ancora, lunga, e ho fatto finta che la domanda fosse una promessa.
L’alba è arrivata grigia sulle Dolomiti, una luce magra che ha trovato la fessura delle imposte e ha tagliato il letto in due. L’ho sentita alzarsi prima di aprire gli occhi. Si è vestita in silenzio, il vestito di nuovo umido di neve vecchia, e ha posato l’anello sul comò con una cura che non faceva rumore. Mi ha guardato un istante, e in quell’istante c’era affetto vero e c’era la posa, mescolati in un modo che non sapevo più separare. Non l’ho fermata. Si è coperta col mantello e alla porta si è fermata, una mano sull’anca, proprio sul segno.
La luce povera le ha colpito la pelle tra l’orlo alzato e la cintura. Il ricamo elfico c’era ancora, e accanto una linea nuova, più scura, che pareva bagnata anche da asciutta. Lei ci ha passato due dita e ha inclinato la testa, come se ascoltasse qualcosa che dalla stanza non arrivava.
«Sa di sale, adesso. Come un canto sotto la superficie. Lo senti, Corrado?»
Non ho sentito il canto. Ho sentito solo il vento secco dell’inverno sulle torri, e però mentre parlava un odore impossibile di acqua salata è passato tra noi, breve, e il segno le ha dato un fremito sotto le dita. Ha lasciato cadere l’orlo. È uscita nella luce magra senza voltarsi, e l’anello è rimasto sul legno scuro, piccolo, e il letto era ancora caldo della sua schiena.