
Erika nei collant dell'ufficio
Racconto fetish in ufficioFeticismo10 min di lettura
Un racconto di Erika Bennett
Erika Bennett, 23 anni, resta in agenzia a Milano dopo l'orario per una revisione di booking che nessuno dei due apre. Marco guarda i suoi collant prima del documento. Quello che succede sulla scrivania non è lavoro.
L’agenzia di via Durini era vuota da quasi un’ora quando Erika Bennett restò seduta di fronte alla scrivania, a Milano, in una sera d’autunno che aveva già spento i negozi sotto le finestre. Aveva ventitré anni e i capelli castano chiaro tirati indietro in modo da lasciare scoperta la linea del collo, e i collant, più sottili di quelli che portava di solito, disegnavano le gambe sotto la gonna nera come una decisione presa a casa e portata fino lì. Le avevo chiesto di fermarsi per una revisione di booking. Il file stava aperto sullo schermo e nessuno dei due lo aveva toccato.
Guardai i collant prima del documento. Il nylon nude le stringeva le cosce con una luce opaca, e quando incrociò le gambe il cavallo si tese in un triangolo che il bordo della gonna non copriva del tutto. Il termosifone scricchiolò contro il silenzio dell’open space, e il riflesso del monitor le tagliava il viso senza arrivare agli occhi grigio azzurri, che restavano su di me come se il file fosse un pretesto già smascherato.
«Marco», disse, e la frase arrivò intera, più lunga di quanto la stanza si aspettasse, «se il file serve, si apre. Se non si apre, allora stiamo facendo un’altra cosa, e almeno una delle due persone a questa scrivania dovrebbe avere il coraggio di dirlo senza nascondersi dietro una campagna di novembre.»
Non confermò di averli messi per questo. Non lo avrebbe fatto per prima, e il sorriso le restò sulle labbra come una cortesia che teneva in serbo il colpo.
«Ti voglio con i collant», dissi. «Stasera. Così come sei seduta.»
Erika piegò la testa di lato e non scese lo sguardo al documento. Gli occhi restarono sul viso con quella pazienza da dibattito che sapeva dove mettere il veleno.
«La gente veste quello che ha nel cassetto», rispose. «Il fatto che tu lo chieda a voce alta, dopo l’orario, dice più di te che del cassetto.»
Mi alzai e le girai intorno alla scrivania senza chiudere il file. Lei non si spostò. Restò con le gambe incrociate e le mani sul bracciolo, e quando le misi un ginocchio tra le ginocchia aperse le cosce quanto bastava perché il nylon stridesse piano. Le alzai la gonna fino all’anca. I collant erano intatti, tesissimi sul pube rasato che si indovinava sotto la trama, e il calore le arrivava già umido contro il palmo ancora prima che premessi.
Le accarezzai la figa attraverso il nylon con due dita piatte, dal clitoride in giù, e lei inspirò con la bocca chiusa. Il tessuto era già un po’ scuro in mezzo, bagnato da lei, e quando ci passai l’unghia Erika emise un suono basso che non era una protesta. Le aprii di più le gambe e le sfregai il sesso con il palmo intero, sentendo le labbra gonfie sotto la maglia fine, sentendo come il collant le tenesse tutto raccolto e disponibile.
«Li hai messi sapendo che te lo avrei detto», feci, e la voce mi uscì più roca di quanto volessi concederle.
Erika mi guardò da sotto e non rispose alla domanda. Si limitò ad allargare ancora le ginocchia, a spingere il bacino contro la mano, e il nylon si tese fino a diventare lucido sul clitoride. Le strofinai lì con il pollice, lento, e lei chiuse gli occhi per un attimo solo, abbastanza da farmi capire che il corpo aveva già deciso quello che la bocca teneva indietro. Continuai a massaggiarle la figa coperta, a spingere il tessuto dentro le labbra bagnate, e ogni volta che il nylon scivolava sul punto gonfio lei contraeva le cosce intorno al polso senza chiudermi fuori.
Le sbottonai la camicetta con l’altra mano. Aveva un reggiseno nero sottile, e quando le scostai la coppa il capezzolo era già duro. Lo presi in bocca mentre le dita continuavano a lavorare tra le gambe, succhiando piano, e Erika mi afferrò i capelli senza tirare, tenendomi lì come si tiene qualcuno a cui si sta permettendo tutto tranne la frase giusta.
Le afferrai il cavallo dei collant con due dita e lo strappai. Il nylon si aprì con un suono breve, secco, e la figa le apparve nel buco irregolare, rosa e lucida, ancora incorniciata dal tessuto che le restava teso sulle cosce e sul pube. Non glieli tolsi. Volevo vederla così, vestita di quello che le avevo chiesto, aperta solo dove serviva.
Mi inginocchiai tra le gambe e le leccai il sesso attraverso il bordo lacerato, lingua piatta sulle labbra, poi sulla fessura, assaggiando lei e il sapore del nylon umido insieme. Erika emise un gemito più alto e mi strinse la testa con le cosce. Le tenni le anche ferme sulla sedia e continuai, spingendo la lingua nel buco del collant, leccandole il clitoride dove il tessuto ancora lo copriva in parte, succhiando tessuto e pelle finché lei non fu scivolosa in un modo che non c’entrava più con l’ufficio.
«Marco», disse, e questa volta la frase le tremò in fondo, «se intendi finire di lavorare su di me, almeno alza lo sguardo ogni tanto, così so che stai seguendo anche quello che non sto dicendo.»
Alzai lo sguardo. Aveva le guance accese e la bocca aperta, e gli occhi grigio azzurri erano lucidi senza essere arrendevoli. Le sorrisi contro la figa e le cacciai la lingua più a fondo, leccandola tutta, dal buco al clitoride, passando e ripassando sul nylon strappato che le restava incollato alle labbra. Le misi un dito dentro, poi un secondo, e lei era stretta e calda e già pronta, e i collant le tenevano le dita premute contro il sesso come una seconda pelle che non volevo togliere. La pompavo piano, piegando le dita in cerca di quel punto che le fece inarcare la schiena sulla sedia, e intanto le succhiavo il clitoride attraverso il brandello di tessuto finché le cosce non le cominciarono a tremare in modo visibile.
La sentii avvicinarsi. Le accelerai la lingua e le dita insieme, senza pietà, e Erika venne con un suono rotto, contraendosi intorno alle dita, bagnandomi il mento e il nylon in un colpo solo. La tenni lì, leccandola ancora mentre l’orgasmo le attraversava il ventre, e lei mi guardò dall’alto con gli occhi socchiusi, ancora presente, ancora capace di una battuta che non arrivò.
La sollevai dalla sedia e la misi a sedere sul bordo della scrivania, sul lato dove non c’erano fogli. La gonna le restò raccolta in vita, i collant strappati al cavallo, le gambe aperte verso di me, e lei si appoggiò indietro sulle palme senza coprirsi. Mi sbottonai i pantaloni. Il cazzo era già duro, pesante, e quando lo fregai contro la figa aperta, contro il nylon bagnato che le incorniciava le labbra, Erika inspirò e spinse il bacino in avanti.
La penetrai in una spinta sola, fino in fondo, e il buco dei collant mi strinse intorno alla base insieme a lei. Era caldissima, stretta dopo l’orgasmo, e il tessuto le restava incollato alle cosce e al sesso, umido, indecente. Cominciai a fotterla sulla scrivania con colpi lunghi, tenendole le anche, guardando il cazzo sparire nel nylon lacerato e riemergere lucido. Lei gemette e chiuse una gamba intorno alla schiena, tirandomi dentro, e ogni spinta le faceva battere le natiche contro il legno.
«Così», dissi. «Con questi. Voglio vederti venire ancora vestita di questo.»
Erika rise, un riso breve che si spezzò quando la colpii più a fondo. Si tirò su con un braccio e mi prese la faccia con l’altra mano, obbligandomi a guardarla mentre la scopavo. Non c’era sottomissione in quello sguardo. C’era il piacere, nudo, e la decisione di restare lì senza darmi la frase che avrei voluto.
La fottei più forte. Il tavolo scricchiolò. Le afferrai un seno, le storsi il capezzolo, e lei chiuse gli occhi e aprì di più le gambe, offrendo il sesso ancora incastrato nel collant come se quello fosse il modo in cui voleva essere presa. Le sentivo le pareti succhiarmi il cazzo a ogni ritirata, sentivo il nylon bagnato sfregarmi l’inguine, e l’ufficio vuoto rendeva ogni suono più sporco, il battito della pelle, il respiro di lei, lo scivolare umido dentro il tessuto.
Le misi un pollice sul clitoride, sopra il bordo strappato, e lo strofinai in cerchio mentre continuavo a spingere. Erika gettò indietro la testa e venne di nuovo, più silenziosa, stringendomi il cazzo a ondate, e la tenni dentro per tutta la durata, fermo in fondo, a sentirla pulsare intorno.
Non uscii. Aspettai che il tremito le passasse e ripresi a muovermi, più lento, più fondo, guardandola in faccia. Lei mi tenne lo sguardo. Aveva i capelli un po’ sciolti sulla fronte e la bocca umida, e per un attimo sembrò in procinto di dire qualcosa che non c’entrava con la scrivania.
«La settimana scorsa, in un posto…» cominciò, e si interruppe. Chiuse la frase in gola e mi strinse le spalle con le ginocchia, riportandomi al corpo. Non finì. Non parlò di nessun atelier e di niente che non fossimo noi due in quell’ora. La baciai per non farle spazio a pentirsene, e il bacio fu più tenero delle spinte, il che mi confuse più del resto.
La sdraiai meglio sulla scrivania, le alzai le gambe e le piegai contro il petto, e da quella posizione la vidi tutta: i collant tirati, il buco sformato, la figa che mi prendeva fino in fondo. Accelerai. Il piacere mi saliva dalle palle in una linea unica, e quando fui lì, sul bordo, uscii e le premisi il cazzo contro il sesso aperto, dentro il tessuto lacerato, e sborrai nel nylon. Lo sperma le riempì il cavallo a getti caldi, bianchi, impregnando il collant e colandole sulle labbra e sull’interno coscia, e lei guardò, senza distogliere gli occhi, mentre le sporcavo quello che le avevo chiesto di indossare.
Restai chino su di lei, il respiro corto, una mano le tenne l’anca come si tiene qualcuno che non si vuole lasciare andare. Per un momento fummo fermi così, ancora uniti dal tessuto bagnato, e mi sembrò di averla intera, non a pezzi, non solo le gambe. Le pulii un filo di sborra dal collant con due dita e glielo portai alla bocca. Erika le prese senza discutere, le succhiò, e gli occhi restarono i suoi, lucidi e svegli.
La tenni ancora un poco, la fronte contro la fronte, e il calorifero riprese a scricchiolare come se l’ufficio si fosse ricordato di esistere.
Ci rivestimmo senza fretta. Lei si tirò giù la gonna sopra i collant rovinati, e lo sperma le restava visibile in una macchia scura all’altezza del cavallo, un segreto che la stoffa nera della gonna copriva solo a metà. Si abbottonò la camicetta con dita ferme. Io riallacciai la cintura e guardai il file ancora aperto, inutile, una scusa che aveva fatto il suo lavoro senza essere letta.
«Sono innamorato», dissi, e la frase uscì intera, senza che la potessi riprendere. Stavo in piedi vicino alla sedia, troppo vicino, e lei stava sistemandosi i capelli con una naturalezza che mi fece sentire scoperto.
Erika mi guardò e convertì tutto in generale, come sapeva fare quando la domanda le arrivava troppo dentro. Mise la borsa sulla spalla e sorrise con quella cortesia che teneva il colpo per la fine.
«Le persone che parlano così dopo una scrivania», disse, e lasciò arrivare il resto con calma, «di solito stanno cercando di comprare quello che hanno già preso, e confondono il silenzio di chi sta ancora vestita con una risposta.»
Non c’era cattiveria vera. C’era il rifiuto di darmi la cosa personale, di ammettere che i collant erano per me, di restare nella frase che avevo messo in mezzo a noi. Mi dolse in un punto che non c’entrava con il cazzo. Avrei voluto che restasse, che mi dicesse anche solo una cosa che non fosse una teoria sulle persone. Invece raccolse il cappotto di lana dallo schienale e lo indossò sopra la gonna macchiata come se l’agenzia, a quest’ora, fosse ancora un luogo in cui si esce composti.
Sulla porta dell’ascensore le si accese il telefono. Lo sbloccò senza nasconderlo del tutto, e sullo schermo vidi una pagina di prenotazione, il nome di un hotel in una via che non era la sua, una data per la sera dopo, una camera singola già selezionata. Restò con il pollice sospeso un attimo, poi confermò il pagamento con un tocco, e la mail di conferma le comparve in alto come una cosa già decisa.
«Dormi in città?» chiesi, e odiai quanto la domanda suonasse da uomo che aveva appena detto di essere innamorato.
Erika spense lo schermo e mise il telefono in borsa. L’ascensore arrivò con un ding troppo allegro per l’ora, e lei vi salì prima di me, voltandosi appena, con i collant ancora umidi sotto la gonna e quella luce negli occhi che non concedeva il resto.
«C’è gente che dopo certe serate non torna subito a casa», rispose. «Non è detto che debba spiegarlo a chi è rimasto in ufficio a guardarle le gambe.»
Le porte si chiusero su di lei e sul cappotto scuro, e in corridoio restò solo il rumore del termosifone e il file acceso sulla scrivania, ancora intatto, come se quella revisione fosse ancora in corso.