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Erika Bennett

Erika legata in suite

Storia erotica bondage hotelFeticismo13 min di lettura

Un racconto di Erika Bennett

Erika Bennett, 23 anni, accetta una suite d'albergo a Milano senza chiedere prima a che cosa serve la corda. Alessandro la lega e lei, per la prima volta, non può chiudere il discorso. Quello che succede nel letto è quello che è andata a prendere.

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La pioggia di ottobre copriva i vetri della suite quando Erika Bennett ha bussato, ventitré anni, il cappotto chiaro ancora lucido d’acqua e i capelli d’un castano chiaro raccolti in una piega che non teneva. L’avevo fatta salire dalla scala di servizio, lontano dalla reception, e adesso stava sulla soglia con lo sguardo già dentro la stanza, come se dovesse decidere se valeva la pena entrare. Dietro di me il letto era aperto, le lenzuola di lino tirate via in parte, e sulla coperta la corda nera stava arrotolata in tre spire, senza nessun tentativo di nasconderla. Milano teneva accese le luci basse sotto di noi, una fila di tetti bagnati, e il riscaldamento della camera faceva un rumore sordo, continuo, che riempiva i silenzi.

«Sei in anticipo», ho detto, e l’ho fatta entrare chiudendo la porta alle spalle.

Ha posato la borsa su una sedia vicino alla finestra e ha guardato la corda prima di guardare me, senza chiedere a che servisse. Si è tolta il cappotto, l’ha piegato con una cura che non c’entrava con l’ora, e ha lasciato che vedessi il resto: il vestito scuro, le spalle nude, il fatto che era salita sapendo. Non si è avvicinata alla vetrata; si è fermata accanto al letto e ha passato un dito sulla corda come si tocca un oggetto di cui si conosce già l’uso e si pretenda di scoprirlo adesso.

«In certe stanze gli oggetti parlano prima delle persone», ha detto, e ha alzato gli occhi, d’un grigio che tirava al blu. «Chi arriva dopo può sempre fingere di non averli sentiti.»

L’ho presa per un polso, la pelle ancora fredda della strada, e l’ho tirata contro di me. Le ho baciata la bocca senza preparare niente, perché non c’era niente da preparare. Ha aperto le labbra e ha preso la lingua con una fame pulita, precisa, e per un attimo le ho sentito i denti, un morso piccolo, subito sciolto. Le ho sfilato le spalline e il vestito è sceso fino alla vita, lasciando scoperti i seni. Non portava il reggiseno. Le ho preso un seno nel palmo, ho sentito il peso caldo dopo il freddo della strada, e le ho stretto il capezzolo tra due dita finché un suono basso le è uscito contro la bocca. Solo allora l’ho spinta a sedere sul bordo del letto e le ho detto di sdraiarsi. Ha obbedito senza una battuta, e quella mancanza pesava più di qualsiasi frase che avesse tenuto pronta in altre stanze. Si è distesa sulla schiena, i capelli sparsi sul cuscino, e le ho alzato il vestito fino alle anche. Le ho tirato giù le mutandine, facendole scorrere lungo le cosce e poi oltre le caviglie, e le ho gettate a terra. Era già bagnata. Le ho passato due dita in mezzo alla figa, lente, aprendola, e le ho sentito le cosce chiudersi un attimo intorno al polso prima di lasciarsi aprire di nuovo.

«Alessandro», ha detto, e il nome è uscito intero. «Se cominci a parlare tu, questa diventa una conversazione.»

Non ho parlato. Le ho aperto le ginocchia con le palme e ho preso la corda.


Le ho legato i polsi per primi, uno e poi l’altro, ciascuno a un angolo della testiera, con nodi che tenevano senza tagliare. Ha tirato una volta, ha visto che non cedeva, e ha lasciato la testa sul cuscino con una specie di attenzione nuova, come se finalmente le fosse stato tolto l’obbligo di chiudere lei il discorso. Le ho aperto le gambe e le ho legato le caviglie ai piedi del letto, larghe, abbastanza perché restasse esposta e non potesse chiudersi. Il vestito le restava accartocciato sulla vita, inutile. L’ho lasciata così un momento, in piedi accanto al materasso, a guardarla. Il petto le si alzava in fretta. La figa era aperta, lucida, e lei non distoglieva lo sguardo.

«Puoi ancora parlare», ho detto. «Non puoi andartene.»

Ha sorriso con la bocca sola. «C’è chi confonde le due cose. Di solito sono gli stessi che poi pretendono una sintesi.»

Mi sono inginocchiato tra le gambe e le ho messo la bocca sulla figa senza avvisarla. Le ho spinto la lingua in mezzo, prima piatta, poi a punta sul clitoride, e le ho tenuto le anche ferme con le mani perché i legacci alle caviglie le permettevano ancora di sollevarsi. L’ha fatto: il bacino le è salito contro la faccia. Le ho succhiato le labbra, le ho cacciato la lingua dentro, le ho leccato tutto quello che già colava. Il sapore era salato e caldo. Le ho messo un dito dentro mentre leccavo, poi un secondo, e le ho cercato quel punto ruvido in alto finché le cosce hanno cominciato a tremarle e un gemito le è uscito lungo, senza forma di frase. Continuavo, senza concederle una pausa. Le ho succhiato il clitoride con una ritmica lenta e le dita le andavano dentro fino al palmo, bagnate fino al polso. Tirava i polsi contro la corda e i nodi tenevano, e ogni volta che tirava il petto le si tendeva, i capezzoli duri e scoperti, e io non li toccavo apposta.

«Guarda», ho detto contro la figa. «Guarda cosa ti faccio mentre non puoi chiudere le gambe.»

Ha guardato. Gli occhi erano umidi, non di pianto. Le ho affondato la lingua più a fondo e le ho sentito il respiro spezzarsi, poi un suono più alto, e le pareti interne le si sono strette intorno alle dita in una scossa che le ha sollevato tutta la schiena dal materasso. L’ho tenuta lì, la bocca ferma sul clitoride, finché il tremito è passato e lei è ricaduta, respirando con la bocca aperta. Le ho tolto le dita e gliele ho passate sulle labbra. Ha succhiato senza che glielo chiedessi, lo sguardo ancora su di me, e per la prima volta dalla soglia non ha convertito niente in una questione generale.


Mi sono alzato, mi sono sganciato i pantaloni e le ho messo il cazzo in faccia, già duro, la testa umida. Lei ha alzato il mento quanto i polsi legati le permettevano e ha aperto la bocca. Gliel’ho fatto entrare così, piano all’inizio, sentendole la lingua calda sotto, poi più a fondo, fino a toccarle la gola. Ha chiuso gli occhi un attimo e ha preso, le labbra strette intorno, e un filo di saliva le è sceso sul mento. Le ho afferrato i capelli con una mano e le ho tenuto la testa, muovendomi in bocca con colpi corti, poi più lunghi. Non poteva tirarsi indietro. Il letto scricchiolava appena. Le ho sentito la gola chiudersi e riaprirsi intorno alla testa del cazzo, e ogni volta che le arrivavo in fondo un suono umido le usciva dal naso.

«Ecco», ho detto. «Questa è la bocca che usi per i discorsi. Adesso serve a questo.»

Ha alzato gli occhi mentre succhiava, e in quello sguardo c’era una precisione cattiva, quasi divertita, come se avesse trovato il punto in cui la frase le veniva tolta e ci si fosse accomodata. Le ho dato uno schiaffo leggero sulla guancia, abbastanza da farle muovere la testa sul cazzo, e lei ha gemuto intorno, succhiando più forte. Le correva la saliva sul collo, sul petto. Le ho tirato i capelli e le sono uscito di bocca, un filo vischioso che le restava sul labbro inferiore, e le ho passato la testa del cazzo sulle labbra, sulle guance, sul mento, sporcandola prima di rientrare. La prendeva tutta. Le ho sentito la lingua lavorare sotto, le labbra strette, e le ho tenuto il viso con due mani e l’ho usata, spingendo fino in gola finché gli occhi le si sono inumiditi e un suono strozzato le è salito dal petto. L’ho tenuta lì un secondo in più, poi le ho lasciato riprendere aria. Respirava a scatti, la bocca aperta, rossa, lucida.

«Ancora», ha detto, e la voce le era roca. «Se ti fermi adesso sembra che tu abbia paura di finire quello che hai cominciato.»

Le ho rimesso il cazzo in bocca. Stavolta sono andato fino in fondo e ci sono rimasto, sentendole la gola pulsare, e lei ha preso, le dita dei piedi tese contro i legacci alle caviglie. Quando le sono uscito di nuovo un filo di saliva le pendeva dal labbro al petto. Le ho pulito il mento con il pollice e gliel’ho cacciato in bocca. Ha succhiato il pollice come aveva succhiato il cazzo, gli occhi aperti, e in quella obbedienza c’era una scelta, non una resa.


Mi sono messo tra le gambe e le ho passato il cazzo sulla figa, su e giù, bagnandolo. Era gonfia, aperta, e ogni volta che la testa le sfiorava il clitoride lei tentava di spingere il bacino in avanti e i nodi alle caviglie la fermavano. L’ho guardata in faccia e le ho spinto dentro tutta in una sola volta. Era stretta e caldissima. Un gemito le è uscito intero, senza ironia, e le ho messo una mano sulla gola, non per chiuderla, per sentirle la voce da lì mentre la fottevo. I primi colpi li ho fatti lenti, fondo, facendole sentire tutta la lunghezza, e il letto batteva contro la parete in un ritmo sordo. Poi ho accelerato. Le ho tenuto ferme le anche e l’ho presa dura, il pube che le batteva sul clitoride a ogni spinta, e lei tirava i polsi e la corda scricchiolava contro il legno della testiera.

«Dillo», ho detto. «Dillo che sei venuta qui per farti fottere così, legata, senza poterti coprire.»

Ha tenuto lo sguardo. La voce le è uscita spezzata dai colpi. «Sono venuta qui perché certe cose, dette in piedi, diventano dibattito. Così non lo sono più.»

Le ho dato uno schiaffo su una tetta, abbastanza da farla arrossare, e le ho stretto il capezzolo tra due dita mentre continuavo a spingere. La figa le succhiava intorno al cazzo, bagnata fino a scendere sul lenzuolo. Le ho piegato un ginocchio quanto il legaccio permetteva e le ho cambiato l’angolo, più fondo, e un suono nuovo le è uscito, più alto, e ho capito che ci stava arrivando di nuovo. Non ho rallentato. L’ho fottuta attraverso quella scossa, sentendole le pareti chiudersi a ondate, e lei ha girato la faccia contro il braccio, la bocca aperta sul proprio polso legato, e un gemito le è durato finché il fiato le è mancato. L’ho tenuta piena mentre le passava, senza uscirle, e le ho sentito il cuore battere contro il palmo che le tenevo ancora sulla gola.

«Non ho finito», ho detto.

Ha riaperto gli occhi. C’era un sorriso piccolo, stanco, e sotto c’era altro. «Lo so. Lo sapevo dalla corda.»


Le sono uscito e l’ho girata quanto i legacci permettevano, abbastanza da esporle il culo, le anche sollevate sui cuscini che le ho cacciati sotto. La figa le colava ancora. Le ho aperto le chiappe con i palmi e le ho passato la lingua sulla fessura del culo, lenta, e lei ha fatto un suono sorpreso che è diventato altro quando ho insistito, bagnandola, spingendo la punta dentro. Poi ho raccolto la bava e il succo che le scendeva dalla figa e l’ho spalmato lì, e le ho messo un dito nel culo, poi un secondo, aprendola con pazienza mentre lei respirava contro il cuscino. I polsi restavano alti, tesi. Quando ho messo la testa del cazzo contro il buco lei ha tirato i legacci e ha detto il mio nome, non come una domanda.

«Lo prendi», ho detto. «Lo prendi tutto, e stai zitta quanto basta per sentirlo entrare.»

Ho spinto. La testa è passata e lei ha gemuto lungo, il suono basso, e ho aspettato un respiro prima di dare il resto, centimetro dopo centimetro, sentendola aprirsi intorno, stretta in un modo diverso, più ostinato. Quando ero dentro fino in fondo le ho accarezzato la schiena, poi le ho afferrato un’anca e ho cominciato a muovermi. I colpi erano profondi, lenti all’inizio, e ogni volta che le arrivavo in fondo un suono le usciva dal petto, mezzo dolore mezzo altro, e le cosce le tremavano contro i nodi. Ho accelerato. Il cazzo le usciva lucido e rientrava, e il rumore era umido, osceno, e lei non chiudeva più niente, né le gambe né la bocca né il discorso. Le ho messo una mano sotto, sulle labbra della figa, e le ho strofinato il clitoride mentre la fottevo in culo, e il suono che ha fatto allora non somigliava a nessuna delle sue frasi finite.

«Troia», ho detto, vicino all’orecchio, e l’ho detto perché lo voleva, perché il corpo glielo chiedeva più della voce. «Legata al letto di una suite, con il cazzo in culo, e non puoi nemmeno coprirti la faccia.»

«Sì», ha detto, e la parola le è uscita rotta. «Sì. Non slacciarmi. Non adesso.»

L’ho fottuta più forte dopo quella frase. Le anche le battevano contro di me e i cuscini scivolavano, e io le tenevo ferma e le riempivo il culo con colpi lunghi, sentendo il limite, sentendo come la prendeva, e lei veniva di nuovo con un grido basso, le pareti del culo che mi strozzavano, la figa che le pulsava contro le dita. L’ho tenuta lì, pieno, finché il tremito le è sceso lungo le gambe.


Le sono uscito dal culo e mi sono rimesso in ginocchio accanto al viso. Il cazzo era lucido, duro, sul punto. Le ho detto di aprire la bocca e ha aperto, la lingua fuori, e mi sono segato sulla faccia, veloce, guardandola, i polsi ancora legati sopra la testa, il corpo usato, la figa e il culo ancora aperti. Quando sono venuto le ho sborrato sulla lingua, sulle labbra, su una guancia, sul petto, fiotti caldi che le restavano attaccati alla pelle. Ha ingoiato quello che le era finito in bocca e ha tirato fuori la lingua di nuovo, senza che glielo chiedessi, e le ho passato l’ultima goccia sul labbro inferiore. Restava legata. Respirava con la bocca sporca, gli occhi su di me, e non ha fatto la battuta che in un’altra stanza avrebbe fatto per riprendersi la stanza.

«Non slacciarmi ancora», ha detto, e la voce era bassa, chiara, personale. Non l’ha girata in una regola. Non l’ha resa un caso di quelli. «Lasciami così un altro po’. Se mi liberi adesso, ricomincio a parlare come prima, e non voglio.»

Sono rimasto seduto sul bordo del letto. Le ho pulito la sborra dal mento con le dita e gliele ho rimise in bocca, e ha succhiato piano, gli occhi semichiusi. Le ho accarezzato un seno, il ventre, l’interno di una coscia fino al legaccio. I segni della corda le stavano già venendo su, rossi, netti. Milano sotto i vetri aveva spento qualche luce. Il riscaldamento continuava il suo rumore sordo. Lei teneva i polsi molli contro i nodi, non tirava più, e per un tempo che non ho misurato è restata così, nuda, piena dei resti di quello che le avevo fatto, e io l’ho guardata senza riempire il silenzio. A un certo punto ha girato la faccia verso di me e ha detto, quasi piano, che in quella posizione persino il nome delle cose restava dove stava, e che per una volta le andava bene.

Quando le ho slacciato le caviglie le ho massaggiato i segni con i pollici. Poi i polsi. Si è seduta lenta, le braccia morte un attimo, e ha raccolto il vestito contro il petto senza metterselo. Ho aperto la valigia per prendere una camicia pulita e lei ha visto, sul fondo, accanto alle mie cose, un paio di guanti di pelle nera da donna, stesi con una cura che non era quella di un oggetto dimenticato. Li ho lasciati dov’erano. Lei li ha guardati più a lungo del resto.

«Sono di mia moglie», ho detto, senza aggiungere scuse. «Giovedì l’appartamento è vuoto dalle sette. Fino a mezzanotte almeno.»

Ha inclinato la testa, i capelli ancora in disordine, i segni della corda visibili sui polsi quando ha sistemato il vestito. Non ha preso i guanti. Non ha chiesto il nome di lei, né l’indirizzo. Si è vestita con quella stessa cura di quando aveva piegato il cappotto, si è coperta, e ha raccolto la borsa. Sulla sedia i guanti restavano neri, lucidi, suoi. Erika è andata alla porta, ha posato la mano sulla maniglia, e per un attimo ho pensato che si fosse girata per dire altro. Non l’ha fatto. È uscita nel corridoio dell’albergo con i polsi ancora segnati sotto le maniche, e i guanti sono restati dove li avevo lasciati, nella valigia aperta, nella suite che odorava di sesso e di pioggia che non entrava.