
Mila nella villa che resta
Storia erotica di casa infestataHorror Erotico13 min di lettura
Un racconto di Mila Ivanova
Mila dorme in una villa chiusa sulle colline per un contenuto sul patrimonio. Il custode le apre e non se ne va. I muri sanno già il suo nome.
La villa stava chiusa da mesi sulle colline bolognesi, e l’autunno aveva già steso le foglie bagnate sui gradini di pietra quando girai la chiave dopo l’orario, con il cancello alle spalle e il viale già buio. Mila Ivanova, ventun anni, aspettava sotto la lampada del portico con una giacca troppo leggera per quella sera e lo zaino ancora in spalla, venuta per un contenuto sul patrimonio che avrebbe dovuto girare da sola fra stucchi e saloni vuoti. A trentotto anni conoscevo ogni cerniera di quella casa, ogni serratura che s’inceppava e ogni stanza che teneva il freddo anche a maggio, e sapevo che non avrei dovuto farla entrare di notte. La lasciai passare lo stesso e chiusi alle spalle, sentendo lo scatto della porta come una decisione già presa.
Il morso le bruciava ancora sul collo, un segno che il bosco le aveva lasciato prima che accettasse di dormire qui, un cerchio scuro visibile anche sotto la luce gialla del portico. Quando le presi la giacca, le dita le sfiorarono quella pelle calda e lei si voltò con un sorriso corto, come se la battuta fosse già in mezzo a noi e restasse soltanto da raccoglierla.
«Fa più freddo di quanto avessi detto, Luca.»
Lo disse senza alzare la voce, lasciando lo spazio aperto fra una parola e l’altra, e risposi che il riscaldamento c’era soltanto in tre stanze, e che il resto della casa teneva l’autunno come un animale tiene il pelo. Rise piano, si sfilò le scarpe sul marmo e restò scalza, con le piante già rosse dal freddo del pavimento. Le porte interne si chiusero da sole, una dopo l’altra, con un colpo sordo che non apparteneva al vento e che venne dal corridoio come un passo fatto d’aria. Mila alzò lo sguardo verso il buio e non chiese di uscire. Nemmeno io misi mano alla maniglia. Il segno le pulsava visibile, più acceso sotto quella luce, e si toccò il collo come si tocca una cosa che non si vuole ancora nominare.
Salimmo al piano senza accendere tutto, lasciando le lampade spente nei saloni e prendendo soltanto il lume del pianerottolo. La stanza che le avevo preparato stava in fondo, con le lenzuola pulite e le finestre chiuse sul viale, ma Mila si fermò sulla soglia di una camera laterale, quella dei padroni, dove i mobili restavano coperti di teli e l’odore di cera vecchia si mescolava alla polvere. Entrò comunque, senza chiedere se fosse permesso. La seguii. Posò lo zaino su una sedia coperta e si voltò di nuovo, e stavolta non c’era più il sorriso da scherzo piccolo. C’era fame, e c’era anche paura, e le due cose le stavano insieme sulla bocca, nello stesso respiro.
«Se resti, resta per davvero.»
Le andai incontro senza rispondere. Le presi il viso fra le mani e la baciai come se quella casa avesse aspettato proprio quel gesto, mesi di stanze chiuse condensati in una bocca. Aprì la bocca subito, mi afferrò la camicia e si premette contro il petto con un’urgenza che non aveva niente di timido, le dita già strette nel tessuto. Le sfilai la maglia sopra la testa e la lasciai cadere sul telo. Le trovai i seni già tesi, i capezzoli duri per il freddo della stanza e per altro, per quello che ci stava fra noi da quando le avevo preso la giacca. Le succhiai un seno e poi l’altro, piano, sentendo il respiro cambiarle in gola, e mi tenne la testa lì con le dita strette fra i capelli. Il morso le pulsava contro la guancia mentre le scendevo con la bocca, lungo lo sterno, verso il ventre ancora coperto.
La spinsi indietro fino al letto coperto dal telo e le slacciai i pantaloni senza chiedere. Sollevò i fianchi da sola, mi aiutò a farli scendere insieme alle mutandine, e restò nuda dalla vita in giù con le cosce già umide, la pelle chiara segnata dal freddo del marmo di sotto. Mi inginocchiai sul pavimento, le aprii le gambe e le leccai la figa con la lingua piatta, dal basso fino al clitoride, e il sapore era salato e caldo e già pronto, come se il corpo avesse deciso prima della voce. Mila emise un suono basso, quasi una risata spezzata, e mi afferrò i capelli più forte, tenendomi dove voleva.
«Così. Non fare il gentile adesso.»
Le tenni le cosce aperte e le succhiai il clitoride, poi ci spinsi la lingua dentro, lenta, sentendola muoversi contro la bocca come se volesse di più e insieme non sapesse quanto prenderne. La bagnava già tutta, scorreva sul mento, e continuai a leccarla finché le gambe le tremarono e un gemito le uscì lungo, spezzato, trattenuto a metà. Non la feci venire. Mi alzai, mi sbottonai i pantaloni, le presi una caviglia e me la misi sulla spalla. Il cazzo ce l’avevo già duro da quando le avevo preso la giacca al portico, e glielo strofinai sulla figa bagnata prima di spingere, sentendo il calore aprirsi un poco alla volta.
Entrai piano. Era stretta e calda e si arcò sotto di me con gli occhi aperti, fissi, e per un attimo quella tenerezza che le avevo visto in viso al portico tornò, vera, mescolata a qualcosa che non le apparteneva tutta, una fame venuta da fuori. Spinsi fino in fondo e restai fermo, sentendola chiudersi intorno. Respirava a pezzi, con la bocca aperta sul telo. Poi mosse i fianchi, un piccolo movimento che diceva vai, e cominciai a scoparla con colpi lunghi, sentendola stringermi a ogni uscita. Il telo sotto di noi scivolava verso il bordo. La camera sbagliata puzzava di cera e di lei, di polvere e di pelle calda.
«Più forte.»
Lo chiese a voce bassa, e obbedii. Le afferrai i fianchi e la scopai più a fondo, più rapido, e il suono umido riempì la stanza, battuto dal legno del letto. Si coprì la bocca con il dorso della mano e poi la scoprì di nuovo, come se non volesse nascondere niente a quella casa né a me. Le vidi gli occhi lucidi. Non era soltanto piacere. C’era uno strappo, una cosa che le saliva dal petto e le bagnava le ciglia, e non rallentai perché non me lo chiese.
Mila mi afferrò i polsi e se li tirò sopra la testa, contro il materasso, e mi guardò in faccia mentre lo faceva. Le dita le tremavano. Il morso le ardeva visibile, più scuro di prima, e la voce le uscì rotta, spezzata dal respiro.
«Tienimi giù. Luca. Tienimi.»
Le premetti i polsi nel letto e la tenni, con il peso delle mani che le chiudeva le braccia senza farle male. Chiuse gli occhi un attimo e li riaprì pieni d’acqua, e un singhiozzo le scappò mentre continuavo a spingere. Non era un no. Era quella fame che le aveva fatto accettare la villa, mescolata a una dolcezza che le apparteneva davvero, e la scopai così, tenendola, sentendola bagnarsi ancora di più intorno al cazzo, calda e stretta a ogni colpo. Le lacrime le scesero di lato, verso i capelli sparsi sul telo, e alzò il bacino per prenderlo meglio, tutta, come se il pianto e il bisogno fossero la stessa cosa e non andassero divisi.
«Non lasciare i polsi. Ti prego.»
La tenni. Le baciai la bocca salata e continuai a fotterla con colpi lunghi e poi corti, duri, sentendo il letto cedere sotto i fianchi. Venne una prima volta con un grido basso, stringendomi il cazzo a ondate, bagnandomi le palle, il corpo che le tremava dalle cosce alla gola. Non mi fermai. La tenni giù e la scopai attraverso l’orgasmo, sentendola troppo sensibile e comunque aperta, e un altro singhiozzo le uscì mescolato a un gemito, la voce che non sapeva più da che parte stare. Il freddo della stanza sembrò ritirarsi dal letto e poi tornare, più netto, come se qualcuno avesse aperto una finestra che non c’era.
Mila lo sentì. Lo sentii anch’io. Una presenza fredda si aggiunse all’aria, non un corpo, non un respiro umano, una pressione sulle spalle e sul collo, un gelo che le passò sui seni nudi e le fece irrigidire i capezzoli. Mi guardò, gli occhi ancora umidi, e non disse di smettere. Annuì, un movimento piccolo, quasi una concessione fatta alla casa e a me insieme, e continuai a tenerle i polsi e a spingere dentro quella figa calda mentre il gelo ci stava addosso a tutti e due, pesante e senza volto.
La trattavo come se l’avessi aspettata per anni, e in un certo senso era vero, anche se non sapevo dirlo, nemmeno a me, nemmeno in quella stanza. Le lasciai un polso e le presi una tetta in mano, le strinsi il capezzolo, le succhiai il collo lontano dal morso, sulla pelle ancora pulita. Girò la testa e mi offrì la gola, lunga, esposta. Il gelo le scese sul ventre, visibile in un brivido che le corse fino alle anche, e rise di nuovo, quella risata corta che lasciava lo spazio, e disse che se la casa voleva stare a guardare poteva almeno imparare i tempi.
La girai. La misi a pancia in giù sul telo, le tenni i polsi dietro la schiena con una mano sola e le alzai i fianchi con l’altra, sentendo le natiche calde contro i palmi. Entrai di nuovo, più fondo da quella posizione, e gemette contro il materasso, la voce smorzata dal tessuto. La scopai così, tenendola, sentendo le natiche battere contro di me a ogni colpo, il ritmo che si faceva più duro senza che nessuno lo dicesse. Il gelo restava. Non era una persona e non fingeva di esserlo. Era un peso, una volontà posata sulla schiena nuda, e Mila la accettò nello stesso modo in cui aveva accettato i polsi tenuti, con quel misto di paura e di sì che le bagnava ancora le ciglia.
«Dillo. Il nome. Come se mi servisse in stanza.»
Lo chiese voltando la faccia di lato, la voce spezzata dal ritmo, una guancia premuta sul telo. Dissi Mila, una volta, e i muri risposero con me. Non fu un’eco. Fu la stessa parola, più bassa, venuta dall’intonaco e dal legno, come se la camera avesse imparato la bocca. Chiuse gli occhi e spinse indietro il culo per prenderlo tutto. Continuai a dirlo, e la casa lo ripeté, e ogni volta si stringeva intorno al cazzo come se il suono le entrasse anche lì, tra le gambe, nel posto più caldo. Le afferrai i capelli e le sollevai la testa dal telo, e la fottei più forte mentre il gelo le copriva la schiena nuda, una lastra d’aria sulla pelle sudata.
Veniva di nuovo. Lo sentii arrivarle a ondate, le gambe che le vacillavano, un suono lungo che non era più pianto e non era più risata, qualcosa in mezzo che le usciva dalla gola aperta. Le tenni i polsi e i capelli e la scopai attraverso il secondo orgasmo, e quando fu troppo le lasciai i capelli e le cinsi la vita, e continuai, i fianchi che battevano contro di lei. Il letto batteva contro il muro. La camera sbagliata non era più sbagliata. Era il posto in cui la villa voleva un corpo, e il corpo era il suo, e il mio cazzo era il mezzo.
La rimisi sulla schiena perché volevo vederla, il viso, gli occhi, quella mescolanza che non le apparteneva tutta. Le aprii le gambe, le misi le ginocchia verso il petto e rientrai d’un colpo. Emise un verso rotto e mi afferrò le spalle, le unghie corte sulla pelle. Il gelo si era fatto più denso, una pressione sul letto come un terzo peso, e Mila alzò una mano nell’aria vuota, non per scacciare, per toccare. Non trovò niente. La ritirò e me la posò sulla faccia, sul collo, e le succhiai le dita mentre la fottevo, sentendo il sale della pelle e il tremito che le restava nelle falangi.
«Dentro. Luca, dentro.»
Non glielo negai. La scopai fino in fondo, colpi corti e duri, il pube che le batteva contro il clitoride a ogni spinta, e quando sentii arrivarmi la sborra le premetti il bacino lì e venni dentro la figa con un gemito che mi uscì dai denti. Le sparsi il seme a ondate, caldo, tanto, e venne di nuovo intorno a me, stretta, piangendo piano, tenendomi dentro con le gambe chiuse sulla schiena. Restai lì, senza uscire, il cazzo che mi pulsava ancora e lei che lo teneva, bagnata di sé e di me. Il gelo si ritirò un poco, soddisfatto o soltanto in attesa, un respiro d’aria che tornava a essere stanza.
Le baciai la fronte sudata. Tenue gli occhi chiusi un lungo momento e poi li aprì, e quella dolcezza c’era ancora, vera, mescolata alla fame che non le apparteneva tutta. Le pulii le lacrime con il pollice, lungo la tempia, verso i capelli umidi. Non dissi che andava tutto bene. Non era quello il punto, e lei lo sapeva quanto me. Mi accarezzò la bocca e restò aperta sotto di me, piena, e fuori dalle finestre chiuse le colline stavano nere, senza un lume.
Restammo in quella camera. Le coprii le spalle con un angolo del telo e restai nudo accanto, una mano sul ventre caldo, sentendo il respiro tornarle lento. Mila guardava il soffitto, le pupille ferme su una crepa nell’intonaco. Il morso le pulsava ancora, meno feroce, come se avesse mangiato. Sapevo cose che non le avevo dette, e adesso pesavano fra noi, sul telo, nell’odore di cera.
«La villa parla quando vuole un corpo. L’ho sentita. Ho detto di sì perché il morso del bosco ha risposto alla casa.»
Non si scostò. Restò distesa, le dita che mi seguivano una costa, una dopo l’altra, e chiese se lo avessi detto anche per me. Risposi di sì. Era vero tutte e due le volte, per la casa e per quello che mi stava accanto, nuda, con il segno ancora acceso. Si voltò sul fianco e mi guardò da vicino, con quella faccia che sembrava già dalla stessa parte di uno scherzo, anche adesso, anche così, con le ciglia ancora umide.
«Allora restiamo. Fino a quando apre.»
La scopai ancora prima dell’alba, più lenta, lei sopra, i capelli che le cadevano sul viso e mi nascondevano la bocca a tratti. La tenni per i fianchi mentre scendeva sul cazzo e lo prendeva fino in fondo, il bacino che imparava un ritmo suo, meno urgenza e più peso. Il gelo tornò, più lieve, una mano d’aria sulla schiena nuda, e lo accolse chinandosi a baciarmi, e venne con la fronte contro la mia, silenziosa, un tremito lungo che le partì dalle cosce. Le venni dentro una seconda volta, meno violento, e restò seduta lì, piena, respirando, le palme aperte sul petto. Poi si sdraiò e dormì un poco, una mano sul mio petto, le dita ferme come se tenessero un posto.
Al mattino le porte si aprirono da sole, con lo stesso colpo sordo della notte, soltanto al contrario, un respiro della casa che restituiva il corridoio. La luce autunnale entrò grigia dalle finestre, bassa, senza calore. Avevo paura e non ricordavo tutto. Ricordavo la figa stretta, il nome ripetuto dai muri, il gelo che non era una persona. Non ricordavo come fossimo passati dalla soglia al letto, né quante volte il freddo si fosse posato su di noi, se due o molte, se con un peso o con una volontà. Mila si vestì in silenzio, poi si fermò con la maglia a metà e si toccò il fianco, le dita ferme su un punto che la sera prima era stato pulito.
C’era un secondo segno. Non l’avevo messo io. Non l’aveva messo lei. Stava sulla pelle chiara, un marchio scuro a forma di linea spezzata, come una lettera che non finiva, e pulsava appena sotto il palmo. Lo guardò a lungo, poi alzò gli occhi verso di me, e in quello sguardo c’era la stessa fame della notte e una direzione nuova, come se il corpo le dicesse dove andare, più in là del viale, più in là della villa.
«Stanotte ho sognato dei nomi. Sulla pietra. Come in un recinto di chiesa, o un prato chiuso. Mi tirava di là.»
Lo disse piano, toccandosi il fianco, e vidi che il secondo segno le restava sotto le dita anche dopo che la maglia le scese a coprirlo, un calore scuro che non apparteneva al mattino. Le porte stavano aperte. Il cancello in fondo al viale aspettava, con le foglie bagnate ancora sui gradini. Mila si mise lo zaino in spalla e non scese subito. Restò sulla soglia della camera sbagliata, una mano sul telaio, e capii, senza che lo dicesse, che adesso la volevano in più di uno, e che il secondo marchio le pesava già verso quella terra.