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Harper Walker

Harper nella tenda accanto

Racconto di sesso in campeggioVacanze11 min di lettura

Un racconto di Harper Walker

Harper pianta la tenda in un campeggio piccolo in Maremma, accanto a un altro viaggio solitario. Cena, vino, la tela che non isola. All'alba lei dovrebbe già essere altrove.

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Il sole se n’era andato dietro i lecci e il campeggio, in quella piega di Maremma tra Grosseto e il mare, teneva tre tende oltre la mia. L’aria aveva già il peso della sera, umida, con l’odore della terra calda e del pomodoro che cuoceva lento. Harper arrivò con lo zaino ancora pieno di sabbia, piantò i picchetti a tre metri dal mio telo e si fermò a guardare la pentola. Aveva venticinque anni, le gambe lunghe e quella calma da costa che non si affretta per nessuno. I capelli le cadevano sciolti, scuri, con la salsedine ancora attaccata, e i pantaloncini le arrivavano a metà coscia, già segnati dalla giornata. Stavo lì da due giorni, cuoco in pausa a trent’anni, con un morellino già aperto e la pasta al pomodoro che aspettava su un fornello basso.

«Ne ho fatta troppa», ho detto, e le ho indicato lo sgabello vuoto.

Si è seduta senza cerimonie. Ha posato lo zaino accanto alla sedia e ha accettato il piatto come se fosse dovuto, senza ringraziare, senza chiedere cosa ci fosse dentro. Ha mangiato dal piatto di plastica come se il cibo fosse la cosa più semplice del mondo, e il vino gliel’ho versato senza chiedere. Beveva a sorsi larghi, con il caldo ancora nelle ossa, e parlava a frasi corte che si chiudevano da sole, lasciando un silenzio in cui dovevo entrare io. Ha detto che il mare era stato piatto, che aveva camminato fino alle saline e poi indietro, che il campeggio le andava bene perché nessuno chiedeva. Non ho chiesto da dove venisse. Tra un sorso e l’altro ha detto Harper Walker, e io ho detto Luca, e il fiasco è sceso più in fretta di quanto avessi previsto. Le ho riempito il bicchiere una seconda volta e ha annuito appena, come se anche quello fosse già deciso.

Le ginocchia si sono toccate sotto il tavolo pieghevole. Non le ha spostate. Il morellino le aveva messo un rossore basso sul collo e a me un calore che non dipendeva più dalla pentola. Guardavo il modo in cui teneva il bicchiere, due dita soltanto, e il segno chiaro che il sole le aveva lasciato sulla spalla scoperta. Quando ha piegato la sedia per avvicinarsi, l’alito sapeva di vino e di pomodoro, e le ho messo una mano sulla coscia senza farne un discorso. La pelle era calda, liscia, con un po’ di sabbia ancora sotto il bordo del pantaloncino. Ha guardato la mano, poi me, e ha detto che la tela non isolava niente, che si sentiva tutto, che tanto valeva saperlo. L’ho baciata lì, sul bordo del tavolo, con i grilli già alti e il sapore del vino che passava da una bocca all’altra. La bocca si è aperta subito, senza tentennare, e le ho sentito i denti un attimo, poi la lingua, lenta, come se avesse tutto il tempo anche per quello. Si è alzata prima di me e ha scelto la mia tenda, non la sua, spingendo la cerniera come se l’avesse deciso da un’ora.


Dentro c’era poco: un sacco a pelo aperto, una torcia spenta, l’odore di tela calda. La luce della lampada del campeggio filtrava appena, una striscia gialla sulla stoffa. Harper si è inginocchiata prima ancora che chiudessi la cerniera dietro di noi, e mi ha sbottonato i pantaloni con quella stessa calma, come se il vino avesse soltanto confermato una cosa già chiara. Le dita erano sicure, senza fretta, e quando i pantaloni sono scesi mi ha guardato un attimo, come si guarda un piatto prima di cominciare. Mi ha preso il cazzo in mano e l’ha guardato un attimo, poi si è china e me l’ha messo in bocca fino in fondo, lenta, con le labbra umide e la lingua che girava intorno alla testa come se avesse tutto il tempo. Un gemito mi è uscito basso. Le ho afferrato i capelli e li ho tenuti senza spingere, perché lei già scendeva da sola, bagnando, succhiando, alzando gli occhi ogni tanto per vedere se reggevo.

Il sacco a pelo scricchiolava sotto le ginocchia. Fuori qualcuno rideva lontano, verso i bagni, e lei non ha rallentato. La bocca era calda, stretta, e ogni volta che saliva lasciava il cazzo lucido, poi lo riprendeva più a fondo, con un suono umido che nella tenda sembrava più grande. Mi ha succhiato più forte, con una mano intorno alla base e l’altra sulle palle, e la gola si è aperta abbastanza da farmi chiudere gli occhi. Il morellino mi girava ancora in testa. Volevo dirle qualcosa e non ho detto niente. Harper ha tirato fuori il cazzo, ci ha passato la lingua sopra da sotto in su, e ha mormorato, «Buono così», con lo stesso tono di chi parla del vino, poi me l’è rimesso in bocca e ha ricominciato, più profonda, fino a bagnarsi il mento.

Le ho tenuto la testa e ho spinto un poco, abbastanza perché lei gemesse intorno al cazzo, e quel suono mi ha fatto durare di più. La gola ha ceduto, si è aperta, e per un attimo ho sentito soltanto il caldo e il respiro che le usciva dal naso contro il ventre. Quando ho tirato indietro, un filo di saliva le restava sul labbro inferiore. Si è passata il dorso della mano sulla bocca e ha sorriso, già sbottonandosi i pantaloncini.


L’ho stesa sul sacco a pelo e le ho sfilato i pantaloncini insieme alle mutandine, in un gesto solo. Le gambe si sono aperte senza che lo chiedessi. La figa era già lucida, aperta, e le ho messo la bocca addosso senza preamboli, leccandola dal basso fino al clitoride, tenendole aperte le cosce con le mani. Sapeva di sale e di caldo, e le labbra erano gonfie, già pronte. Harper ha preso fiato e ha alzato il bacino. Le ho passato la lingua lenta, poi più stretta, succhiandole il clitoride tra le labbra mentre un dito le entrava dentro, poi un secondo, e lei era calda e stretta e si muoveva contro la faccia come se avesse deciso anche quello.

«Ancora», ha detto, e non era una preghiera, era un fatto.

Le ho leccato più a fondo, con il naso premuto e i due dita piegate in su, cercando quel punto che le faceva stringere le cosce intorno alle orecchie. Gemevano basso, brevi, e una mano le è scesa a tenermi la testa, non per guidarmi, soltanto per tenere. Quando è venuta l’ho sentita stringere, un brivido lungo che le è partito dalle cosce e le ha fatto chiudere le ginocchia intorno alla testa. Non ho aspettato che finisse del tutto. L’ho girata a pecora, le ho afferrato i fianchi e le ho messo il cazzo dentro con un colpo solo, fino in fondo, e Harper ha spinto indietro contro di me, presa, bagnata, con la faccia nel sacco a pelo. L’ho scopata così, a spinte lunghe, sentendo le natiche battere contro il bacino, e la tenda si muoveva, la tela non isolava niente, proprio come aveva detto.

Ogni spinta le faceva uscire un suono basso. Le ho afferrato i capelli e le ho tirato indietro la testa, abbastanza da vederle la bocca aperta, e ho continuato, più forte, con il vino che ancora mi teneva caldo e lei che spingeva indietro ogni volta. La schiena si inarcava, lucida di sudore, e le spalle erano strette, ferme, come se avesse piantato le palme nel sacco e non avesse intenzione di cedere. Un terzo dito non c’entrava, era già piena, e le ho messo il pollice sull’altro buco soltanto per sentirla stringersi. Fuori i grilli coprivano quasi i gemiti. Dentro c’ero solo io e quella figa che mi succhiava il cazzo a ogni ritirata.


L’ho tirata su prima di venire. Harper mi ha seguito fuori a piedi nudi, i pantaloncini ancora in tenda, la maglietta alzata sopra le tette, e l’ho spinta contro il leccio più vicino, quello che stava tra le nostre tende e il sentiero dei bagni. La corteccia le ha preso la schiena. Ha fatto una smorfia breve, poi ha agganciato le dita alla maglia e se l’è tirata più su, come se anche quello facesse parte del punto. Le ho alzato una gamba e le ho rimesso il cazzo dentro in piedi, e lei ha agganciato la caviglia dietro di me e ha detto, «Qui», come se il rischio fosse esattamente il punto.

Si sentivano voci dal lato opposto del prato, due uomini che parlavano piano, e una torcia che si spostava. Harper non ha chiesto di rientrare. Mi ha baciato con i denti e ha spinto il bacino in avanti, e l’ho scopata contro l’albero con le spinte corte, tenendole il culo con una mano e la coscia con l’altra, sentendo la figa bagnata scendere fino alle palle. Ogni spinta le faceva battere le spalle contro il tronco, e lei non abbassava la voce, non copriva, teneva gli occhi aperti sul sentiero come se volesse vedere prima di chiunque. Il morellino e l’aria della notte le avevano messo i capezzoli duri, e glieli ho presi in bocca un attimo, senza smettere di spingere. Lei ha gemuto contro l’orecchio, un suono che chiunque sul sentiero avrebbe potuto sentire, e quel pensiero mi ha fatto durare di meno, non di più.

Quando sono venuto le sono venuto dentro, fino in fondo, tenendola premuta contro il tronco, e Harper è venuta di nuovo intorno al cazzo, stringendo, con la testa piegata indietro e la bocca aperta. Non ho tirato fuori subito. Le ho tenuto il viso con tutte e due le mani, le palme sulle guance, e lei non ha fatto una battuta, non ha sorriso per coprire, ha soltanto guardato e ha lasciato che le tenessi il viso mentre il cazzo le pulsava ancora dentro. Il sentiero è rimasto vuoto. I due uomini avevano girato dall’altra parte. Per un momento c’è stato soltanto il leccio, e il respiro, e lei che non distoglieva gli occhi.


Di notte mi ha svegliato con una gamba già sopra il bacino. La tenda era buia e calda, e Harper era nuda, con i capelli sul viso, e mi ha preso il cazzo in mano finché non è tornato duro, poi si è messa a cavalcarmi senza una parola. È scesa piano, fino a sentirmi tutto, e ha cominciato a muovere i fianchi in avanti, circolare, con le palme sul petto. La figa era ancora piena di quello che le avevo lasciato fuori, scivolosa, e ogni discesa faceva un suono umido che in quella tela si sentiva troppo.

Le ho tenuto i fianchi e ho spinto dal basso. Harper ha inclinato la testa e ha preso un seno in mano, sfiorandosi il capezzolo mentre cavalcava, e l’altra mano è scesa a toccarsi il clitoride, due dita rapide, e mi guardava come se quella fosse la cosa più ordinaria e la più urgente insieme. Non parlava. Si mordeva il labbro e scendeva più forte, e il peso le si spostava in avanti, i capelli le coprivano la bocca, e ogni tanto un gemito le usciva tra i denti, basso, come se anche nel buio avesse deciso di non alzare la voce. Quando è venuta si è piegata in avanti, con i capelli sulla bocca, e ha continuato a muoversi sopra di me finché non sono venuto anch’io, di nuovo dentro, tenendola giù con le mani sul culo.

Si è accasciata sul petto. Il respiro le si è allungato. Per un po’ ho sentito soltanto il cuore e la tela che si muoveva al vento, e le ho passato una mano sulla schiena senza chiedere se restava. Harper ha messo la bocca sulla spalla e ha detto, «Non dormo mai fino in fondo», e l’ha detto piano, come il resto, e poi si è addormentata lo stesso, almeno per qualche ora, con una gamba ancora tra le mie.


All’alba la luce filtrava grigia. Harper si è svegliata prima di me e mi ha trovato già mezzo duro, e si è china sul sacco a pelo e me l’ha preso in bocca di nuovo, lenta, con il sapore di tutti e due ancora addosso. Le ho messo una mano nei capelli e ho guardato la cerniera socchiusa, il prato vuoto, e lei che mi succhiava come se quella fosse l’unica cosa da fare prima di alzarsi. Gli occhi erano già svegli, chiari, e non ha alzato lo sguardo finché non ho tirato un poco. Quando ho tirato un poco, ha alzato gli occhi e ha continuato, più profonda, fino a sentirmi in gola, e ho venuto così, tenendole la testa, e lei ha inghiottito senza fare una scena, poi si è pulita l’angolo della bocca con il pollice.

Si è vestita in silenzio, i pantaloncini, la maglietta, e si è seduta sul bordo del sacco a pelo a bere dall’ borraccia. Ho chiesto se restava la giornata. Harper ha guardato la luce tra i lecci e ha detto, «Non resto mai», concedendo il punto troppo in fretta, e poi ha lasciato un vuoto in cui dovevo stare io. Per un attimo ho pensato che stesse per dire altro, qualcosa sul perché girava da sola, sul telefono che non aveva tirato fuori, e invece ha aggiunto soltanto che a Firenze aveva un hotel, e che tanto valeva muoversi prima del caldo.

«Resta oggi», ho detto, e non era una richiesta pulita.

Ha sorriso, lo stesso sorriso della sera, e ha scosso la testa senza alzare la voce. Si è alzata, ha raccolto le scarpe, e ha detto che andavo alla doccia io per primo, che lei avrebbe sistemato. L’ho baciata sulla bocca, ancora, e lei ha ricambiato, e per un momento ho creduto che il mattino potesse durare più di così.


L’acqua della doccia era tiepida e sapeva di cloro. Quando sono tornato sul prato la tenda di Harper non c’era più, i picchetti tolti, l’erba schiacciata nel rettangolo vuoto. La mia cerniera era aperta. Sul sacco a pelo, piegato in due, c’era uno scontrino di un bar, scritto a penna sul retro, il nome di un hotel a Firenze e niente altro, nessuna firma, nessuna ora. L’ho tenuto in mano e ho guardato la strada di terra che usciva dal campeggio, già calda, già vuota.