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Harper Walker

Harper nella camera che non è sua

Avventura erotica in hotelVacanze13 min di lettura

Un racconto di Harper Walker

Harper ha una notte in un hotel a Firenze. Al bar un uomo porta la fede e non la nasconde. Lei la vede e sale comunque. La camera in cui finiscono non è la sua.

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Il bar dell’hotel stava mezzo livello sotto la strada, in una sala di pietra dove l’estate di Firenze arrivava soltanto come un odore di asfalto caldo e di fiori appassiti nei vasi dell’ingresso. Avevo lasciato la giacca sulla spalliera e tenevo il whisky nella destra, con la fede nuziale volta all’esterno, ben visibile sotto la luce bassa dei lampadari. Due sgabelli più in là una donna dai capelli scuri guardava la porta d’ingresso con una pazienza che non sembrava attesa, e dopo un po’ lo sguardo le è sceso sulla mano e ci è rimasto. Harper Walker aveva venticinque anni, la voce piana di chi non alza mai il tono per marcare un argomento, e quando il barista le ha chiesto se voleva un altro gin ha detto di sì senza staccare gli occhi dall’anello.

Non ho girato la fede e non ho messo la mano in tasca. Harper ha sorriso appena e ha avvicinato lo sgabello, il ginocchio che ha trovato il mio sotto il legno del bancone e ci è rimasto, caldo, fermo, come una decisione già presa. Il ghiaccio nel bicchiere si è sciolto un poco e il collo della camicia mi pesava, perché fuori era ancora agosto e il condizionatore del bar non vinceva del tutto.

«Sei qui per lavoro», ha detto, e non aspettava una smentita. Architetto, un cantiere sulla collina, tre notti in una suite pagata dalla ditta. Ho detto il nome, Davide, e ha inclinato la testa come se le bastasse quello per sedersi meglio.

«Sposato», ho aggiunto, e ho alzato appena le dita intorno al bicchiere perché l’oro facesse un altro riflesso.

«Si vede, e resti comunque.» Ha bevuto un sorso e ha posato il bicchiere con cura, le nocche vicine alla fede, senza toccarla ancora. Non ha chiesto chi aspettassi a casa e non ho offerto il ritratto di una vita lasciata a Milano. Le dita le hanno sfiorato l’anello una volta sola, per sentirne lo spessore, e poi sono scese sul polso e l’hanno tenuto. Il conto della camera l’ho firmato senza alzarmi del tutto. Harper era già in piedi, la borsa a tracolla, e ha seguito verso gli ascensori come se quella fosse la cosa più semplice della sera.

In cabina le ho messo una mano sulla schiena, bassa, dove il tessuto estivo si faceva sottile e si sentiva il calore della pelle. Non si è scostata. All’ultimo piano il corridoio si allungava deserto, tappeti spessi, luci a parete che lasciavano zone d’ombra tra una porta e l’altra. Davanti al numero della suite ho cercato la tessera nella tasca interna e Harper si è fermata, ha guardato il corridoio vuoto, e si è accucciata senza una parola.


Le ha sganciato la cintura con due dita, con la stessa calma con cui aveva ordinato il gin, e ha aperto i pantaloni abbastanza da tirare fuori il cazzo già duro, pesante nel palmo fresco. Il corridoio restava vuoto, ma da una ramificazione lontana arrivava il rumore di un vassoio e di una voce di piano che chiedeva il numero di una camera. Harper ha alzato gli occhi e mi ha preso in bocca tutta d’un fiato, calda, umida, e ha cominciato a succhiare con lentezza, una mano alla base, l’altra appoggiata all’anca per tenermi fermo contro lo stipite.

Sentivo la tessera tra le dita e non la passavo sulla serratura. Le ho afferrato i capelli, non per spingere, soltanto per sentire il movimento della testa, e ha emesso un suono basso che mi è arrivato dritto nel basso ventre. La lingua le girava intorno alla punta e poi scendeva lungo la vena, e ogni tanto si staccava per respirare contro la pelle, un filo di saliva che le luccicava sul mento e le cadeva sul collo. Un rumore di passi è salito dall’ascensore e si è fermato a un piano sotto. Harper non ha accelerato e non si è nascosta, ha soltanto preso più a fondo, fino a sentirmi in gola, gli occhi umidi, le ginocchia aperte sul tappeto, la gonna tirata un poco sulle cosce.

«Se esce qualcuno adesso», ho detto, e la voce mi è venuta roca, quasi un avvertimento che non volevo mantenere.

Ha lasciato il cazzo abbastanza da parlare, le labbra lucide, un filo che le teneva ancora il labbro inferiore. «Vedranno.» Poi se l’è rimesso in bocca e ha succhiato sul serio, le guance cave, la lingua stretta sotto, e ho dovuto mordermi l’interno della guancia per non venire lì, in piedi, con la porta ancora chiusa e l’anello che le restava a un palmo dal viso ogni volta che la testa saliva. Le ho tirato i capelli all’indietro e si è lasciata guidare, la bocca aperta, la lingua tesa, il respiro corto quando la punta le batteva in gola. La saliva le scendeva sul petto, dentro lo scollo. Ho passato la tessera, ho aperto, e l’ho tirata su per i polsi e l’ho spinta dentro prima che il corridoio ci riprendesse, il cazzo ancora lucido, i pantaloni a metà coscia, la porta che si è chiusa alle spalle con un clic sordo.


La suite odorava di biancheria pulita e di legno chiaro. C’era una scrivania sotto una lampada, una vetrata che dava sui tetti, il Duomo lontano come un dorso illuminato nella calura che non smetteva nemmeno di notte. Le ho alzato il vestito fino alla vita e le ho trovato le mutandine già umide, gliele ho tirate giù lungo le cosce e l’ho piegata in avanti, i palmi aperti sulla scrivania, il viso voltato di lato, i capelli che le cadevano sulla carta intestata dell’hotel. Le ho spinto due dita dentro e le ho sentite strette, calde, e Harper ha spinto indietro i fianchi senza chiedere niente, il fiato che le si spezzava contro il legno.

«Mia moglie è a Milano», ho detto, e l’ho detto apposta, perché l’anello le restava sotto gli occhi ogni volta che girava la testa. «Dorme. Domani prendo il treno e torno in quella casa come se questa stanza non fosse mai esistita.»

«Non fermarti.» Stessa voce di prima, quella del gin, senza un registro nuovo per quello che stavo facendo. «Davide. Non fermarti. Continua a dirlo, se ti serve, ma non fermarti.»

Le ho messo il cazzo dentro d’un colpo, fino in fondo, e ho cominciato a scoparla sulla scrivania con una mano salda alla nuca e l’altra al fianco. Il legno batteva contro il muro a ogni spinta. Harper gemeva a denti stretti, bagnata, e ogni tanto allargava di più le gambe per prendermi meglio, i piedi che cercavano presa sul parquet. Le ho afferrato i capelli e le ho tirato la testa indietro, e ho parlato ancora, della casa, del letto in cui non ero, della donna che sapeva di un cantiere e non di questa figa aperta su una scrivania pagata dalla ditta. Rispondeva soltanto con il fiato e con un «ancora» basso, e quando le ho slacciato il vestito del tutto e gliel’ho fatto cadere, è rimasta nuda dalla vita in su, i seni contro il legno, e ha allungato una mano indietro per tenermi dentro, le unghie nell’anca.

L’ho scopata così finché le gambe non le hanno tremato e la scrivania non ha smesso di scricchiolare. Poi l’ho girata, l’ho sollevata e l’ho messa seduta sul bordo, le ho aperto le cosce e sono rientrato, e stavolta la guardavo in faccia. Gli occhi le si erano fatti scuri, la bocca aperta, un rossore che le scendeva fino al petto. Le ho preso il viso con una mano e le ho tenuto lo sguardo mentre spingevo, sentendola stretta, sentendo il rumore umido di ogni botta, e ha detto il nome un’altra volta, senza preghiera, soltanto per tenerlo in bocca insieme al resto.


Dalla scrivania l’ho portata alla vetrata. Il vetro era fresco rispetto alla pelle, e Firenze sotto di noi restava accesa, finestre gialle, una piazza lontana, il fiume che non si vedeva e si indovinava dal buio più largo. L’ho messa in piedi, la schiena contro il cristallo, una gamba alzata al fianco, e le ho infilato il cazzo di nuovo, più lento, più fondo, perché da fuori, se qualcuno avesse alzato lo sguardo dai tetti, avrebbe visto una donna nuda premuta al vetro e un uomo vestito a metà che la scopava senza fretta.

«Ti vedono, se guardano», ho detto, e le ho tenuto il polso alto contro il vetro. «Una camera illuminata, tu nuda, io dentro.»

«Lo so.» Ha sorriso contro la bocca, un sorriso da chi concede troppo in fretta e lascia il vuoto a chi ascolta. «Lascia. Se guardano, guardano.»

Le ho succhiato il collo, le ho morso la spalla senza lasciare un segno che durasse oltre il mattino, e ho spinto più forte. I seni le si schiacciavano contro il petto, il vetro le si appannava alle spalle, e ogni botta le faceva battere le scapole sul cristallo con un suono sordo. Le dita le ho messe tra di noi, sul clitoride, e l’ho strofinata al ritmo delle spinte, sentendola pulsare, sentendo come si bagnava di più ogni volta che le parlavo della strada sotto e delle finestre accese. È venuta stretta intorno al cazzo, un suono rotto in gola, le unghie nella camicia, la gamba che le vacillava e che ho dovuto tenere su con l’avambraccio. L’ho tenuta mentre le passava, il respiro caldo all’orecchio, e non sono uscito. Restava aperta, molle, e quando ha ripreso a spingere contro di me ho ricominciato, più sporco, più a fondo, e le ho parlato all’orecchio di quanto era bagnata, di come mi stringeva, di come la moglie non sapeva niente di questa figa aperta sul vuoto della città.

Harper ha riso, un riso breve, e ha detto di continuare. Le ho girato, le ho messo le mani sul vetro, e l’ho presa da dietro con i palmi coperti dai suoi, e Firenze restava lì, indifferente, mentre le scorrevo dentro e le scappava la voce, il culo che le batteva contro il basso ventre, i seni che le si schiacciavano sul cristallo appannato. Le ho afferrato un seno, poi i capelli, e ho accelerato finché il vetro non ha smesso di tremare sotto le dita.


In bagno l’acqua della doccia era già calda quando ci siamo entrati, il getto largo, il vapore che ha preso lo specchio in pochi secondi. L’ho spinta sotto l’acqua, le ho sapato il petto, il ventre, il punto in cui l’anello le aveva sfiorato la pelle al bar, e poi mi sono inginocchiato e le ho aperto la figa con le dita e ci ho messo la lingua, il sapore di lei e dell’acqua mescolati, il clitoride già gonfio. Le gambe le tremano contro le spalle. Le ho succhiato finché non ha dovuto afferrarmi i capelli, e quando è venuta di nuovo le ho sentito il fiato spezzarsi contro il rumore dell’acqua, un gemito lungo, le cosce che mi hanno stretto la testa.

Mi ha tirato su e si è accucciata, i capelli infeltriti, e mi ha preso il cazzo in gola sotto il getto, gli occhi alzati, una mano a masturbarmi in tempo con la bocca, l’altra appoggiata alla piastrella bagnata. Le ho tenuto la testa e ho spinto, e ha accettato, la gola aperta, il naso contro il pube quando riusciva a prenderlo tutto, finché non ho tirato fuori e le ho sborrato in faccia, sul mento, sulla bocca, fili bianchi che l’acqua ha cominciato a sciogliere e che lei non ha chiuso gli occhi per evitare. Ha tirato fuori la lingua e ha preso quello che poteva, e ha guardato senza pulirsi, lo sborro che le colava dal labbro al seno.

«Dentro», ha detto, la voce rauca. «Adesso dentro. Voglio sentirtelo.»

L’ho alzata, le ho messo una gamba sul bordo della vasca, e l’ho scopata sotto l’acqua finché non sono venuto di nuovo, stavolta stretto in lei, spingendo a fondo e restando lì, il cazzo che pulsava, lo sborro che le è uscito lungo la coscia quando alla fine sono scivolato fuori, caldo, visibile un attimo prima che l’acqua lo portasse via. Ci siamo fermati con la fronte una contro l’altra, il getto alle spalle, e non ho detto che dovevo andare. Harper ha chiuso l’acqua con una mano e ha posato la testa sulla spalla, e siamo usciti, e nel letto grande della suite che non era sua si è addormentata per un’ora, un braccio sul petto, la fede ancora al dito, visibile nel buio tra i lenzuoli.


Nel cuore della notte si è svegliata prima. L’ho sentita muoversi, poi la voce, quella stessa, come se parlasse di un orario di treno e non di quello che stava per chiedere.

«Giro contenuti. Per soldi. Mi filmo e lo mando a gente che non vedrò mai.» Ha fatto una pausa, non per vergogna, soltanto perché il resto le sembrava già chiaro. «Scopami come se fossi solo quello. Come se non ci fosse altro.»

Non ho chiesto conferme. L’ho messa a pancia in giù, le ho aperto le gambe con un ginocchio e le ho spinto dentro ancora umida di prima, e ho cominciato a usarla con spinte lunghe, una mano salda alla nuca, l’altra che le teneva un polso contro il materasso. Il letto ha preso a muoversi. Harper ha girato il viso abbastanza da respirare, la bocca aperta sul cuscino.

«Puttana», ho detto, e l’ho detto perché me l’aveva chiesto, e perché in quella stanza, a quell’ora, la parola le arrivava dove voleva. «Ti filmi per gli sconosciuti e adesso ti fai scopare da uno che domani prende un treno. Sei questo, stanotte. Una figa da usare e un viso da sporcare.»

Ha gemuto nel cuscino e ha alzato il culo, e l’ho presa più forte, le palle che le battevano contro la figa, il letto che scricchiolava, la mano alla nuca che le teneva la guancia sul cotone. Le ho slacciato il polso soltanto per metterle tre dita in bocca, e le ha succhiate mentre la scopavo, la saliva che le scendeva sul dorso della mano e sul polso. L’ho chiamata di nuovo così, puttana, e poi cagna, e poi le ho detto di bagnarsi intorno al cazzo come faceva per la telecamera, di spingere indietro, di prenderlo tutto, e l’ha fatto, stretta, il corpo che le lavorava sotto il mio, e è venuta con un suono strozzato, tutto il corpo che le si è irrigidito e poi mollato, un brivido lungo la schiena nuda.

L’ho girata perché volevo vederla. Gli occhi le brillavano, la bocca aperta, e per un attimo ha allungato una mano verso il viso, un gesto che non c’entrava con la richiesta, le dita sugli zigomi, un attimo di qualcosa d’altro, più lento, quasi una domanda che non ha fatto. Poi ha ritirato la mano e ha aperto di nuovo le gambe, le ginocchia che mi hanno preso i fianchi.

«Ancora. Guardami, se vuoi. Ma ancora.»

L’ho scopata così, guardandola, le spinte profonde, il pube che le batteva sul clitoride, finché non sono venuto dentro la seconda volta quella notte, a fondo, e sono rimasto sopra, il peso, il fiato, il cazzo che le pulsava ancora mentre lo sborro le restava stretto. Harper mi ha tenuto i fianchi con le ginocchia e non ha parlato. Nella quiete dopo, le dita le hanno cercato i capelli e li hanno sistemati dietro l’orecchio, un gesto piccolo, e ho pensato alla valigia già pronta vicino all’armadio e non l’ho detto. La mano le è rimasta un poco sul viso, poi è caduta tra noi, e il respiro le si è fatto lento, come se quella cosa d’altro che aveva toccato potesse restare soltanto se nessuno la nominava.


Al mattino la luce estiva entrava già tagliente, una lama sul tappeto, il Duomo bianco oltre il vetro ancora segnato dalle nostre palme. Mi sono vestito mentre Harper restava nel letto, il lenzuolo alla vita, e ho chiamato la reception per il checkout e per il taxi verso Santa Maria Novella. Il treno per Milano partiva prima di mezzogiorno. Ha ascoltato senza alzarsi, poi ha preso il telefono dalla borsa e l’ha tenuto sul copriletto, lo schermo acceso verso l’alto, le dita lente come al bancone.

«Resto in camera fino al pomeriggio», ha detto. «Poi vedo.»

Nello schermo c’era una prenotazione aperta, una città che non ho letto per intero, e mentre chiudevo la valigia ha cancellato quella riga e ha cercato altro. Un rifugio di montagna è comparso tra le foto, legno, una pietra chiara, una stanza singola con la finestra sui larici. Non ha confermato. Più sotto, in una scheda ancora aperta, c’era un volo per Sydney con la richiesta di conferma che lampeggiava da giorni, intatta, un riquadro che aspettava un dito che non scendeva.

Ho passato la fede sotto l’acqua del lavabo, l’ho asciugata, l’ho rimessa. Harper non ha chiesto se sarei tornato. Alla porta mi ha guardato una volta sola, lo stesso sguardo del bar, e ha detto il nome come si dice una cosa che si lascia sul comodino.

«Davide.»

Ho chiuso. Nel corridoio deserto di giorno restava soltanto il rumore del passo sul tappeto, e dietro la porta una donna in una camera che non era sua, il telefono acceso, l’ultima tappa ancora da decidere.