
Harper senza pubblico
Racconti bdsm sottomissioneBDSM11 min di lettura
Un racconto di Harper Walker
Harper Walker accetta un invito in un loft di Milano per una sessione senza telecamere. L'uomo che apre non dice il cognome. Lei pensa di restare leggera. Lui le chiede di smettere di recitare.
Il citofono ha suonato dopo mezzanotte, in un autunno umido che teneva Porta Venezia piena di foglie scure sotto i lampioni. Ho aperto e Harper Walker stava sul pianerottolo con il cappotto ancora abbottonato, la borsa piccola stretta in una mano, lo sguardo già pronto a trattare quella visita come un impegno da cui ci si alza e si va. Aveva venticinque anni e una calma che non chiedeva permesso a nessuno. Il messaggio aveva parlato di una sessione senza riprese, niente telecamere, niente pubblico, ed era venuta di notte come se il lavoro continuasse soltanto in un’altra stanza.
«Lorenzo», ho detto, e nient’altro.
Ha inclinato la testa, pesando il tono, e ha risposto senza alzare la voce. «Va bene. Allora entro.»
L’ho fatta passare e ho chiuso. Il loft era una sola stanza alta, il pavimento di cemento levigato, una lampada bassa accesa vicino al divano, i vetri grandi aperti sul cortile interno. Ha posato la borsa vicino alla soglia. Ha slacciato un bottone del cappotto e si è fermata lì, in attesa del copione.
«Niente copione», ho detto. «Smetti di recitare.»
Mi ha guardato senza cambiare registro. «Se è questo che vuoi.»
C’era già il gioco in quella concessione troppo rapida, la pausa lasciata lì perché la occupassi. Non l’ho occupata. Le ho detto di spogliarsi all’ingresso, lì dove stava, con le scarpe ancora sul tappeto. Ha esitato un attimo, abbastanza perché il dubbio restasse visibile, poi ha sfilato il cappotto e l’ha piegato sulla sedia. Sotto indossava un vestito scuro corto, semplice, da persona che non si veste per la camera. Si è tolta il vestito con lo stesso ordine e l’ha lasciato sulla sedia insieme al cappotto. Ha sganciato il reggiseno, ha fatto scendere lo slip lungo le gambe, e ogni gesto restava ordinato, come se qualcuno fuori inquadrasse ancora. È rimasta nuda, le braccia lungo i fianchi, e ho visto i capezzoli già tesi nel fresco della stanza.
«In ginocchio.»
Si è inginocchiata sul tappeto, vicino alla porta, e ha alzato il viso. Gli occhi erano scuri e fermi. Non ha chiesto il cognome e non ha chiesto regole.
Mi sono avvicinato e le ho afferrato i capelli, raccogliendoli in un pugno basso sulla nuca. Con l’altra mano ho aperto i pantaloni, e il cazzo era già duro. Gliel’ho passato sulle labbra chiuse finché non le ha aperte da sola, con una decisione piccola e precisa, come se anche quello facesse parte di un elenco. È entrato nel calore della bocca e ha cominciato a succhiare con quella stessa misura di sempre, brava, attenta, la lingua piatta sotto il glande, le labbra strette al punto giusto.
«Più a fondo.»
Ha obbedito e il glande le ha toccato la gola, mentre un suono umido le usciva dal naso. Le ho tenuto la testa e ho spinto ancora, lento, finché le labbra le si sono strette alla base e gli occhi le si sono inumiditi. La saliva le scendeva sul mento e sul petto, una linea chiara che le attraversava lo sterno e le arrivava al ventre. Restava in ginocchio benissimo, le mani aperte sulle cosce, e quella disciplina mi stava già stretta addosso. Volevo vederla perdere il segno, non rifarlo per me come lo rifaceva per chiunque.
Ho scopato la bocca con colpi corti, poi più lunghi, e prendeva, prendeva, con piccoli versi strozzati ogni volta che il cazzo le chiudeva la gola. Le lacrime le hanno segnato le guance senza che il viso si scomponesse davvero. Quando ho tirato fuori e le ho lasciato il respiro, ha inspirato una volta sola, pulita, e ha alzato gli occhi.
«Ancora», ha detto, piano, come se il resto fosse già evidente.
Le ho rimesso il cazzo in bocca e questa volta non le ho dato il tempo di sistemarsi. Le ho usato la gola fino a farle salire il rossore alto sulle guance, fino a sentirle le unghie chiudersi sulle cosce, e quando l’ho sfilato di colpo un filo di saliva le è rimasto teso dal labbro inferiore. Respirava a bocca aperta. Non ha detto grazie e non ha detto basta. Mi ha guardato e ha aspettato, e in quell’attesa c’era ancora troppa mestizia professionale, troppa voce che sapeva dove mettere le pause.
«Alza le mani.»
Le ha alzate, i polsi uniti, e ho preso dal tavolo il nastro nero che avevo lasciato lì prima che suonasse. Era largo, opaco, del tipo che tiene senza tagliare. Le ho avvolto i polsi una volta, due, tre, abbastanza stretto da farle sentire il bordo a ogni movimento, e ho spezzato il nastro con i denti. Le dita le si sono chiuse in un pugno lento. Ha ruotato i polsi una volta sola, per capire quanto spazio le restava, e poi li ha lasciati cadere davanti al ventre.
«Così resti», ho detto.
Ha annuito e ha risposto soltanto: «Va bene.»
L’ho fatta chinare in avanti sul pavimento, le ginocchia aperte sul cemento fresco, le mani legate sotto il petto. Il culo le si è alzato da solo, e tra le cosce era già lucida, bagnata in un modo che il tono di voce si ostinava a non confessare. Le ho passato due dita lungo la fessura e le ho spinte dentro senza premessa. Era calda, stretta, e un suono le è uscito basso dalla gola, quasi sorpresa di sé. Ho piegato le dita e le ho cercato quel punto che fa perdere l’equilibrio, e ha spinto indietro i fianchi, una volta, come se il corpo avesse deciso prima della voce.
«Non recitare», ho detto. «Se vieni, vieni. Se no, tieni la bocca chiusa.»
Ha girato la testa di lato, la guancia sul braccio. «Come vuoi.»
Quel come vuoi era ancora un cedimento troppo veloce, un modo per restare sopra la scena. Le ho sfilato le dita. Le ho allineato il cazzo all’ingresso e l’ho presa tutta in una spinta sola. Un gemito vero le ha attraversato il petto, più rotto, meno composto, e l’ho tenuto lì, sepolto fino in fondo, sentendole le pareti chiudersi a scatti. Poi ho cominciato a scoparla sul pavimento, con una mano stretta al nastro e l’altra affondata nel fianco, i colpi bassi e lunghi che le facevano battere le tette contro le braccia legate.
Ogni volta che il suono le saliva troppo pulito, troppo da microfono, rallentavo e le dicevo di no, non così, e abbassava la fronte e prendeva in silenzio, il respiro corto, le cosce che le tremavano senza permesso. Il cemento le segnava le ginocchia. Il nastro le tirava i polsi ogni volta che cercava di alzarsi sulle palme. L’ho scopata finché il rumore umido tra noi ha riempito la stanza alta, finché le è scesa una linea di bava dall’angolo della bocca sul pavimento, e allora ho accelerato, più duro, più fondo, usandola da dietro come una cosa che sta lì per quello.
«Lorenzo», ha detto, e il nome le è uscito piatto, lo stesso di una firma in calce.
Non ho risposto. Le ho afferrato i capelli e le ho tirato indietro la testa, e l’angolo nuovo le ha fatto aprire la bocca senza voce. Sentivo la figa stringermi a ondate, vere, disordinate, e quando ha provato a mettere sopra quel suono da climax imparato le ho dato uno schiaffo secco sul culo e ho detto no, non quello. Si è morsa il labbro, ha smesso di offrire il punto e ha preso e basta, e per un tratto lungo è stata soltanto corpo, bagnata, aperta, i piedi che le scivolavano sul cemento liscio.
L’ho sfilata di colpo prima che arrivasse, e un lamento le è rimasto in gola, più onesto dei precedenti. L’ho girata a fatica, sulle ginocchia, e le ho messo il cazzo di nuovo in faccia. Era lucido di lei. Ha aperto la bocca senza che glielo chiedessi.
Le ho usato la gola così, in ginocchio sul pavimento, i polsi neri sul ventre, finché non ho sentito salire tutto in una spinta sola. Le ho tenuto la testa e le sono venuto in bocca, a fiotti caldi che le hanno riempito la lingua e le sono scesi dal labbro. Ha inghiottito. Ha tossito una volta, e un filo bianco le è rimasto all’angolo. Le ho tenuto il mento in su.
«Grazie.»
Ha deglutito ancora. Gli occhi le lacrimavano, ma la voce è uscita uguale, piana, da persona che chiude una pratica. «Grazie.»
L’ho lasciata lì un momento, in ginocchio, e sono andato a prendere l’acqua dal mobile della cucina aperta. Quando sono tornato si era seduta sui talloni, le mani legate in grembo, il petto che le saliva ancora troppo in fretta per il tono che insisteva a tenere. Le ho messo il bicchiere alle labbra e ha bevuto, attenta a non far cadere niente sul nastro. Una goccia le è scesa comunque tra i seni. L’ho seguita con lo sguardo e l’ha notato, e per la prima volta ha sorriso in un modo che non sembrava messo lì per me.
«Bel pavimento», ha detto. «Freddo, però.»
Ho riso, poco. Mi sono seduto davanti a lei, ancora vestito a metà, e le ho passato il pollice sul labbro inferiore, pulendole quel che restava. Non ha ritirato la faccia. Ha solo aspettato, e in quella calma c’era una fessura nuova, stretta, che non sapevo se avrebbe scelto di allargare.
«Non è una sessione», ho detto. «Se resti, resti. Se reciti, te ne vai adesso.»
Ha ruotato i polsi nel nastro, come per ricordarsi il peso. Ha guardato la porta, poi i vetri, poi di nuovo me. Fuori il cortile era nero e umido. Dentro, la lampada faceva una pozza gialla che non arrivava fino all’ingresso.
«Lo so», ha detto. Poi ha taciuto un poco, abbastanza da non sembrare una battuta. «Non sto stuzzicando.»
Ho aspettato. Harper teneva sempre lo stesso registro, lavoro o voglia, e stavolta non ha concesso il punto in fretta. Ha cercato le parole come si cercano in una riunione in cui non si può sbagliare la cifra.
«Voglio che mi usi per davvero.»
La frase è arrivata piana, senza un sorriso intorno, e mi ha stretto lo stomaco più di tutta la gola di prima. Le ho preso il viso con due mani e l’ho guardata da vicino. Non ha girato gli occhi e non ha riempito il silenzio.
«Dillo ancora.»
«Usami. Sul serio. Non come nel lavoro.»
L’ho fatta alzare e l’ho portata sotto la lampada, dove il pavimento era più caldo per il tappeto basso. Le ho slegato i polsi solo il tempo di farle passare le braccia dietro la schiena. Poi ho riavvolto il nastro, più stretto, e l’ho fatta inginocchiare di nuovo, stavolta a gambe molto aperte. Le ho messo due dita in bocca e le ha succhiate senza fingere, lo sguardo basso, la lingua lenta. Poi quelle dita le ho spinte nella figa, fondo, e ne ho aggiunto un terzo quando l’ho sentita cedere, bagnata in un modo che le scendeva già sull’interno coscia. Gemere le veniva corto, vero, e ogni volta che alzava il viso c’era meno mestiere e più bisogno.
L’ho stesa a pancia in giù, una guancia sul tappeto, il culo alto, e l’ho presa così, con tutto il peso, i polsi neri visibili nella schiena. Il cazzo le è entrato fino in fondo e stavolta non ho dato tregua. L’ho scopata con colpi che le spingevano il corpo in avanti, e non ha più offerto il suono giusto: ha preso, ha detto Lorenzo tra i denti, ha detto ancora, ha detto così, e ogni parola le usciva dalla stessa voce di sempre, solo più rotta, più bassa, come se il lavoro e la voglia le stessero finalmente nella stessa gola.
Le ho afferrato i capelli e le ho parlato addosso, vicino all’orecchio, dicendole che era lì per essere usata, che la figa ce l’aveva per quello, che avrebbe ringraziato di nuovo quando avessi deciso io. Un brivido le ha attraversato la schiena intera. Ha spinto indietro i fianchi, cercando più fondo, e ho sentito che voleva proprio quelle parole, che le si chiudeva intorno al cazzo ogni volta che le dicevo puttana in un tono che non era insulto alla persona, era il permesso che aveva chiesto. L’ho tenuta lì, piena, e le ho sfregato il clitoride con due dita, sodo, senza pietà, finché le gambe le hanno cominciato a tremare in un modo che non sapeva più nascondere.
«Adesso», ho detto. «Se vieni, vieni. Nient’altro.»
È venuta con un suono brutto e vero, tutto gola, il corpo che le si è chiuso a scatti intorno al cazzo, i polsi che tiravano il nastro fino a farle sbiancare le nocche. L’ho scopata attraverso l’orgasmo, senza fermarmi, e un secondo picco le è arrivato subito dopo, più piccolo, più umido, un lamento che le è rimasto contro il tappeto. L’ho sentita piangere un poco, senza dramma, solo gli occhi che le perdevano acqua, e le ho baciato la spalla, una volta, mentre ancora le ero dentro.
Poi ho accelerato e le sono venuto di nuovo, stavolta in fondo alla figa, a scatti lunghi che mi hanno svuotato addosso a lei. Sono rimasto lì, pesante, il respiro contro la nuca, e teneva gli occhi chiusi, la bocca aperta sul tessuto. Quando mi sono sfilato, tra le cosce le è sceso tutto, lento, e non ha tentato di chiudersi. È rimasta aperta, usata, i polsi ancora neri nella schiena, e ha detto grazie senza che glielo chiedessi, con una voce che per la prima volta non sapevo se appartenesse al lavoro o a quella stanza.
Le ho slegato le braccia. Il nastro l’ho lasciato a un polso solo, un giro e mezzo, abbastanza perché lo sentisse. Si è girata a sedere, lenta, e mi ha appoggiato la fronte alla spalla. Non ha spiegato niente e non ha diviso la vita in due persone. Ha solo respirato, e quella vicinanza pesava più di tutta la sporcizia di prima.
Verso le cinque la luce era ancora bassa, un grigio da cortile milanese. Si è vestita con gli stessi gesti ordinati dell’ingresso, il vestito, il cappotto, la borsa, e il nastro nero le restava visibile sotto il polsino, un bordo opaco che non ha provato a sfilare. Alla porta si è fermata, mi ha guardato e ha detto il mio nome, soltanto quello, come se il cognome non le servisse o come se avesse capito che non glielo avrei dato.
«Lunedì mattina sono in studio», ha aggiunto, piano, la stessa voce di chi legge un orario. «Presto.»
Non ho chiesto quale studio. Non ho riempito io quella frase. Ha abbassato gli occhi sul nastro, poi ha aperto e ha cominciato a scendere lo scalone di pietra, i passi attenti sulle foglie portate dentro dal vento. Dalla soglia l’ho vista raggiungere il pianerottolo di sotto e fermarsi, una mano sulla ringhiera. Per un attimo ha alzato il viso verso il mio piano, come se il sì di quella notte le pesasse ancora in gola e quasi la riportasse su. Poi ha tirato il cappotto sul petto e ha continuato, e il portone di sotto ha battuto una volta sola, sordo, nell’umidità di Porta Venezia.