
Mila e la seconda voce
Racconto erotico di possessioneHorror Erotico11 min di lettura
Un racconto di Mila Ivanova
Mila chiede le chiavi di una chiesa sconsacrata per chiudere quello che ha aperto. L'uomo che gliele dà resta. Quello che entra non bussa.
La chiesa sconsacrata stava in fondo a un vicolo di periferia, a Bologna, tra i tigli già nudi dell’autunno, e l’umidità della notte si appiccicava alle pietre. Mila Ivanova, ventun anni, teneva la palma aperta sotto il fascio giallo del lampione e aspettava le chiavi senza alzare la voce. La luce le tagliava lo zigomo e le rendeva gli occhi più scuri di quanto fossero di giorno; non ebbe fretta, non batté i denti, restò ferma come se il freddo appartenesse a qualcun altro. A quarantuno anni portavo ancora quel mazzo come si porta un debito, e glielo misi in mano. Le dita le si chiusero sul metallo senza stringere troppo, un gesto pulito, già pensato. Aprì la porta pesante. Sul gradino si voltò e, con la voce bassa di chi ha già deciso, chiese che restassi. Restai perché Mila lo chiese lì, sul sasso umido, e per nessun’altra ragione che sapessi nominare. Una voce le voleva un corpo, e per quello eravamo lì.
Chiuse il battente alle nostre spalle. Il rumore corse lungo i muri e tornò indietro più piccolo, come se la pietra lo avesse inghiottito a metà. La navata odorava di polvere, di cera vecchia, di pioggia filtrata dalle crepe dell’abside. Non c’erano banchi, soltanto il pavimento di pietra e un silenzio che pesava come un panno bagnato. In fondo, dove un tempo stava l’altare, restava soltanto un rialzo basso, e l’umido saliva dalle lastre e si prendeva le caviglie. Mila si sfilò il cappotto e lo lasciò cadere senza guardarlo. Rideva piano, come se fossimo già d’accordo su una cosa piccola che non avevo ancora sentito.
«Le vuoi tenere tu, Davide, o le lascio lì?»
Non risposi subito: guardai il mazzo, poi il viso, e Mila alzò un sopracciglio, paziente, quasi divertita da quel silenzio mio che non sapeva dove mettersi.
Le chiavi tintinnarono sul marmo, un suono sbagliato in quella navata vuota. Si avvicinò abbastanza da prendermi la cintura, e le dita erano calde contro la pelle. Tirò appena, quanto bastava per farmi fare un passo. L’alito le arrivò umido al collo della camicia, con odore di fuori e di qualcosa di metallico che le stava già addosso. Le slacciai i bottoni del vestito scuro prima che finisse di tirare. Il tessuto scivolò lungo i fianchi e la lasciò in mutandine nere e in un maglione; se lo tolse da sola, alzando le braccia con una naturalezza che mi arrivò dritta allo stomaco. I seni le si sollevarono con il gesto, piccoli, e i capezzoli erano già tesi, scuri contro la pelle chiara. I segni sul petto e sull’interno delle cosce erano scuri, quasi neri al bordo, già un poco lucidi. Sembravano fatti di proposito, netti, non incidenti, e il gelo della navata non li aveva seccati. La presi per i fianchi e me la tirai addosso. La pelle sotto i palmi era calda in un modo che non stava con quella stanza. Le baciai la bocca. Aprì le labbra subito, mi succhiò la lingua, e spinsi una gamba fra le sue finché non sentii il calore della figa contro la coscia, umido già attraverso la stoffa. Mila emise un suono basso, contento, e si strusciò una volta, lenta, come per farmi capire che non c’era da aspettare un permesso più chiaro di quello.
«Qui», disse, e la voce le restò bassa. «Sul pavimento. Adesso.»
Le abbassai le mutandine fino alle ginocchia. Mila si inginocchiò sulla pietra senza che glielo chiedessi, i palmi aperti sul marmo freddo, la schiena inarcata, il culo alto verso la navata vuota. La linea della spina le correva dritta fino alla nuca; i capelli le caddero in avanti, scuri, e lasciarono nuda la pelle dietro le orecchie. Mi aprii i pantaloni. Con un piede le spinsi il cotone più giù e le passai due dita in mezzo alla figa. Era bagnata in un modo che non apparteneva alla freddezza di quella navata. Le dita uscirono lucide, calde, e le aprii le labbra umide per sentire quanto fosse pronta. Mila abbassò la schiena ancora un poco, e un respiro le uscì tra i denti, impaziente, quasi una risata trattenuta.
«Non stare lì a guardare», mormorò. «Lo senti. Lo sai.»
Le misi il cazzo contro la fessura ed entrai in una spinta sola, fino in fondo. Un suono le uscì dalla gola, rotto, contento. Il caldo la chiuse intorno, stretto, e per un attimo restai fermo a sentire come pulsavano i muscoli, come accoglievano. Cominciai a scoparla così, da dietro, tenendole i fianchi, e il rumore della pelle sulla pelle riempiva lo spazio meglio di qualsiasi campana. Ogni colpo le faceva battere le ginocchia sulla pietra. Spingeva indietro, prendeva tutto, e le incisioni sull’interno delle cosce si apersero come bocche piccole. Il sangue le colò lungo la pelle chiara, scuro, caldo, e mi sporcò il pube a ogni spinta.
«Più forte», disse. «Davide. Non fare il gentile adesso.»
Le afferrai i capelli e le tirai la testa indietro. Il viso le si scoprì di lato, la bocca aperta, gli occhi semichiusi, e un filo di saliva le brillò al labbro. Il rosso le arrivava già al ginocchio, una linea sottile che si allargava quando le cosce si aprivano al ritmo. Continuai a fotterla con spinte lunghe, il cazzo che usciva lucido di lei e rosato di quello che le si apriva addosso. Le passai una mano sul ventre, le scesi alla figa, le strofinai il clitoride mentre la prendevo, e le gambe le tremarono. Quel filo le unse le dita. Lo portai alla bocca senza pensarci, e il sapore era ferro e pelle e qualcosa di più vecchio della cera. Mila gemette quando capì, e spinse il culo più forte, come se quel sapore fosse un permesso che aspettava da ore.
«Così», disse, rauca. «Tienimi. Non uscire ancora.»
Le tenni i capelli e le scopai la figa fino a sentirmi pesante, vicino a un bordo che non volevo ancora, e allora uscii. Un filo misto, vischioso e caldo, mi restò sul cazzo. Si voltò seduta sulla pietra, il viso acceso, i capelli in disordine, e mi tirò giù per la camicia. Le ginocchia le erano rosse dal marmo, e non se ne curò. Guardò in basso, vide il filo, e sorrise con un angolo solo della bocca, come se quella sporcizia le andasse a genio.
«A terra tu», disse. «Voglio vederti.»
Mi sedetti sul marmo gelato, senza nulla a cui appoggiare la schiena, e Mila mi salì addosso con le ginocchia aperte ai lati dei fianchi. Il freddo della lastra mi arrivò subito alle natiche e alla schiena, un contrasto netto col caldo che le saliva tra le gambe. Si prese il cazzo con una mano, se lo passò tra le labbra della figa, e si abbassò piano, prendendolo tutto, gli occhi fissi nei miei come se quella fosse la sola preghiera che la chiesa potesse ancora reggere. Restò ferma un respiro, piena, e le palpebre le batterono una volta, lente. Cominciò a cavalcarmi con un ritmo basso, il bacino che ruotava, la figa calda che mi stringeva a ogni discesa. Anche le linee sul petto si erano aperte. Due scie scure le colavano tra i seni, le raggiungevano la pancia, e gocciolavano sul mio addome. Le misi le palme sui fianchi per aiutarla, e il rosso mi unto i pollici. Non rallentò. Anzi, accelerò, e a ogni slancio in giù un suono le usciva, mezzo gemito e mezzo riso, come se il dolore delle ferite aperte fosse il prezzo giusto di quel cazzo dentro.
«Guarda», disse, e mi prese un polso. «Qui.»
Mi posò la mano sulla gola, le dita aperte sul battito, e con l’altra mi spinse il palmo sui morsi scuri, sul fresco che ancora colava. La pelle sotto i segni era calda in un modo che non era febbre. Stringere era facile. Stringere era quello che Mila voleva, e lo feci, abbastanza da sentire il fiato coprirsele, abbastanza da vederle gli occhi inumidirsi senza che le anche smettessero di muoversi. Cavalcava e mancava d’aria insieme, e il viso le si faceva teso, bello, spaventato in un modo che non chiedeva di essere salvato. Le allentai un poco le dita e Mila scosse il capo, minima, e le ristrinsi. Un filo di saliva le scese all’angolo della bocca. Continuò a fottersi da sola sul cazzo, bagnata, sanguinante, e ogni volta che scendeva in fondo mi prendeva l’aria anche a me, come se la gola e la figa le appartenessero allo stesso bisogno.
«Non togliere», disse, rauca. «Tieni. Tieni e ascolta.»
Tenni. Il palmo che tenevo sui segni si unto di caldo vischioso, e la gola sotto l’altra mano batteva forte, un animale piccolo e ostinato. Mila si piegò in avanti, il viso vicino, e disse un nome che non era il suo, un nome corto, aspro, che la navata tenne come tiene il fumo. Lo ripeté contro la mia bocca, e poi lo disse più forte, mentre si impalava fino in fondo e ci restava, il clitoride schiacciato contro di me, le cosce che tremavano.
«Samael. Entra. Ti ho tenuto in bocca abbastanza. Entra adesso, mentre mi scopa.»
La voce le si spezzò a metà della frase, e per un attimo fu ancora Mila, dolce, quella che lascia lo spazio a chi sta di fronte. Poi il timbro cambiò. Non gridò. Non fece teatro. Semplicemente un’altra cosa le occupò la gola, più bassa, più asciutta, e le parole uscirono storte.
«Non ti fermare», disse quella voce, e Mila, sotto, c’era ancora, perché gli occhi erano i suoi e piangevano. «Davide. Se ti fermi la perdo. Non chiudere.»
Sentii il marmo sotto, il peso di Mila, il caldo che si chiudeva, e per un secondo pensai di alzare le mani e di lasciar perdere tutto. Non lo feci. Scopai dal basso, le anche alzate contro il peso di Mila, il cazzo che entrava nel caldo stretto mentre le tenevo la gola e i segni aperti. Il pianto le arrivò senza rumore, due lacrime che le tagliavano il viso, e il bacino non smise, non chiese tregua, non fece il gesto di chi vuole scendere. C’era paura lì, vera, una crepa che le attraversava lo sguardo, e c’era anche la fame, altrettanto vera, che le muoveva le anche e le teneva le unghie affondate nella mia spalla. Le strinsi un poco di più la gola. Il viso le si fece rosso, poi scuro, e quando allentai per farle prendere fiato Mila inspirò con un suono brutto, animale, e sorrise con la bocca sporca di saliva e di quello che si era portata su dalle dita.
«Ancora», disse, e non seppi dire quale delle due lo dicesse. «Entra. Usalo. Usami.»
La figa le si strinse di colpo, un spasmo lungo, e Mila venne così, con la mia mano sulla gola e l’altra sulle ferite che ancora colavano, il nome ancora in bocca, il cazzo conficcato in fondo. L’orgasmo le durò, le scosse la schiena, le aperse la bocca senza suono, e in quello stesso istante qualcosa le passò dentro, non metafora, non fantasia da navata: una pressione, un occupare, un gelo che mi arrivò fino al glande come se il corpo di Mila si fosse fatto porta e io fossi rimasto incastrato nella soglia. Volli uscire. Il corpo lo volle per un secondo, l’istinto di chi sente che la persona sotto di sé non è più soltanto quella. Mila mi afferrò i polsi e mi tenne dentro, le unghie nella carne, lo sguardo che chiedeva e comandava insieme.
«Resta», disse, e la voce era doppia, la sua e l’altra, sovrapposte. «Tienilo lì. Lo voglio. Lo tengo.»
Scelsi di restare. La scopai ancora, poche spinte disordinate, il rosso che ci ungeva l’attaccatura, la gola di Mila sotto il palmo che ora non stringeva, solo teneva, come si tiene una cosa che può spezzarsi e che ha chiesto di non essere lasciata. Il freddo di quella presenza mi leccò il cazzo da dentro, una fame che non era muscolo, e Mila piangeva e rideva e spingeva in giù per non farmi scivolare fuori. Le venni così, in fondo, a fiotti, mentre la cosa la occupava, e ogni scarica le apriva un poco di più lo sguardo, come se l’orgasmo mio le servisse da cuneo. Le riempii la figa, e Mila tenne tutto, il bacino premuto, i muscoli che chiudevano, la porta che non si richiudeva. Restammo così, conficcati, il marmo che ci mangiava il calore, il filo scuro che si rappprendeva già sulle cosce. Il viso di Mila, vicino, era il suo. Era anche altro. Le baciai la bocca e sentii due respiri, o uno solo fatto in modo sbagliato.
Mila si staccò piano, e il cazzo le uscì lucido, bianco e rosso, e un filo le colò lungo la coscia fino al marmo. Restò in ginocchio un momento, le palme sulle ginocchia, il petto che saliva troppo in fretta, e poi alzò gli occhi. C’era ancora quella dolcezza, quella che stuzzica senza spingere, quella che ti mette dalla stessa parte di una cosa non detta. Si passò il dorso della mano sulla bocca, guardò ciò che le era rimasto sulle dita, e fece una smorfia piccola, quasi di scusa verso il pavimento.
«Grazie», disse. La voce era la sua. Subito dopo, dalla stessa bocca, più bassa, arrivò l’altra: «Grazie.»
Due volte, due timbri, e Mila chinò il capo come fa chi ha ricevuto un favore e non vuole farlo diventare un discorso. Si alzò. Le gambe le tremavano. Raccolse il maglione, se lo calò sul petto ancora umido, e il cotone si macchiò subito. Le mutandine le tenne in mano un attimo, poi se le mise, lente, attente alle incisioni. Io mi rialzai, mi chiusi i pantaloni, e le porsi il vestito. Mila vi scivolò dentro e mi voltò le spalle perché le allacciassi i bottoni che non raggiungeva. Lo feci. I capelli le odoravano di polvere e di ferro. Quando si voltò, era Mila, quella che ride piano, quella che ti lascia lo spazio, e non era sola. Lo si vedeva nel modo in cui teneva la testa, un poco in ascolto di sé.
«Non fare quella faccia», disse, e c’era il gioco, c’era il vuoto dopo la frase, da riempire. «Ti sta male.»
Raccolse il cappotto e le chiavi, me le rimise in mano, e aprii la porta sulla notte di Bologna, sull’odore dei tigli bagnati, sul vicolo senza nessuno. Mila uscì per prima, poi si fermò sullo stesso gradino di prima, e aspettò. Non uscì da sola. Uscì con me, e con quello che le stava dietro i denti. Allacciò il cappotto fino al collo, nascondendo i segni, e guardò il vicolo come si guarda una stanza in cui si è già stati.
«Mi metto accanto a chi c’è», disse, e la voce era la sua, dolce, un poco stuzzicante, quella di chi si presenta e parla con chiunque stia lì. «È il modo. Sempre.»
Dalla stessa bocca, più bassa, con un timbro che la navata aveva già sentito, arrivò l’altra, soddisfatta, vicina, come a chi sta per sedersi di fianco a uno sconosciuto e non ha intenzione di tacere:
«E rispondo.»