
Zara sotto la tenda
Storia erotica lesbica in campeggioQueer12 min di lettura
Un racconto di Zara Chen
Nelle Dolomiti la troupe del servizio natural se ne va al buio. Zara divide la radura con Irene, guida del parco. Tra la tenda e gli alberi non c'è posa che tenga, e Zara vuole sporcarsi per davvero.
La troupe se n’era andata al buio, e la radura tra gli abeti era rimasta soltanto a noi due. Zara Chen stava in piedi vicino alla seconda tenda, il giaccone ancora abbottonato fino al collo, e non cercava più l’obiettivo. Il trucco le teneva ancora il viso in una linea pulita, ma gli occhi non recitavano più. La vedevo respirare, il petto che alzava e abbassava il tessuto tecnico, e capivo che stava pesando ogni secondo come se fosse già un prezzo da pagare. Era autunno nelle Dolomiti, la notte scendeva fredda tra le cime, e all’alba lei avrebbe dovuto presentarsi pulita al ri-shoot, il viso e il corpo pronti per quella raffinatezza che le pagavano da mesi. Io sapevo cosa gravava su quella scelta. Se fosse arrivata macchiata avrebbe bruciato il contratto; se si fosse lavata avrebbe rimesso la maschera. Era partita per la montagna senza colazione, e quella domanda, se sarebbe restata fino a dopo, se n’era andata con lei.
Io ero la guida rimasta a chiudere il campo, e la guardavo da tre passi mentre il vento muoveva i teli. L’odore di resina e di terra bagnata mi arrivava insieme a quello del suo profumo, rimasto attaccato alla pelle dalla giornata di scatti. Oltre gli alberi c’erano altre tende, altre luci basse, altri adulti che avrebbero potuto uscire. Zara lo sapeva, eppure non si spostò verso l’ombra. Mi venne incontro con quella camminata che le campagne pubblicitarie non usavano, e quando fu vicina mi prese il viso tra le palme come se avesse deciso di smettere di essere un oggetto ben disposto.
«Baciarmi», disse, e la frase era corta, finita, perché sapeva che la stavo guardando. «Adesso. Prima che io ricominci a stare dritta.»
La baciai. La bocca di Zara era calda e insistente, e in quel bacio c’era la decisione di macchiarsi per davvero. Le sentii i denti, il respiro corto, il sapore di qualcosa di metallico mescolato al tè freddo rimasto da ore; non si tirò indietro. Mi baciò come se volesse lasciare un segno che il set non avrebbe potuto cancellare. Le misi le mani sui fianchi sotto il giaccone, sentii prima il tessuto tecnico e poi la pelle, e lei si premette contro di me senza chiedere permesso a un set che non c’era più. Le sbottonai i pantaloni con le dita fredde, e Zara non mi fermò. Li calò lei stessa fino a metà coscia, esponendo le mutandine già umide, e restò in piedi nella radura come se quella visibilità le appartenesse. La luce della lampada della tenda le tagliava il basso ventre, e io vidi il tessuto scuro già attaccato a lei, già tradito. Mi inginocchiai davanti a lei sulla terra umida, le tirai via anche quella striscia di tessuto e le aprii le labbra della fica con i pollici, mentre il vento le muoveva i capelli. L’odore di lei mi arrivò dritto, caldo, già denso. Passai la lingua in mezzo, lenta all’inizio, e Zara emise un suono basso che non era posa.
La leccai in ginocchio, fuori, con le ginocchia che affondavano nel terreno d’autunno e il viso premuto tra le sue cosce. Zara teneva una mano nei miei capelli e l’altra sul palo della tenda, e ogni tanto voltava la testa verso le luci lontane come per verificare che qualcuno potesse vederla. Lo voleva. Lo volevo anch’io. Guardavo in su e vedevo il suo viso piegato verso le tende, la bocca aperta, niente di composto. Le succhiai il clitoride tra le labbra, lo feci gonfiare contro la lingua, e lei spinse il bacino in avanti senza pudore, bagnandomi il mento. Le infilai due dita in quella fica già aperta, le spinsi a fondo, e Zara si piegò un poco sulle ginocchia per prenderle meglio.
«Più forte», disse, e non era un invito educato. «Non essere gentile. Non adesso.»
La ditai con più forza, il palmo che le batteva contro il pube a ogni spinta, e continuai a leccarle il clitoride mentre le dita le strofinavano dentro il punto che la faceva tremare. Zara gemette ad alta voce, abbastanza alta da attraversare la radura, e io non le coprii la bocca. Una luce si mosse lontano, forse una lampada frontale, forse niente. Lei non si coprì. Aprì di più le gambe, con i pantaloni ancora alle caviglie, e mi tenne la testa lì mentre le dita le uscivano lucide e ci rientravano. La sentivo contrarsi, bagnarsi di più, e quando venne la prima volta schizzò sulla terra, un getto caldo che mi colpì il mento e il collo e macchiò le foglie. Il sapore era denso, salato, e mi restò sulla lingua mentre lei tremava. Restò in piedi, tremante, con le cosce lucide, e rise un istante, quella risata che poteva ancora passare per buone maniere. Poi la lasciò cadere.
«Ancora», mormorò, e questa volta la frase non finiva bene, perché non stava più recitando per chi la guardava. «Voglio che mi vedano se escono. Voglio che sia vero.»
Lo disse guardando le luci, non me, e io capii che il pubblico era parte del piacere, non un incidente. La leccai di nuovo, raccogliendo quello che le scendeva lungo le labbra, e le dita le rifeci entrare fino al palmo. Zara si piegò in avanti, le mani sulle mie spalle, e venne una seconda volta con un suono rotto, schizzando ancora sulla terra tra i miei ginocchi. Il campeggio restava quieto, ma né lei né io ci spostammo. Lei mi tirò su per i capelli e mi baciò con la bocca aperta, assaggiandosi, e mi palpó tra le gambe sopra i pantaloni come per dirmi che non aveva finito di macchiarsi. Le sentii le dita premere, cercare il contorno della mia fica attraverso il tessuto, e gemetti contro la sua bocca.
Restammo visibili. Zara non si rialzò i pantaloni. Camminò quei pochi metri verso il bordo della radura con la fica ancora scoperta, le mutandine in una mano, e si voltò verso di me con un sorriso che non chiedeva più il permesso della raffinatezza. Io la seguii. Dietro di noi le tende degli altri adulti erano sagome scure, e il rischio di essere viste non era un incidente: era la scelta. La vedevo camminare con le cosce lucide, i pantaloni che le ostacolavano i passi, e non distolsi lo sguardo. La premetti contro il tronco di un abete ancora prima di entrare, le alzai la felpa, le presi i seni nudi tra le palme e le succhiai un capezzolo mentre lei mi sbottonava i pantaloni a sua volta. Il capezzolo le si indurì in bocca, e lei spinse il petto contro di me, un suono basso in gola. Le mie dita le trovarono di nuovo la fica, calda e scivolosa, e Zara mi prese il polso per spingerle più a fondo.
«Qui», disse. «Se qualcuno esce, mi trova così. Va bene?»
La voce le tremava di freddo e di altro, e io le baciai il collo prima di rispondere. Dissi di sì contro la sua pelle. La ditai in piedi, con la schiena di lei contro la corteccia, e lei mi aprì i pantaloni abbastanza da infilarci la mano e trovarmi già bagnata. Ci sfregammo così, le sue dita sulla mia fica e le mie dentro di lei, visibili tra l’albero e la tenda, finché Zara non mi morse la spalla per non gridare. Poi mi trascinò dentro. Il telo si chiuse alle nostre spalle, ma lei lasciò la lampada accesa e la cerniera aperta di una spanna, abbastanza da far capire che non volevamo scomparire. Ci spogliammo in ginocchio sul sacco a pelo, e l’aria fredda ci arrivava addosso mescolata al nostro odore. Vidi i suoi vestiti cadere in un mucchio disordinato, niente di piegato, niente di pronto per l’alba. Zara mi stese sulla schiena e mi aprì le gambe con una decisione che non aveva niente della modella pagata per stare ferma.
Mi leccò come se avesse fame, la lingua larga sulla mia fica, il naso premuto contro di me, e io le tenni i capelli senza guidarla troppo. La sentivo umida e calda, e ogni succhio mi tirava un gemito che non cercavo di trattenere. Zara succhiava e inghiottiva, alzava gli occhi ogni tanto, e quando mi sentì contrarre spinse due dita dentro di me e le mosse con lo stesso ritmo della bocca. Venni sulla sua lingua con le cosce che le strettevano la testa, e lei non si staccò finché non smisi di tremare. Zara alzò la faccia lucida e mi sorrise senza denti, come se avesse preso qualcosa che le spettava. Poi si voltò, mi offrì il culo e la fica insieme, inginocchiata sopra il mio viso, e io la presi per i fianchi e le passai la lingua dalla fessura bagnata fino al buco. Zara spinse indietro. Le succhiai le labbra, le feci entrare la lingua nella fica, poi le la premetti contro l’ano e la spinsi dentro. Lei gemette nel sacco a pelo, un suono sordo e sporco, e allargò di più le ginocchia per darmi tutto.
«Così», disse, e la voce le uscì rotta. «La lingua lì. Non smettere.»
Lo ripeté più basso, quasi una preghiera sporca, e io obbedii. Gliela tenni nel culo, umida, insistente, mentre con una mano le strofinavo il clitoride. Zara si dondolava sul mio viso, si prendeva quello che voleva, e quando le dita le rientrarono nella fica lei venne di nuovo, stringendomi la lingua, bagnandomi la bocca e il mento. Ci invertimmo. Io la misi sulla schiena, le alzai le ginocchia, e la scopai con tre dita, lente prima e poi dure, il palmo che le schiaffeggiava il sesso a ogni spinta. Zara si toccava il clitoride da sola, mi guardava in faccia, e quando le chiesi se voleva ancora più forte annuì senza un sorriso. La feci venire così, a dita fonda, finché le cosce non le tremarono e un altro getto le uscì addosso alle mie nocche e sul sacco. Lei disse il mio nome a mezza voce, e poi rise di nuovo, stavolta senza buone maniere. Restò distesa, respirando con la bocca aperta, lucida dal petto in giù, e mi tirò giù per baciarmi con quel sapore di entrambe ancora in mezzo.
Uscimmo di nuovo. Zara non si coprì. Attraversò i pochi metri fino all’abete con i vestiti in una mano e il corpo nudo che la lampada della tenda disegnava di taglio, e io la seguii altrettanto nuda, sentendo il freddo e non fermandomi. I sassi mi facevano male sotto i piedi, e il freddo mi tirò la pelle, ma non tornai indietro. Ci prememmo contro il tronco, fica contro fica, bagnate e calde in mezzo al freddo, e ci sfregammo con un ritmo che non aveva più niente di composto. Le mie labbra scivolavano sulle sue, i clitoridi si urtavano, e Zara mi teneva i fianchi con una forza che lasciava i segni. Oltre gli alberi una tenda si illuminò per un attimo, una sagoma adulta che forse ci aveva viste, forse no. Il cuore mi batteva in gola, non per paura, per lei. Zara non si nascose. Accelerò. Mi prese la faccia tra le palme e mi obbligò a guardarla mentre ci macinavamo addosso, umide, rumorose, visibili.
«Non trattarmi come un viso», disse, e ogni parola era finita, dura. «Non essere gentile. Guardami come se fossi questa cosa qui, non una campagna.»
Le parole mi arrivarono addosso come un ordine, e io le ubbidii con il corpo. La tenni più forte. Le sfregai il sesso con il mio finché lei non venne di nuovo, un orgasmo lungo che le piegò le ginocchia e le fece uscire un suono che non era bello, era vero. La tenni in piedi contro l’albero mentre finiva, e venni anch’io contro di lei, tremante, con la fronte sulla sua spalla. Restammo così, appoggiate alla corteccia, le cosce lucide, il respiro che faceva fumo. Zara non scherzò. Mi guardò come se qualcosa si fosse rotto nel modo giusto, e per un momento non disse niente. Poi le lacrime le vennero senza preavviso, silenziose, e lei non si asciugò. Non le chiesi perché. Lo sapevo. Piangeva perché nessuno stava scattando, perché quella sporcizia non sarebbe diventata un’immagine, perché per una volta il suo corpo era successo senza brief.
La riportai dentro senza vestirla. Zara si distese sul sacco bagnato e non chiese acqua, non chiese un panno. Restò distesa con le gambe leggermente aperte, e io vidi tutto quello che il contratto avrebbe voluto cancellare. Io le passai una mano sui capelli e lei scosse la testa, non per allontanarmi, per dirmi di non pulirla. L’odore di sesso le stava addosso, sulla pancia, tra le gambe, sul collo dove l’avevo baciata. Restò così, sporca, e quando parlò la voce le era scesa in un posto più vero.
«Domani mattina dovevo essere impeccabile», disse. «Non lo sarò. Disdico. Costa il lavoro. Lo so.»
La ascoltai. Le tenni una mano sul ventre, sentendo il respiro, e non le offrii la via d’uscita di una doccia fredda o di una menzogna sul trucco. Zara mi guardò a lungo, poi parlò di una donna a Milano, una che le aveva aperto la porta in palestra, Valentina, che l’aveva vista camminare e non posare, e che l’aveva invitata a casa. Lo disse senza sorriso, come un fatto che adesso pesava di più. La voce le si fece più bassa quando disse quel nome, come se lo pesasse per la prima volta senza recitare. Io non chiesi dettagli. Lei aggiunse che voleva una donna che sapesse cosa significa essere guardata come una categoria, non come una persona, e che quella fame non si lavava via con l’acqua del parco.
«Irene», mormorò una volta sola, e il mio nome le uscì stanco, quasi a verificare che ci fossi ancora. «Non mi svegliare. Se resto pulita rimetto tutto a posto, e non voglio.»
Le accarezzai il ventre e non promisi niente di pulito. Restammo sveglie ancora un poco, naked e vischiose nel sacco, parlando a voce bassa di contratti e di sguardi che non chiedono il permesso. Poi il sonno la prese così com’era, con la fica ancora umida e la terra sotto le unghie. Io la tenni vicino e non spensi la lampada.
All’alba la tenda era fredda e Zara non c’era più. Se n’era andata prima che io la vedessi sveglia, secondo quella sua abitudine di sparire prima che l’altra aprisse gli occhi su di lei senza trucco. Trovai i pantaloni piegati male e un messaggio lasciato sullo schermo del mio telefono, inoltrato da lei: il ri-shoot era disdetto, il contratto in aria, la raffinatezza restituita a chi la pagava. Non si era lavata. Lo sapevo dall’odore rimasto sul sacco, dalla terra, dal fatto che aveva scelto di arrivare sporca a quella decisione. Rientrò a Milano senza contratto. Rispose al messaggio di quella donna adulta che le aveva aperta la porta in palestra, Valentina, che l’aveva vista camminare e non posare, e che l’invitava a casa. Io restai nella radura a chiudere le tende, con il sapore di lei ancora in bocca, e seppi che la domanda se qualcuno l’avrebbe guardata senza brief se n’era andata con lei, aperta, verso una porta che non era più la mia.