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Tara Brennan

Tara nei giardini dopo l'evento

Racconto di sesso in pubblicoRischio Pubblico13 min di lettura

Un racconto di Tara Brennan

Tara Brennan lascia un cocktail di creator a Milano con un uomo che le parla come se la conoscesse già. Nei giardini pubblici, di notte, lui la prende dove chi passa può vederli.

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Il cocktail dei creator stava già perdendo gente quando Tara Brennan ha posato il bicchiere vuoto sul tavolo di vetro e mi ha preso il polso come se la serata fosse un accordo chiuso da un’ora. Ha ventuno anni e una bocca che sorride prima di finire la frase, e in quella sala di un hotel in centro a Milano, tra luci basse e il tintinnio stanco dei bicchieri, ha fatto sembrare naturale che uscissimo insieme. Il vestito chiaro le scendeva liscio, senza cintura, e ogni volta che si voltava a salutare qualcuno le si muoveva sulle anche con una leggerezza che non chiedeva permesso. Aveva i capelli sciolti, un po’ mossi dal caldo della sala, e le unghie corte che sul polso non stringevano: tenevano soltanto, come un accordo già firmato. Fuori la primavera inoltrata teneva l’asfalto ancora caldo e l’odore dei tigli arrivava già da lontano, dal lato del Castello. L’aria era dolce, da fine aprile, e i tigli coprivano l’odore della città. «Se restiamo qui qualcuno ci chiede un selfie e io divento educata», ha detto, e la voce aveva già il gioco dentro. L’ho seguita verso i giardini senza chiedere il perché, perché il perché stava tutto nel modo in cui mi teneva il polso e nel vestito chiaro che le batteva sulle cosce a ogni passo.

Camminando verso Parco Sempione ha raccontato una storia lunga di un ospite dell’evento, precisa e divertente, e di sé ha detto poco, soltanto che aveva sete di aria. Parlava con le mani, piccole, e ogni tanto si fermava un secondo come per pesare se la battuta fosse già abbastanza. L’ospite, a sentire quella voce, aveva confuso un filtro con un contratto e aveva tenuto il microfono troppo vicino alla bocca per tutta la tavola rotonda. Rideva mentre lo diceva, e la risata le arrivava prima delle parole. Sotto i lampioni dell’ingresso i cancelli erano aperti e due coppie se ne andavano verso l’Arco della Pace. L’ho presa per i fianchi prima ancora di arrivare alla prima panchina, e sotto il tessuto sottile non portava niente. «Davide», ha detto, e il nome è uscito come una confidenza, «a trentadue anni esci ancora dai cocktail con le sconosciute e le metti la mano lì in mezzo al viale?» Non ha però allontanato le dita. Le ho alzato un lembo del vestito mentre camminavamo, abbastanza perché il palmo trovasse il calore della figa già umida, e ha riso basso, quel riso che invita chi ascolta a restare complice. Due dita le hanno aperto le labbra lisce e lei ha rallentato il passo senza fermarsi, stringendo le cosce un attimo intorno alla mano come per nasconderla e insieme per tenerla lì. Era calda, già aperta quel tanto che bastava a far scivolare le dita, e il tessuto del vestito mi è rimasto sul dorso mentre continuavamo a camminare come due che parlano di niente.


La panchina stava un poco in disparte, sotto un tiglio, visibile dal viale se qualcuno avesse voltato la testa. L’ho fatta sedere e mi sono messo accanto, abbastanza vicino da coprire il gesto a chi passava di corsa e abbastanza scoperto da non coprirlo affatto. Il legno era ancora tiepido dalla giornata. Si è sistemata con una spalla contro di me, le ginocchia che fingeva di tenere composte, lo sguardo già un po’ perso verso i lampioni. Le ho riaperto le ginocchia e le ho cacciato due dita in figa fino al palmo, sentendo quanto fosse già stretta e bagnata, e il pollice gliel’ho premuto sul clitoride con una lentezza che l’ha fatta abbassare la testa contro la spalla. «Se arriva qualcuno dico che mi è venuto un crampo», ha mormorato, e la frase voleva essere una battuta, ma le anche si muovevano già incontro alla mano. Le ho spinte le dita più a fondo, piegandole, cercando quel punto ruvido che l’ha fatta aprire la bocca senza suono, e con l’altra mano le ho tenuto fermo un polso sul legno della panchina perché non chiudesse le gambe. Respirava corto contro il collo, e ogni tanto stringeva le dita intorno al bordo della panchina come se potessero trattenere il resto del corpo.

Un uomo è passato sul viale senza voltarsi e Tara ha comunque gemuto, un suono basso che ha tentato di mangiare contro il mio collo. Le ho aggiunto un terzo dito e l’ho sentita allargarsi, calda, viscida, e il vestito tirato su le lasciava le cosce nude sotto la luce gialla del lampione. L’odore dei tigli si è mescolato a quello più caldo che le saliva di mezzo alle gambe, e le cosce le luccicavano un poco, bagnate. «Guardami», le ho detto, e ha obbedito con gli occhi lucidi, mordendosi il labbro come se il morso potesse far passare tutto per uno scherzo. L’ho scopata con le dita a ritmo pieno, il palmo che le batteva sul clitoride a ogni spinta, e lei ha cominciato a stringersi a ondate, sempre più fitte, finché le spalle le sono tremate e si è venuta addosso alla mano con un fiato rotto che le è uscito dal naso. L’ho tenuta aperta mentre godava, le dita ferme in fondo, e il succo le è colato sul legno tra le natiche. Quando le ho sfilato la mano gliel’ho messa sulle labbra e ha succhiato senza fare la spiritosa, guardandomi, la lingua lenta, come se quella fosse la parte che voleva far vedere. Ha tenuto lo sguardo fino all’ultima leccata, poi ha deglutito e ha tirato su un angolo di bocca, già pronto a un’altra battuta che però non è arrivata.


Si è inginocchiata sull’erba umida tra la panchina e il viale, abbastanza in ombra da sembrare un gesto privato e abbastanza vicina alla luce da non esserlo. L’erba le ha macchiato le ginocchia subito, un fresco che non l’ha fatta esitare. Mi ha aperto i pantaloni con una calma da conversazione e ha preso il cazzo in bocca tutto d’un fiato, calda, stretta, scivolando fino a sentire la gola che cedeva. Le ho afferrato i capelli senza tirarli sul serio, soltanto per sentirle il ritmo, e lei ha alzato gli occhi mentre succhiava, quel modo di fare amicizia anche lì, come se il cazzo in gola fosse una confidenza e non un atto. La saliva le filava dal mento al petto, il vestito ormai sceso da una spalla, e ogni tanto si staccava per respirare e per dire qualcosa di corto su di sé, una mezza riga, poi tornava giù e si occupava di me come ci si occupa di un ospite che si vuole tenere. «A volte resto troppo», ha detto una di quelle mezze righe, la voce già roca, «poi faccio finta che sia lavoro.» Ha sorriso e si è rimessa in bocca il cazzo senza aspettare risposta.

«Se passa qualcuno dico che sto cercando un orecchino», ha fatto, e la battuta le è morta in gola perché le ho spinto il bacino incontro e il cazzo le è andato a fondo, facendole gli occhi umidi. Ha succhiato più forte, una mano a tenermi le palle, l’altra nascosta tra le proprie cosce, e l’ho sentita toccarsi di nuovo mentre mi teneva in bocca, bagnata, impaziente. Il rumore della succhiata si sentiva, umido, osceno, e un paio lontano ha rallentato il passo senza avvicinarsi. Il rumore dei passi è durato un attimo e poi si è perso, e Tara non si è staccata. Non ho tirato fuori il cazzo. Le ho tenuto la testa e le ho fatto prendere tutto fino al naso schiacciato contro il ventre, e lei ha accettato, le unghie nei miei fianchi, un gorgoglio basso che le veniva dalla gola ogni volta che spingevo. Quando l’ho lasciata tirare fiato aveva le labbra rosse e un filo di saliva che le luccicava sul mento, e ha sorriso come se avessimo appena condiviso una barzelletta troppo sporca per ripeterla in sala. Si è passata il dorso della mano sulla bocca, ancora in ginocchio, e ha alzato gli occhi come a chiedere se andava bene così o se doveva continuare.


L’ho tirata su e l’ho girata verso il tronco del tiglio, il vestito raccolto sui fianchi, la figa nuda all’aria della notte. Le ho aperto le natiche con i palmi e le ho spinto il cazzo dentro tutta d’un colpo, sentendola calda e stretta e ancora pulsatile dal primo orgasmo, e ha mandato un suono che non era una protesta. Si è appoggiata alla corteccia con entrambe le palme, la schiena inarcata, e ha spinto indietro il culo per prenderlo meglio. L’ho scopata in piedi, le spinte profonde, il pube che le batteva sul culo, e ogni volta che uscivo quasi tutto per rientrare fino in fondo lei si allargava un poco di più, bagnata al punto che si sentiva lo schiocco. L’aria della notte le arrivava sulla figa ogni volta che uscivo, e ogni volta che rientravo era più calda, più facile. Non le ho tirato giù il vestito. Gliel’ho tenuto su con una mano perché restasse scoperta, le tette che le ballavano contro la corteccia ogni volta che spingevo, e l’altra mano le l’ho cacciata in mezzo alle gambe per strofinarle il clitoride mentre il cazzo le lavorava la figa.

«Più forte», ha detto, e la voce le era cambiata, meno gioco e più fame. Ha ripetuto la parola contro il tronco, più bassa, e le unghie le si sono affondate nella corteccia. L’ho presa più sodo, le anche tenute ferme, e il rumore dei corpi si è fatto sporco, umido, continuo. Un ciclista è passato lontano sul viale e Tara non ha chiesto di fermarci. Si è spinta indietro da sola, cercando di prendersi tutto, e ho capito che il rischio le piaceva più della copertura. Le ho morso la spalla e le ho parlato basso, dicendole quanto era stretta, quanto mi succhiava il cazzo la figa, e lei ha riso un riso rotto che è diventato un gemito quando le ho cambiato l’angolo e le ho trovato il punto che la faceva tremare in piedi. Le ginocchia le hanno ceduto un attimo e l’ho tenuta su, inchiodata al tronco, scopandola a ritmo pieno, senza pietà e senza fretta, finché non l’ho sentita venire di nuovo, a scatti, la figa che mi pulsava intorno, un filo di succo che le scendeva lungo una coscia nuda. L’ho tenuta così ancora qualche spinta, sentendola contrarsi a ondate più lente, la fronte premuta contro la corteccia, il fiato che le usciva a pezzi.


L’ho portata di nuovo alla panchina e l’ho stesa sulla schiena, una gamba alzata, il vestito tirato sotto il petto, e sono rientrato in figa senza coprirla. Così, nuda dal petto in giù, illuminata dal lampione, con il cazzo che le entrava e usciva visibile da chiunque avesse scelto quella curva del viale. Le ho tenuto la caviglia alta, aperta, e il lampione le disegnava il ventre e il punto in cui sparivo dentro, lucido, ritmico. Ha tenuto gli occhi su di me un momento, poi ha voltato la faccia verso il parco, e proprio allora un uomo si è fermato a pochi metri, fermo, le mani in tasca, a guardarci senza parlare. Tara l’ha visto. Non ha detto di coprirla. Non ha chiuso le gambe. Mi ha stretto i fianchi con i talloni e ha continuato a prendersi le spinte, e quando ho cercato il suo sguardo l’ho trovato già fisso su quello sconosciuto, spalancato, acceso, come se lo sguardo altrui le fosse entrato in corpo insieme al cazzo. Le tette le salivano e scendevano a ogni respiro, i capezzoli duri, e le cosce le tremavano un poco, tenute aperte, senza pudore.

L’ho scopata più lento, più fondo, perché vedesse tutto, perché vedessimo tutti e due che l’uomo non se ne andava. Lei non ha distolto gli occhi da lui. La bocca le restava aperta, umida, e ogni tanto deglutiva senza distogliere lo sguardo, come se quello sconosciuto fosse parte del ritmo. Le ho premuto il pollice sul clitoride e le ho tenuto la gamba aperta, e ogni spinta le faceva tremare le tette e le usciva un suono piccolo, umido, che non tentava più di sembrare un crampo. «Resta così», le ho detto, e ha obbedito, lo sguardo inchiodato a quello dell’uomo, le labbra aperte, mentre la figa le si stringeva a ondate sempre più vicine. L’uomo ha fatto un passo, soltanto uno, e Tara è venuta così, guardandolo, con il cazzo dentro fino in fondo, un orgasmo lungo che le ha piegato la schiena sulla panchina e le ha fatto uscire un gemito che non ha più tentato di nascondere. L’ho sentita pulsare, bagnatissima, e ho continuato a scoparla mentre godava, senza coprirle niente, finché anche a me è venuto, sborrandole in figa a spinte corte, tenendola aperta sotto quella luce e sotto quello sguardo. Ho sentito l’ultima spinta finire in fondo, calda, e le ho tenuto i fianchi fermi perché restasse aperta, visibile, ancora piena. Quando ho tirato fuori il cazzo la sborra le è colata lenta, visibile, e lei ha ancora tenuto gli occhi sull’uomo qualche secondo, come se il resto della frase potesse arrivare da lì.


L’uomo se n’è andato senza una parola, verso l’Arco, e Tara si è tirata giù il vestito con una calma che voleva sembrare disinvolta. Si è seduta, le cosce ancora lucide, e ha tirato fuori quella voce da amica di sempre, la stessa con cui in sala avrebbe fatto ridere un tavolo intero. «Se qualcuno mi riconosce dirò che stavo spiegando un’idea per un contenuto», ha fatto, e ha sorriso storto, come se la battuta potesse chiudere quello che ci era appena uscito dal corpo. Mi sono allacciato i pantaloni e mi sono seduto accanto, abbastanza vicino da sentirle ancora il calore. «Ti ho già vista», le ho detto. «Non stasera. Prima. In un video in cui ridevi e poi abbassavi gli occhi proprio come adesso.» Ha taciuto un attimo, poi ha scelto la versione più leggera, quella che fa ridere la stanza invece di spiegarla. «Allora sei un fan educato. I fan educati offrono da bere, non sborrano in mezzo ai tigli.» Ha sistemato i capelli con le dita, un gesto da specchio, e ha guardato il viale vuoto come a misurare quanto tempo fosse passato. La voce le era tornata chiara, da sala, ma le mani le tremavano un poco mentre sistemava il vestito sulle cosce.

Siamo rimasti ancora un poco, l’erba umida, i lampioni, il parco che si svuotava. Ha parlato di un ospite dell’evento, di una marca, di una costa verso cui doveva partire, e di sé ha detto soltanto che al mattino prendeva un treno e che era lavoro, niente di più, come se la notte potesse restare un incidente spiritoso. L’ho ascoltata e ho capito che voleva tenersi lo scherzo pronto, nel caso qualcuno avesse visto davvero. Quando ci siamo alzati le ho sistemato una spallina del vestito e lei mi ha dato un bacio corto sulla bocca, già di nuovo quella che fa sentire gli altri a casa. «Non accompagnarmi. Se arrivo in hotel con te poi devo spiegare, e odio spiegare.» Ha riso, si è volta, ed è partita da sola verso l’uscita del parco, il vestito chiaro che spariva e ricompariva sotto i lampioni.


L’ho guardata fino a quando il viale l’ha inghiottita, poi ho preso un’altra strada, verso i navigli, con il sapore di lei ancora in bocca e il ricordo di quello sguardo che non si era staccato dall’uomo. Ho attraversato piazza Castello senza voltarmi, e l’odore dei tigli è rimasto indietro insieme al parco. Milano a quell’ora aveva ancora gente sui marciapiedi. Ho camminato senza fretta, con le mani in tasca, e il parco è rimasto alle spalle. In camera, più tardi, ho aperto un account nuovo, senza faccia, senza nome che potesse ricondurmi al cocktail. La stanza odorava di hotel, di lino pulito, niente di quella voce. Le ho scritto che l’avevo vista quella sera. Una riga sola, abbastanza da non poterla far passare per uno sbaglio. Il messaggio è partito e la conversazione è rimasta lì, aperta, senza risposta, la spunta ferma in quella stanza d’hotel che non vedevo. Sulla scrivania il telefono ha tenuto la chat accesa mentre fuori Milano si spegneva, e in testa c’era ancora la voce con cui aveva liquidato il mattino: la costa, un lavoro, nient’altro, come se il treno potesse cancellare la panchina. Non ho chiuso la finestra. Il messaggio è rimasto aperto sulla schermata, e di lei, di quella partenza detta per scherzo, non ho saputo più niente per il resto della notte.