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Mila Ivanova

Mila nel bosco sotto la luna

Racconto erotico di licantropiHorror Erotico12 min di lettura

Un racconto di Mila Ivanova

Mila è tra gli alberi dell'Appennino per un video sui riti di paese. Un uomo che la conosceva a Plovdiv prima della camera la raggiunge nel bosco. Quello che le chiede non si filma.

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L’ho trovata tra i faggi dell’Appennino tosco-emiliano quando il cielo aveva già il colore del rame spento e la luna spingeva dietro i crinali come una moneta ancora fredda. Mila Ivanova aveva ventuno anni e teneva il telefono alzato verso i rami, filmando il modo in cui il vento muoveva le foglie umide e il sentiero spariva tra le radici. L’autunno odorava di terra smossa, di funghi e di un fumo lontano, quello dei paesi che accendono i primi fuochi quando la festa di fine raccolto si avvicina. La conoscevo da Plovdiv, dai raduni prima della camera, quando stava in mezzo alla gente e parlava con chiunque le stesse accanto senza fare di sé uno spettacolo.

Mi sono avvicinato senza chiamarla, e le scarpe affondavano nel fogliame a ogni passo. Ha girato la testa prima che facessi il terzo, come se il bosco le avesse detto il nome, e ha abbassato il telefono a metà, non del tutto, sorridendo di lato, con quella piega che lasciava sempre un margine a chi le stava davanti.

«Bojan. Anche tu qui», ha detto, e la voce teneva già un posto per la risposta. «Stai a fare il folklorista tra i castagni o mi hai seguita.»

Avevo trentaquattro anni e un taccuino chiuso nella tasca della giacca. Ero venuto per lo stesso percorso, per i riti di paese che ancora si tengono quando l’estate muore e i boschi si riempiono di storie che nessuno mette in rete. L’avevo vista da lontano tra gli alberi e non avevo girato i tacchi.

«Lo stesso percorso», ho detto. «I riti, quelli che non stanno dentro un video.»

Ha spento lo schermo con il pollice e me lo ha rivolto, nero del tutto, come una piccola resa. Si è avvicinata di un passo e l’odore era sapone, lana bagnata e qualcosa di dolce che a Plovdiv le restava sempre addosso. La giacca aperta lasciava vedere la maglia scura e il collo nudo; il freddo le aveva già messo i capelli un po’ in disordine, qualche ciocca fuori posto sulla fronte.

«Allora non filmo», ha detto. Ha alzato le sopracciglia e ha aspettato, lasciandomi lo spazio. «Se resti nello scambio. Se fai il legno lo dico e basta.»

Non ho fatto il legno. Le ho preso il polso con due dita, solo per sentire il caldo sotto la pelle, e non ha ritirato la mano. Tra noi c’era il rumore del bosco, un merlo in ritardo, il vento basso che spostava le foglie già cadute. Quello che le avrei chiesto non stava in nessuna inquadratura e lo sapeva già, perché mi guardava come si guarda una cosa che si è già avuta vicina e poi no, e adesso sì di nuovo.

«Non si filma», ho detto.

«Lo so, meno male», ha risposto, e il sorriso le è rimasto a metà viso, senza bisogno di altro.


Il telefono è finito sulla giacca stesa sul muschio. Mila si è messa più vicina, abbastanza da sentire il respiro che le arrivava addosso. Le ho accostato la bocca all’orecchio e ha riso basso, una risata che non chiedeva scusa. Le ho baciato il collo dove il freddo aveva lasciato la pelle tirata, e ha inclinato la testa offrendo di più, mentre le dita mi cercavano la cintura con una decisione che non era da ragazza che filma i rami.

«Qui, tra gli alberi», ha detto. «Se ti spaventi lo vedo.»

Non mi sono spaventato, e le ho afferrato i capelli alla nuca. Le ho baciato la bocca; la lingua è andata lenta prima, poi più fonda, e Mila ha aperto le labbra e ha succhiato come se avesse già deciso tutto. Il sapore era di menta e di freddo. Le ho palpato i seni sopra la maglia, i capezzoli duri per l’aria, e ha gemuto nel bacio senza staccarsi.

Poi si è inginocchiata sul fogliame bagnato, le ginocchia che sprofondavano. Mi ha sbottonato i pantaloni con tutte e due le mani e mi ha guardato dal basso, gli occhi lucidi di chi sta già dalla stessa parte di una piccola cattiveria.

Il cazzo le è uscito pesante, già duro. Se lo è messo contro la guancia, e solo dopo l’ha aperto tra le labbra. Il caldo della bocca è stato immediato, umido, e la lingua ha girato intorno alla testa con una pazienza che mi ha fatto chiudere gli occhi. Ha preso in gola quanto poteva, lenta. Quando ha tirato indietro, un filo di saliva le è rimasto sul mento. Ha tirato un fiato che era quasi una risata, e ha leccato dalla base fino in cima come se stesse assaggiando.

«Sai com’è», ha detto, e mi ha guardato con la bocca lucida. «Da lontano piaccio. Qui è un altro discorso.»

Le ho tenuto la testa e ho spinto, non tutto in una volta. Mila ha accettato, ha allargato la gola e ha succhiato con un rumore umido che nel bosco silenzioso sembrava enorme. Le ho sentito la lingua piatta sotto, le labbra strette, e ogni tanto si fermava per respirare contro la pancia, baciando, poi tornava a prenderlo fino in fondo. Le lacrime le sono venute agli angoli degli occhi e non si è tirata indietro. Le ho accarezzato la guancia con il pollice mentre le scopavo la bocca, e ha tenuto lo sguardo su di me, quella dolcezza che a Plovdiv usava per tenere la gente vicina, adesso sporca di saliva e di voglia.

Quando ho tirato fuori, un filo le è rimasto dal labbro al cazzo. Ha leccato, ha ingoiato quello che c’era, e si è alzata sulle ginocchia bagnate con le mani ancora sui fianchi.

«Non hai finito», ha detto, e se ne accorgeva senza bisogno di altro. «Lo vedo.»


L’ho sollevata di peso contro il faggio più grosso, la corteccia ruvida alle spalle. Le ho calato i pantaloni insieme alla mutandina fino a metà coscia, abbastanza da aprire. Era già bagnata, la fica calda e aperta sotto le dita, e le ho infilato due dita dentro mentre la baciavo, sentendola stringere. Mila ha gettato la testa indietro e ha detto il nome tra i denti, non come una preghiera, come un ordine basso.

«Dentro, Bojan. Adesso.»

Le ho alzato una gamba. Ho spinto il cazzo nella fica con un colpo solo, fino in fondo, e il caldo l’ha stretto subito, lubrificato, stretto. Ha tirato un fiato lungo. Mi ha afferrato i capelli e mi ha tirato contro il collo. Ho scopato in piedi, le spinte corte e poi più lunghe, il bacino che batteva, e ogni volta che sprofondavo spingeva incontro, i talloni che cercavano di tenermi. La corteccia le segnava la schiena sopra la maglia e non se ne curava. Le ho morsicato il labbro inferiore senza rompere la pelle, e ha gemuto nella bocca. Era bagnata intorno al cazzo, e il succo le scendeva già sull’interno della coscia.

«Più forte», ha detto, e ha riso un attimo, quel riso che ti mette dalla stessa parte. «Il folklorista ha le mani. Usale.»

Le ho tenuto i fianchi e ho accelerato, il sesso umido che faceva rumore, e Mila si è chiusa intorno a ogni spinta come se volesse tenermi lì. Le ho succhiato un capezzolo sopra la maglia. Poi ho alzato il tessuto e ho preso il seno nudo in bocca, il capezzolo tra i denti, e ha inarcato la schiena contro l’albero. Il bosco intorno restava fermo. Solo noi due, il fiato, il battere dei corpi. Le ho sentito le unghie sulla nuca e ho spinto più a fondo, fino a premere il pube, e ha detto qualcosa in bulgaro, basso, una cosa corta che non ho preso tutta, poi in italiano: «Non uscire.»

Non sono uscito. L’ho tenuta lì, inchiodata al faggio, e ho continuato a fotterla finché le gambe le hanno tremato e ha dovuto aggrapparsi alle spalle per non scivolare.


Siamo scesi a terra senza staccarci del tutto. Il muschio era freddo e le foglie si sono attaccate alla maglia, al culo, alle ginocchia. L’ho messa sulla schiena. Le ho sfilato i pantaloni del tutto, gli stivali restavano, e le ho aperto le gambe con le palme. La fica era rossa, lucida. Ho abbassato la bocca per leccarla, la lingua piatta sulla fessura, il clitoride tra le labbra. Mila ha premuto il pube contro la faccia e mi ha tenuto i capelli, non per guidare, per restare.

«Così», ha detto. «Ancora.»

Ho succhiato e le ho infilato di nuovo due dita, poi un terzo dito quando si è aperta abbastanza. L’ho scopata con la mano mentre leccavo, e la sentivo bagnarsi di più, il sapore salato e dolce. È venuta così, con un tremaio che le è partito dalle cosce, la fica che mi pulsava intorno alle dita. Ha coperto la bocca con il braccio per non fare troppo rumore, e quando ha scoperto il viso mi ha guardato, gli occhi umidi, un sorriso storto.

«Vieni qui», ha detto. «A terra. Sporco va bene.»

Mi sono messo sopra e le ho infilato il cazzo di nuovo, più facile adesso. Ho scopato senza pausa, il bacino che batteva sul suo, le foglie che si spostavano sotto le spalle. Mila teneva le ginocchia aperte e spingeva incontro, i seni che saltavano sotto la maglia alzata. Le ho tenuto i polsi accanto alla testa, non durissimo, abbastanza da farle sentire il peso. Ha stretto le dita nel vuoto e ha detto di sì con la bocca aperta. Il terreno era umido. Le ho sentito il culo freddo dal muschio e il resto caldo, e ho spinto più fondo, il cazzo che toccava in fondo, e ha gemuto ogni volta come se le togliessi qualcosa e gliela ridessi.

A un certo punto ho sentito la mascella, un dolore basso, una pressione nei denti, come se qualcosa tirasse da dentro. La forza nelle braccia è cambiata, più pesante, e le ho tenuto i polsi con una stretta che prima non avevo. Mila ha aperto gli occhi e ha visto, e non ha detto di fermarmi: ha alzato il bacino e mi ha preso più dentro.


Il cambiamento è arrivato a ondate, non tutto insieme. I denti si sono allungati contro la lingua, il sapore di ferro in bocca, e la schiena ha mandato un colpo tra le scapole che mi ha fatto inarcare sopra di lei. Le mani, ancora sui polsi, mi si erano fatte più grandi, le unghie più scure. Mila ha guardato la faccia, poi la bocca, e ha respirato in modo irregolare. Le gambe però mi si sono chiuse intorno ai fianchi e mi ha tirato giù.

«Resta», ha detto. La voce era ferma. «Bojan. Resta così.»

L’ho tenuta ferma con l’avambraccio sul petto, il peso che la schiacciava sul fogliame, e ho continuato a scoparla mentre la gola mi mandava un suono che non era più soltanto umano. Il pelo mi è uscito lungo gli avambracci, scuro, e le cosce mi si sono irrigidite con una potenza nuova. Ogni spinta andava più a fondo, più dura. La fica l’accoglieva comunque, bagnata, stretta, e Mila spingeva incontro invece di scappare. Le ho visto gli occhi lucidi, non di paura sola, di quella cosa che arriva quando si decide di restare in una stanza che non è più sicura.

«Ti sento», ha detto. «Non togliere.»

Le ho affondato il viso nel collo e ho fiutato il sangue sotto la pelle, il caldo. Ha girato la testa, offrendo la spalla. Non l’ho morsa ancora. Ho scopato più forte, le foglie che volavano. Ha gemuto alto, una volta sola, poi mi ha preso i capelli, già più ruvidi, e mi ha tenuto lì. La luna era salita tra i rami e le dava sulla faccia, sul petto nudo, sul punto in cui i corpi si univano. Sentivo le ossa che volevano un altro ordine, la voce che si spezzava in un groviglio basso, e Mila teneva lo sguardo, la stessa calma di chi ha già scelto e non torna indietro, adesso sporca di terra e di decisione.

«Se scappo resto quella di lontano», ha detto, e l’ultima parte le è uscita quasi senza voce, senza spazio da riempire stavolta. «Non scappo.»


L’ho morsa sulla spalla, nel punto tra il collo e il muscolo, e i denti nuovi sono andati in profondità. Il sangue è venuto subito, caldo, e l’ho sentito in bocca. Ho continuato a fotterla, le spinte da animale adesso, il bacino che non badava più alla misura. Mila ha tirato un grido corto e poi ha inarcato. Invece di spingere via mi ha afferrato i fianchi e mi ha tirato più dentro, il cazzo fino in fondo. La fica mi succhiava mentre il sangue le scendeva sulla scapola e le macchiava la maglia. L’ho leccato dal morso senza staccare i denti del tutto, e ho tenuto il corpo fermo sotto il mio, i polsi ancora bloccati. La trasformazione mi allargava il petto, il muso tendeva, il pelo mi correva sulla schiena.

«Così», ha detto, la voce rotta. «Ancora. Vieni dentro.»

Ho scopato mentre diventavo lupo, o abbastanza lupo da non essere più soltanto l’uomo del taccuino, e ogni colpo le muoveva tutto il corpo sul terreno. Il sangue le arrivava al seno, una linea scura. Lo guardava e poi guardava me, e stringeva le gambe più forte. È venuta di nuovo con il morso ancora aperto, un orgasmo lungo che le ha fatto tremare la pancia e chiudere gli occhi, la fica in pulsazioni strette intorno al cazzo, e ha detto il nome in un filo di voce. Ho spinto tre, quattro volte ancora, più fondo, e ho sborrato dentro, fiotti caldi, tenendola inchiodata. Il muso restava nella spalla, e il sangue e lo sperma e la terra erano tutti insieme.

Sono rimasto sopra, il respiro grosso, il corpo che tornava a pezzi verso una forma più umana, non tutta, e le ho lasciato i polsi. Mila ha portato una mano alla spalla e ha toccato il sangue, poi mi ha toccato la bocca, le dita rosse.

«Adesso la fame è anche tua», ho detto, e la voce mi usciva ancora ruvida. «Lo senti.»

Ha annuito, piccola, e mi ha tenuto il viso con la mano sporca. Non ha chiesto scusa e non ha chiesto di coprire. Il telefono restava sulla giacca, spento. Ha girato la testa verso quel rettangolo nero e ha detto, bassa: «Non pubblico niente.»

Le ho baciato la fronte, poi il bordo del morso, e ha chiuso gli occhi un momento, il corpo ancora aperto sotto il mio, lo sperma che le usciva lento tra le cosce, mescolato alla terra.


La notte è scesa del tutto tra i faggi e siamo restati lì, coperti in parte dalla giacca, il freddo che rientrava. Mila teneva la mano sulla spalla e ogni tanto toglieva le dita per guardare. Il morso non chiudeva: i bordi restavano aperti, scuri, e il sangue si era fatto più denso, una crosta che non teneva. Le ho pulito intorno con il bordo della maglia e la ferita tornava a luccire, come se qualcosa sotto non volesse sigillarsi.

«Prudono», ha detto. Non era una domanda. Ha posato l’orecchio quasi sul petto, in ascolto; poi lo ha staccato e ha ascoltato l’aria tra gli alberi. «C’è un respiro. Non è il tuo.»

L’ho sentita irrigidirsi, non di rifiuto, di attenzione. Il bosco aveva i suoi rumori, il vento, un ramo, ma ascoltava un’altra cosa, più vicina, come se le venisse da sotto la pelle o da un punto appena fuori dalla spalla. Le ho messo la palma sul morso e ho sentito il caldo eccessivo, un battito che non era solo ferita. Mila ha tenuto lo sguardo su di me, con quella voce piana di chi parla come se fossimo già d’accordo, e ha detto piano: «Non è il mio. Lo sento di notte. Adesso.»

La luna era scesa verso i crinali e la luce si era fatta grigia, quella dell’ora in cui gli uccelli ancora non parlano. Mi sono alzato, i vestiti umidi, il corpo ancora sbagliato in qualche giuntura. Mila è restata seduta tra le foglie, la maglia sporca, la spalla scoperta, il telefono ancora nero accanto al ginocchio. Non ho detto altro sulla fame, e ho fatto un passo tra i faggi, poi un altro. Quando ho voltato la testa, Mila teneva due dita sul morso che non chiudeva e ascoltava, la bocca un poco aperta, quel respiro che non era il suo e non era più soltanto il bosco.