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Harper Walker

Harper nel rifugio chiuso

Racconto erotico in montagnaVacanze13 min di lettura

Un racconto di Harper Walker

Harper sale a un rifugio sulle Dolomiti per chiudere le ferie. Il maltempo chiude i sentieri e resta solo l'uomo che tiene aperto il posto. Per la prima volta chiede di esserci ancora al mattino.

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Il vento ha cominciato a spingere la pioggia contro le assi prima che finissi di chiudere le persiane sul versante nord. Dal sentiero di Val di Fassa è arrivata Harper, lo zaino ancora gocciolante e i capelli scuri incollati alla fronte, una ragazza di venticinque anni che ha posato il passaporto australiano sul banco insieme alla voce, come se il nome, Harper Walker, fosse una cosa da lasciare lì per la notte. Voleva una branda e una minestra e non aveva nessuna intenzione di tornare a valle con i sentieri che si stavano chiudendo.

Le ho dato la stanza di sopra, quella con la finestra piccola e la coperta ruvida. Poi ho rimesso legna nella stufa e ho tirato fuori il brodo che tenevo per i giorni in cui il rifugio restava vuoto. Siamo rimasti in due, e si è seduta al tavolone di abete con le mani intorno alla ciotola, mangiando adagio, gli occhi più sul fuoco che su di me.

Ha parlato poco, e quando l’ha fatto non ha girato intorno alle parole. Ha detto che era stanca di andarsene, e lo ha detto con la stessa voce calma con cui aveva chiesto il pane, una frase intera che sembrava già finita e che lasciava lo spazio vuoto sul tavolo.

«Stanca di partire ogni volta», ha aggiunto, alzando gli occhi. «Di fare la valigia come se fosse la parte più onesta.»

Non ho chiesto da dove veniva quella stanchezza. Ho riempito i bicchieri di vino della casa e ho ascoltato la pioggia diventare più fitta sul tetto, un battito largo che copriva il crepitio della legna. Harper ha posato il cucchiaio e si è alzata. Ha fatto il giro del tavolo adagio e si è fermata vicino alla stufa. Mi ha messo una mano sul petto come si mette una mano su un legno caldo, per capire se tiene.

«Marco», ha detto, e il nome è arrivato semplice, senza un sorriso di troppo. «Stanotte non voglio scendere.»

Mi ha aperto i pantaloni con le dita fredde. Si è inginocchiata sul pavimento di tavole, vicino al calore della ghisa. Mi ha tirato fuori il cazzo già duro e l’ha guardato un attimo, poi ha chiuso la bocca intorno alla testa. Ha succhiato piano, le labbra bagnate, la lingua larga sulla vena, mentre il fuoco le illuminava un lato del viso. Le ho sentito i denti solo un momento, poi la gola che si apriva e il respiro che le usciva dal naso contro il basso ventre.

Le ho messo una mano nei capelli senza spingere, soltanto per sentire il movimento. Harper ha preso di più, ha fatto scendere la saliva sul gambo e ha stretto la base con una mano mentre la bocca saliva e scendeva con un ritmo che non aveva niente di incerto. Ogni tanto si staccava per leccare dalla radice in su, poi tornava a ingoiarlo fino a sentirmi in gola, gli occhi umidi e le ginocchia aperte sul legno. Il suono era umido e basso, mescolato al crepitio della stufa. Mi è venuto da chiudere gli occhi e non l’ho fatto, perché volevo vederla lì, con le labbra rosse intorno al cazzo e la pioggia che picchiava fuori come se il mondo si fosse ridotto a quella stanza.

Ha succhiato più forte quando ho gemuto. Ha lasciato che le scivolassi più a fondo e ha tenuto, la gola stretta, una mano a massaggiarmi le palle, mentre il calore della ghisa le arrivava sulla spalla scoperta. Quando le ho tirato un po’ i capelli ha fatto un suono basso, contento, e ha accelerato, la lingua premuta sotto, le labbra a tenaglia. Ero lì lì per sborrare in bocca, e l’ha capito: si è staccata con un filo di saliva e ha alzato la faccia.

«Non ancora. Voglio che me lo metti.»


L’ho tirata su dalle ginocchia e l’ho baciata con il sapore del cazzo ancora caldo in bocca. Le ho sfilato la maglia bagnata, pesante di pioggia, e le ho aperto i pantaloni da trekking. Le mutandine erano già scure in mezzo, la stoffa incollata alla figa. L’ho adagiata sul pavimento davanti alla stufa, le ho aperto le gambe e le ho messo la bocca addosso. Era bagnata, calda, e ha spinto il bacino contro la lingua senza chiedere niente. L’ho leccata a lungo, la lingua tra le labbra, il clitoride sotto il naso. Due dita le entravano facili; un terzo dito l’ho aggiunto quando le anche hanno cominciato a cercare di più.

Harper ha preso i capelli con una mano e ha tenuto la bocca lì dove le serviva, respirando a scatti, le cosce che mi stringevano le orecchie. Quando è venuta la prima volta l’ho sentita chiudersi intorno alle dita e ho continuato a leccare finché non ha tirato la testa indietro, il collo teso, un gemito basso che si è perso nel legno. L’ho coperta con il corpo, le ho messo il cazzo sulla figa bagnata e sono entrato in una spinta sola, fino in fondo, il pavimento duro sotto le scapole.

L’ho scopata così, sul legno, tenendole una gamba aperta con la mano, e le ho guardato il viso ogni volta che andavo dentro. Harper non ha girato la testa. Mi ha preso i fianchi e ha tirato, chiedendo più peso, più fondo. Il rumore era osceno, umido, e la stufa le scottava una spalla. Le ho succhiato un seno, poi l’altro, il capezzolo duro tra i denti, e ho accelerato finché il tavolo di abete è sembrato più comodo del pavimento.

L’ho alzata e l’ho girata. Le ho piegato il busto sul tavolone, le ho aperto le natiche con i palmi e sono rientrato da dietro, più profondo, le palle contro la figa. Harper ha allargato i piedi e ha abbassato la schiena, le tette schiacciate sul legno, una guancia sul tavolo. Le ho afferrato i capelli e le ho tirato la testa indietro quanto bastava per sentirla respirare. Ogni spinta le faceva uscire un suono corto, uguale, e le scorreva la bava sulla coscia. Le ho messo un pollice sull’ano senza entrare, soltanto per farle sentire la pressione, e Harper ha spinto indietro contro il cazzo come se volesse tutto quello che le davo.

«Dentro», ha detto, la voce uguale a quella della minestra. «Sborra dentro.»

L’ho tenuta ferma per i fianchi e ho sborrato così, a spinte corte, riempiendole la figa finché ho sentito il caldo colarle già lungo la pelle. Sono rimasto dentro, con il respiro aperto contro la schiena nuda, e ho sentito le pareti che mi spremevano ancora. Harper ha riso appena, un suono basso, e ha allungato una mano indietro per toccarmi il polso.

«Ancora. Sopra. La branda.»


L’ho portata su per la scaletta stretta, le gambe che le tremavano e la sborra che le scendeva già all’interno della coscia. La branda ha cigolato sotto il peso appena l’ho stesa sulla coperta ruvida. Le ho aperto di nuovo le ginocchia e ho visto la figa rossa, piena, il bianco che le usciva lento. Mi sono inginocchiato tra le gambe e l’ho leccata così, sapore mio e suo insieme, finché Harper non ha preso a spingere il bacino contro la bocca con una fame che non aveva più niente di stanco. Le ho messo due dita e le ho cercato quel punto ruvido; quando è venuta di nuovo ha chiuso le cosce intorno alla testa e ha tenuto, il fiato spezzato, gli occhi chiusi.

Poi mi ha tirato su, mi ha messo il cazzo di nuovo in figa, ancora duro, e mi ha guardato in faccia con una calma che mi ha fatto male in un modo preciso.

«Non lasciarmi partire prima del mattino», ha detto. «Tienimi ferma. Usami così. Voglio restare ferma.»

Le ho preso i polsi e glieli ho portati sopra la testa, una mano sola a tenerli contro il cuscino, l’altra a tenerle un ginocchio aperto. Harper non ha fatto il gioco di divincolarsi. È rimasta ferma, le braccia abbandonate, lo sguardo su di me, e ha lasciato che la scopassi con tutta la lunghezza, lento prima, poi più duro, il letto che batteva contro il muro di legno. Ogni spinta le muoveva i seni. Ogni volta che andavo a fondo le si apriva la bocca senza un lamento da scena. Voleva essere tenuta e lo stava chiedendo senza nasconderlo dietro una battuta.

L’ho usata così a lungo, tenendola, sentendole il polso sotto il palmo, il battito veloce. Harper è venuta senza alzare le braccia, il corpo che si stringeva intorno al cazzo, un gemito che le è uscito dal petto e basta. Ho sborrato di nuovo dentro, più a fondo, e sono rimasto sopra, i polsi ancora presi, la fronte contro la fronte. Fuori la pioggia non mollava. Dentro c’era soltanto il legno che scricchiolava e il respiro di Harper che si allungava piano.

«Al mattino ci sono ancora», ha detto, gli occhi aperti. «Va bene. Così.»

Ho lasciato i polsi. Le ho accarezzato l’interno del braccio, dove i palmi avevano lasciato un calore, e Harper ha girato il viso contro il cuscino senza chiudere le gambe. La sborra le usciva lenta. L’ho coperta con la coperta e ho sentito il corpo abbandonarsi, finalmente, come se quella fosse la parte difficile, restare.


Al mattino la pioggia era diventata una nebbia bassa tra i larici. Harper non ha aperto lo zaino. Ha messo i pantaloni di ieri, la maglia, gli scarponi slacciati, e mi ha seguito fuori quando ho detto che dovevo controllare la catasta sul lato ovest. L’aria odorava di resina e di terra bagnata. Non c’era nessuno sui sentieri. Il rifugio restava alle spalle, piccolo, e più in basso si indovinava il tracciato verso Pera, vuoto.

Tra gli abeti le ho abbassato i pantaloni fino alle caviglie e le ho alzato la maglia. Le tette al freddo si sono strette, i capezzoli duri. Harper ha messo le mani sul tronco davanti a sé e ha allargato i piedi quanto glielo permettevano i pantaloni. L’aria le arrivava sulla figa, ancora unta dalla notte, e ha tirato un fiato corto che non era freddo soltanto.

«Qui», ha detto. «Se qualcuno sale, sale.»

L’ho presa da dietro, una mano sulla pancia per tenerla, l’altra a coprirle la bocca quando il primo gemito è uscito troppo alto. Il cazzo è scivolato dentro facile, la figa calda contro l’aria fredda, e l’ho scopata così, tra gli alberi, con il rischio aperto del sentiero e il culo nudo al vento. Harper spingeva indietro a ogni colpo, i seni che saltavano, la maglia raccolta sotto le ascelle. Le ho lasciato la bocca e le ho preso i capelli, le ho fatto alzare la testa verso la valle, verso lo spazio dove un uomo qualsiasi avrebbe potuto alzare gli occhi.

«Guardalo», le ho detto. «Resta aperta.»

È venuta con un brivido che le è partito dalle ginocchia, stringendosi intorno, e ho dovuto coprirle di nuovo la bocca perché il suono sarebbe arrivato lontano. Ho sborrato dentro ancora, tenendola piegata, e ho sentito il caldo uscirle subito, colarle sulla coscia, goccia a goccia sui sassi umidi. Harper è rimasta così un momento, la fronte sul tronco, i pantaloni alle caviglie, esposta e contenta, il fiato che le faceva il fumo davanti alla bocca.

«Due giorni», ha detto quando si è rialzata e si è sistemata la maglia con lo stesso distacco di chi riordina una cosa già decisa. «Poi vediamo il volo.»


La seconda mattina l’ho trovata già sveglia, nuda sotto la coperta, una gamba fuori, a guardare il quadrato di cielo chiaro nella finestra piccola. Mi ha tirato addosso senza parlare, mi ha messo la mano sul cazzo mezzo duro e l’ha fatto diventare tutto, poi si è messa a cavalcioni e si è abbassata da sola, lenta, fino a sentirmi in fondo. Le ho tenuto i fianchi. Harper si è mossa con un ritmo pigro, i palmi sul petto, i capelli sulla faccia, e ha preso il piacere senza accelerare, come se avesse tutto il tempo che la valle le aveva chiuso intorno.

«L’ufficio aspetta», ha detto a un certo punto, la voce piana, mentre si alzava e si riabbassava sul cazzo. «Le sere anche. Filmare. Conti. Tutto uguale.»

Non ha cambiato registro. Non ha fatto di quelle due cose due vite. Si è piegata in avanti, mi ha baciato, e ha continuato a scoparmi sopra, la figa stretta, bagnata, il clitoride che si strofinava contro il pube a ogni discesa. L’ho fatta venire così, tenendole il culo aperto con le mani, e quando ho sborrato dentro è restata seduta, piena, a dondolarsi appena, a tenere.

«Mi piace svegliarmi con questo», ha detto. «Con te che mi tieni ancora.»

Siamo scesi tardi, e ho fatto il caffè mentre la stufa riprendeva. Harper ha mangiato il pane con il miele e ha lasciato lo zaino dove stava, aperto un palmo, niente dentro di pronto. Ha parlato del sentiero di Ciampac, di Sydney senza enfasi, delle spiagge da cui veniva, e ogni tanto mi guardava come si guarda un posto in cui si è deciso di restare un’ora in più. Le ho preso la mano sul tavolo e non l’ha ritirata.


La sera del secondo giorno in più ho chiuso il rifugio prima del buio e l’ho portata di nuovo su. Harper si è spogliata da sola. Si è stesa a pancia in giù e ha allungato le braccia sopra la testa, i polsi già vicini, in offerta. Le ho legato i polsi alla sponda con la cinghia dello zaino, abbastanza stretta da tenerla, abbastanza larga da non farle male. Ha tirato una volta, ha sentito che non usciva, e ha posato la guancia sul cuscino.

«Harper Walker», ha detto ad alta voce, chiara, come si dice una cosa che deve restare nella stanza. «Così lo sai. Tutto intero.»

L’ho aperta con le ginocchia e le ho leccato la figa da dietro finché non ha cominciato a spingere il culo contro la bocca, bagnata, insistente. Poi le ho messo il cazzo dentro e l’ho scopata con i polsi presi, il corpo lungo, nudo, che non poteva fare altro che ricevere. Ogni spinta le muoveva tutto. Le ho messo una mano sotto, le ho trovato il clitoride, e l’ho strofinato a tempo, sporco, diretto, finché Harper non è venuta con un grido vero, il viso premuto, i polsi che tiravano la cinghia. L’ho tenuta lì e ho continuato, più fondo, più lento, a usarla mentre ancora le veniva, e poi più veloce, fino a sborrare dentro con un gemito che mi è uscito contro la spalla.

Sono rimasto sopra un poco, il peso ancora su di lei. Le ho slegato i polsi e le ho massaggiato la pelle, i segni chiari che già svanivano. Harper ha girato la faccia, gli occhi umidi, e mi ha baciato con una lentezza che non c’entrava con la fretta di una ferie. Le ho pulito la figa con la coperta, le ho messo una gamba sopra le mie, e ho sentito il cuore che le scendeva.

«Mi piace essere tenuta», ha detto, senza un tono nuovo per l’intimità, la voce di sempre. «Me lo sono detta. Adesso lo so.»

Ho spento la luce. Fuori le cime erano nere. Harper mi ha messo la bocca contro la gola e ha respirato lì, ferma, e per un pezzo lungo non è andata da nessuna parte.


La mattina dopo ha tirato fuori il telefono dalla borsa, dove era rimasto spento tre giorni. Si è seduta sul bordo della branda, nuda ancora, i capelli sulla spalla, e ha guardato lo schermo con la stessa calma con cui aveva chiesto la minestra. Ho visto il volo originale, quello perso, e poi le dita che spostavano l’orario, un aereo più tardi, Sydney in fondo alla riga. Ha detto il nome per la prenotazione, chiaro, e ha posato il telefono di nuovo nella borsa senza chiamare nessuno.

«Parte dopo», ha detto, alzando gli occhi. «Stesso ufficio. Stesse sere. Niente di cambiato là.»

Ha fatto lo zaino senza fretta. Le ho preparato il caffè. Harper ha bevuto in piedi vicino alla stufa, vestita di nuovo per scendere, e quando le ho messo una mano sulla nuca si è lasciata tenere un momento, gli occhi chiusi, la fronte contro il petto. Non ha chiesto di restare oltre. Non ha telefonato a nessuno per dire cosa voleva. Ha allacciato gli scarponi, ha preso lo zaino, e sulla soglia si è voltata con quella voce piana che non divideva niente.

«Grazie per avermi tenuta, Marco.»

L’ho vista prendere il sentiero verso valle, piccola tra i larici, lo zaino dritto, il telefono in borsa, il volo più tardi già confermato e nessuna chiamata fatta. Il rifugio è rimasto vuoto intorno al tavolo, e sul legno c’era ancora il segno della cinghia, e nell’aria il silenzio di una cosa chiesta per la prima volta, e poi portata via così, senza un nome a cui indirizzarla.