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Tara Brennan

Tara tra le scrivanie

Racconto di sesso in ufficioRischio Pubblico12 min di lettura

Un racconto di Tara Brennan

Tara si presenta in un'agenzia di Milano per una campagna. L'uomo che l'ha convocata sa già troppo. Tra le scrivanie, con i colleghi ancora in giro, lei non chiude la porta.

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L’agenzia occupava il quarto piano di un palazzo verso Porta Venezia, e la sala delle scrivanie teneva le finestre spalancate sul pomeriggio di fine estate. L’aria di Milano restava calda anche all’interno, ferma tra i monitor, mescolata all’odore del caffè delle macchinette e al ticchettio discontinuo delle tastiere. Tara Brennan è arrivata con dieci minuti di anticipo, ventuno anni visibili nel passo leggero e un vestito chiaro che il sole delle vetrate rendeva sottile sulle spalle e sul petto. L’ho riconosciuta prima che la reception la annunciasse. A trentatré anni guidavo le campagne di quella stanza, e il suo volto lo avevo già studiato in troppi file per fingere di vederla per la prima volta.

La mail che l’aveva convocata era stata precisa in un modo che toglieva all’incontro qualsiasi scusa di anonimato.

Ha salutato due ragazze in fondo alla sala come se le conoscesse da sempre, ha riso di una battuta sul traffico, e non ha corretto il collega delle inserzioni quando le ha attribuito una campagna che non era sua. Poi è arrivata sulla soglia del mio ufficio a vetri, la porta aperta sul resto della stanza, e mi ha parlato come si parla a qualcuno con cui si è già deciso di andare d’accordo.

«Alessandro, almeno il caffè sarà decente. Altrimenti firmo tutto e sparisco nel primo bar sotto casa.»

L’ho fatta entrare e ho lasciato la porta com’era. Oltre il vetro interno restavano visibili le schiene piegate, un uomo al telefono vicino alla stampante, due donne che discutevano su un monitor. Tara si è seduta di fronte alla scrivania, ha posato la cartellina del contratto e ha incrociato le gambe. Ho parlato di diritti, di scadenze, di una campagna che l’avrebbe messa in città con un volto già noto. Ascoltava, annuiva, e ogni tanto guardava oltre la mia spalla verso le scrivanie, come per misurare quanto eravamo esposti.

«La porta», ho detto. «Possiamo chiuderla.»

Ha scosso la testa e ha sorriso senza alzare la voce. «Se la chiudi sembra che abbiamo paura. Meglio due persone che lavorano, no?»

Mi sono alzato e ho girato intorno al tavolo. Da quella distanza il vestito lasciava vedere la linea delle cosce e il fatto che, sedendosi, era salito. Le ho messo una mano sui capelli, raccogliendoli senza tirare, e Tara ha alzato il viso. Non c’era sorpresa. C’era una curiosità calda, già decisa.

«Sai già tutto», ha detto, bassa. «Non fare finta.»

Le ho fatto scivolare il bordo del vestito più su. Le dita hanno trovato la pelle nuda, poi il tessuto sottile della mutandina, già umido al centro. Ha aperto un poco le ginocchia e ha guardato la soglia. Un uomo è passato nel corridoio con una pila di cartelle, gli occhi sul telefono, e non si è voltato. Tara ha tirato un respiro e ha spinto il bacino contro la mia mano, silenziosa, mentre oltre il vetro qualcuno rideva a una chiamata. Le ho accarezzato la figa sopra la stoffa, poi sotto, e l’ho trovata calda e aperta. Un suono le è morto in gola. Ha afferrato il bordo della scrivania e ha tenuto lo sguardo sulla porta, le cosce che tremavano appena, abbastanza da farmi capire che non avrebbe detto di no.


Tara è scesa dalla sedia senza che glielo chiedessi. Si è inginocchiata sotto la scrivania, tra le mie gambe, e ha aperto la cintura con una familiarità che non apparteneva a un primo incontro di lavoro. Le ho sfilato il cazzo già duro e lei l’ha preso in mano, l’ha guardato un attimo, poi se l’è messo in bocca. Il caldo umido delle labbra mi è sceso fino alla base. Ho dovuto posare i palmi sui fogli del contratto per non fare rumore.

Succhiava piano all’inizio, la lingua piatta sotto, poi più a fondo, e ogni tanto si fermava con le labbra strette intorno alla testa, abbastanza da farmi chiudere gli occhi. Dalla sala arrivavano voci, una stampante, il suono dell’ascensore. Tara ha alzato gli occhi e ha continuato, le gote cave, la saliva che le scendeva sul mento e le bagnava il petto sul bordo del vestito. Le ho sentito la gola aprirsi quando ha spinto la testa più giù, e il cazzo le è sparito fino in fondo, stretto, pulsante, mentre lei restava ferma a deglutire intorno.

Ho sentito i passi. Un collega ha incrociato la soglia aperta, ha battuto due dita sullo stipite e ha chiesto una firma su un preventivo. Tara non si è tolta il cazzo di bocca. Ha solo rallentato, la gola stretta, e mi ha tenuto fermo con una mano sui fianchi. Ho risposto restando seduto, la voce più bassa del solito, e lui ha lasciato il foglio sul bordo del tavolo, proprio sopra i capelli di Tara, e se n’è andato parlando già al telefono. Il rumore dei passi si è perso tra le scrivanie. Lei ha ripreso con più fame, prendendolo in gola, il naso premuto contro di me, un filo di saliva che le collegava il labbro inferiore alla mia pelle.

Le ho afferrato i capelli e l’ho tenuta lì un secondo, abbastanza da sentirla soffocare un poco, poi l’ho lasciata respirare. Ha sorriso, sporca, e ha bisbigliato qualcosa che i fogli coprivano.

«Loro là fuori pensano che stiamo decidendo i font e le deadline. Di me c’è poco da raccontare. Di quelli che passano, invece, farei un romanzo.»

Ha ripreso a succhiare come se quella frase fosse parte del lavoro, la lingua che girava sulla testa del cazzo, una mano a stringermi le palle, l’altra a tenersi il vestito alzato sulle cosce. Ogni tanto si staccava, tirava un filo di saliva, e tornava giù fino a bagnarsi il mento. Guardava la soglia mentre lo faceva, e quella vigilanza mi eccitava più della bocca, perché era lei a volere che restasse aperta, lei a misurare il rischio e a restare in ginocchio lo stesso. Le ho spinto i capelli indietro per vederle gli occhi. Gli occhi erano lucidi, decisi, e quando ho premuto un poco più a fondo ha fatto un suono basso, umido, che apparteneva soltanto a noi e a chiunque avesse deciso di fermarsi ad ascoltare.


L’ho tirata su prima di venire. Tara si è alzata con le labbra lucide e il vestito stropicciato, e si è seduta sul bordo della scrivania, le gambe aperte verso di me, la mutandina spostata di lato. Le ho infilato due dita in figa senza preamboli e l’ho trovata talmente bagnata che il palmo si è inzuppato al primo movimento. Ha morso il labbro e ha guardato di nuovo la porta, poi ha preso il mio polso e ha guidato il ritmo, più fondo, più lento, come se stesse ancora decidendo lei quanto mostrare.

«Così», ha detto, e la voce era un filo. «Se qualcuno entra, restiamo così. Stiamo parlando del contratto.»

Le ho piegato le dita in alto e l’ho sentita stringersi. Un terzo dito è entrato con fatica e lei ha aperto di più le ginocchia, il vestito raccolto sui fianchi, le tette che si muovevano sotto la stoffa chiara ogni volta che respirava. Le ho abbassato il scollo con l’altra mano e le ho preso un capezzolo in bocca, succhiando fino a sentirla inarcarsi. Oltre il vetro una risata è salita da un tavolo lontano. Tara ha girato la testa da quella parte e ha sorriso, piccola, eccitata, e ha spinto le dita ancora più dentro di sé usando la mia mano.

Le ho leccato il collo, poi la bocca, e ho sentito il sapore del mio cazzo sulla lingua. Si è attaccata al bacio come se quello fosse il modo più semplice di stare zitta. Le dita le uscivano lucide e ci tornavo dentro fino al palmo, il pollice a strofinarle il clitoride in cerchi stretti, e lei ha cominciato a muovere i fianchi incontro, silenziosa e disordinata. Un telefono ha squillato nell’altra stanza. Nessuno è venuto. Tara ha preso il mio viso tra le mani e ha detto il mio nome contro la bocca, non per fermarmi, per tenermi lì.

Le ho sfilato la mutandina e l’ho lasciata cadere vicino alla sedia. Era un filo di cotone già trasparente. Tara l’ha guardata un attimo, poi ha alzato gli occhi e ha aperto le gambe più di prima, i talloni contro i cassetti, la figa offerta alla luce del pomeriggio che entrava dalle vetrate. L’ho leccata. Il sapore era forte, salato, e lei ha dovuto coprirsi la bocca con il dorso della mano. Ho spinto la lingua dentro, poi più su, e l’ho succhiata finché le cosce non mi hanno stretto la testa. I piedi le battevano piano contro il legno. Dalla sala qualcuno ha chiamato un nome che non era il nostro. Non ci siamo fermati.


L’ho stesa sulla scrivania tra i fogli. Il contratto le restava sotto una spalla, spiegazzato. Le ho aperto le gambe e le ho messo il cazzo sulla figa, bagnandolo, senza entrare ancora, abbastanza da farle cercare il movimento con il bacino. Tara ha allungato una mano, mi ha preso e si è infilata da sola il cavo della testa, un centimetro, poi un altro, gli occhi fissi sulla soglia aperta. L’ho spinto fino in fondo con un colpo solo. Era stretta, calda, e ha fatto un verso che ho copito con la bocca.

Ho scopato così, sulla scrivania, tenendole i fianchi, il vestito accumulato sotto le tette. Ogni spinta le faceva battere le scapole sui fogli. Guardava il corridoio sopra la mia spalla e ogni tanto stringeva la figa come per ricordarmi che eravamo visibili, che il vetro non nascondeva nulla se qualcuno si fosse avvicinato. Le ho alzato una gamba e l’ho piegata sul petto, e da quella angolazione il cazzo le arrivava più profondo, tanto che ha dovuto afferrarmi la camicia. La scrivania ha scricchiolato. Ho rallentato, poi ho ripreso più duro, e il rumore umido di quando le entravo fino in fondo è diventato il suono più chiaro della stanza.

«Più forte», ha detto, e non era un sussurro abbastanza basso. «Se passano, passano.»

Le ho messo una mano sulla bocca, non per correggerla, per sentire il respiro contro il palmo mentre la scopavo. Tara ha leccato le dita e ha sorriso sotto. Le ho afferrato i capelli e le ho tirato la testa indietro, il collo teso, e ho continuato a entrare e uscire con colpi lunghi che le muovevano tutto il corpo sulla scrivania. Una graffetta è caduta. Un foglio è volato. Lei ha riso in gola, un riso corto, e ha avvolto le gambe intorno alla schiena per tenermi dentro. Sentivo le pareti della figa tirarmi, bagnate, e ogni volta che uscivo quasi del tutto lei spingeva in avanti per riprendermi. Oltre il vetro l’open space continuava a vivere, indifferente o soltanto distratto, e quella indifferenza ci rendeva più sporchi, più visibili, più scelti.


L’ho tirata giù e l’ho girata contro il vetro interno. Il viso le è rimasto a pochi centimetri dalla sala, il respiro che appannava una macchia tonda sul cristallo. Le ho alzato il vestito fino alla vita, le ho aperto le gambe con un ginocchio e l’ho presa da dietro, entrando di slancio, una mano sui fianchi e l’altra sul vetro accanto alla sua. Tara ha posato i palmi sul cristallo e ha spinto il culo incontro, e da fuori, se qualcuno avesse alzato lo sguardo, avrebbe visto la schiena, i capelli, il movimento dei fianchi, e avrebbe potuto capire.

Ho scopato contro quel vetro con colpi corti e fondi. Le tette le battevano sul cristallo. Il vestito le scendeva da una spalla. Ogni volta che le davo un colpo più duro la figa faceva un suono bagnato e lei abbassava la fronte sul vetro, gli occhi aperti sulla sala. Un uomo è passato a una decina di metri, ha guardato il telefono, non si è fermato. Tara ha tirato un respiro che era quasi una risata e ha detto il mio nome, basso, come una richiesta.

«Non chiudere», ha aggiunto. «Resta così.»

Le ho messo due dita in bocca e lei le ha succhiate mentre la prendevo, la lingua tra le dita, la saliva che le scendeva sul polso. L’altra mano le è scesa sul clitoride e l’ho strofinata in tempo con le spinte, fino a sentirla tremare dalle ginocchia. Il cazzo le usciva lucido e ci tornavo dentro fino a schiacciarle il culo contro di me. Il vetro scricchiolava appena sotto i palmi. Dall’altra parte della sala una donna ha alzato la testa da un monitor, ha guardato nella nostra direzione, e ha abbassato di nuovo gli occhi. Tara l’ha vista. Non ha coperto niente. Ha solo aperto di più le gambe e ha spinto la fronte sul cristallo, offerta, scelta, con il mio cazzo che le lavorava la figa a vista d’ufficio.


Una collega si è fermata sulla soglia. Non ha bussato. Restava lì, una cartella contro il petto, lo sguardo che andava da Tara al punto in cui i nostri corpi si univano, e non ha parlato. Ho sentito il corpo di Tara tendersi, non per coprirsi, per capire. Ha girato il viso verso quella donna e l’ha guardata negli occhi. Poi ha cercato la mia mano sulla maniglia, che non avevo ancora toccato, e ha fatto un piccolo gesto, chiaro, il palmo che diceva di lasciare la porta com’era. Non ci siamo fermati.

Ho continuato a scoparla contro il vetro, più lento adesso, più profondo, e Tara ha tenuto lo sguardo sulla collega mentre la figa le si stringeva a ondate. La donna sulla soglia non è entrata e non se n’è andata. Guardava. Tara ha preso il mio polso e se lo è premuto sul ventre, più giù, sulle dita che le strofinavano il clitoride, e ha cominciato a venire così, in piedi, visibile, con gli occhi ancora su quella collega. Il primo spasmo le ha chiuso la gola. Il secondo le ha fatto battere una mano sul vetro. È venuta con un suono che non è riuscita a trattenere del tutto, la figa che mi mungeva il cazzo a scatti, le gambe che perdevano forza, e in quei secondi non ha abbassato lo sguardo.

L’ho tenuta su. Ho spinto fino in fondo e le ho sborrato in figa, a ondate, premuto contro di lei, il seme che le riempiva mentre ancora tremava. Ogni scarica me la stringeva intorno, calda, aperta, e ho continuato a muovermi un poco, abbastanza da spingere la sborra più dentro. Tara ha tirato un respiro lungo e ha appoggiato la fronte sul cristallo. La collega sulla soglia ha abbassato gli occhi per un attimo, poi ha fatto un passo indietro e se n’è andata verso le scrivanie senza chiudere, senza dire una parola. Quando l’ho sfilato, un filo bianco le è sceso lungo la coscia interna e le ha macchiato la pelle fino al ginocchio. Tara l’ha guardato, poi ha guardato me, e non ha fatto la battuta che in un’altra stanza avrebbe reso tutto un gioco.


Si è sistemata il vestito con le mani che le tremavano appena. Ha raccolto la mutandina da terra e l’ha messa in borsa invece di rimetterla. Il contratto era stropicciato, una graffetta storta, una macchia umida all’angolo che nessuno avrebbe dovuto spiegare. Ha firmato dove doveva firmare, il nome chiaro, la data di quel pomeriggio di fine estate, e ha lasciato la penna sulla scrivania come si lascia una cosa che ha già finito il suo lavoro.

«È fatto», ha detto, e basta.

Non ha aggiunto altro. Non ha cercato la frase che avrebbe messo una cornice amichevole su quello che l’ufficio aveva appena visto. È uscita dalla soglia ancora aperta e ha attraversato le scrivanie con il passo di sempre, il vestito chiaro che il pomeriggio rendeva di nuovo soltanto un vestito. Dalla porta a vetri l’ho vista fermarsi un attimo vicino alla reception, il telefono acceso nel palmo. Anche da lontano ho letto abbastanza dell’anteprima: un messaggio senza nome, le stesse parole di chi ripete di averla vista. La collega della soglia era già al suo posto, lo schermo acceso, le dita ferme sulla tastiera un secondo di troppo. Tara ha chiuso il telefono senza sorridere, ha attraversato l’ingresso e la porta di vetro dell’agenzia l’ha inghiottita. Il contratto restava sulla mia scrivania, firmato, e quello che era successo non aveva più bisogno della sua voce per esistere.