
Leila col collega nel palazzo vuoto
Sesso con la collegaUfficio11 min di lettura
Un racconto di Leila Omar
Leila e il collega Marco restano da soli a misurare il piano nobile di un palazzo vuoto a Milano. Lui ascolta le forme che lei vuole tenere. Tra i muri vecchi il rilievo non è l'unica cosa che fanno.
Il tardo pomeriggio di primavera posava una luce gialla e bassa sulle volte del piano nobile, e Milano sotto le finestre teneva il suo traffico senza entrarci. La polvere restava sospesa in quella striscia, ferma, come se il palazzo avesse deciso di non muoversi più. Il palazzo restava vuoto da settimane, intonaci scrostati e archi che il progetto avrebbe dovuto salvare senza spegnerli. Leila Omar camminava già lungo il salone con il distanziometro, ventun anni e quella precisione che non ha bisogno di alzare la voce. I capelli le cadevano in una coda bassa, e ogni tanto una ciocca le scivolava sulla spalla mentre puntava il laser contro l’imposta. Davide ci aveva mandati a prendere le misure prima che la ditta rimettesse le impalcature, e il cantiere sotto era fermo da un’ora.
«Tre metri e quaranta all’imposta», diceva, e il numero finiva dritto sul taccuino mentre il vestito chiaro le si muoveva dietro le ginocchia. La voce le restava ferma, da chi ha già deciso come deve stare un arco. Parlava di Gerasa come di un posto che non chiude gli archi, che li lascia aperti sul cortile perché la gente ci passi sotto ancora come in una casa. Petra arrivava subito dopo, non come rovina da copiare, ma come un modo di tenere l’ombra dentro un muro nuovo. «Lì l’ombra lavora per te», ha aggiunto, senza alzare il tono, «non la devi inventare. La tieni.» Ascoltavo senza sorridere di lato, e quello le è bastato. Si è girata con il laser ancora alzato e ha ripetuto più caldo quello che avevo appena borbottato sulla luce, che sì, la luce di aprile avrebbe dovuto restare, e che il palazzo misto vecchio e nuovo poteva reggerla.
Il corridoio laterale odorava di calce e di legno tagliato. Lì la luce si spegneva prima, e il silenzio pesava di più. Le ho preso il distanziometro dalle dita per posarlo sul davanzale e le ho toccato il polso, soltanto il polso, e Leila non ha ritirato la mano. Il polso le batteva sotto il pollice, piccolo e regolare. Il sorriso le si è aperto intero, quello che contagia anche quando la stanza è vuota, e si è avvicinata finché il petto le ha sfiorato la camicia. L’odore della pelle le arrivava caldo, misto alla calce.
«Marco», ha detto, e il nome è caduto basso, «se restiamo fermi così il rilievo non si fa. Oppure si fa un’altra cosa e poi si misura.»
L’ho baciata contro il muro dell’imposta. La bocca le sapeva di menta e di polvere fine, e le ho aperto le labbra con la lingua mentre una mano le scendeva sulla schiena e l’altra le alzava l’orlo. La schiena le era liscia, calda sotto il palmo, e il vestito saliva senza resistenza. Non portava il reggiseno, o lo portava così sottile che i capezzoli le si sono induriti subito contro il palmo. Ha gemuto nel bacio e ha spinto il bacino avanti, cercando la coppa dei pantaloni, e il cazzo mi si è rizzato intero in pochi secondi, stretto nella tela. Le ho palpato la figa sopra la mutandina e l’ho trovata già calda, già umida in un punto che si allargava sotto le dita. Il cotone le si era già appiccicato. Ha aperto di più le gambe senza staccare la bocca e ha succhiato il labbro inferiore mentre le sfregavo il clitoride attraverso il cotone. Il respiro le si è fatto corto contro la bocca, e una gamba le si è alzata un poco, cercando appoggio al muro.
Il salone restava enorme e chiaro, le finestre senza tende, il cortile visibile a chiunque avesse alzato lo sguardo dai ponteggi. Leila ha guardato laggiù una volta sola, ha sorriso come se il rischio le andasse a genio, e si è inginocchiata sul pavimento di cotto. Le ginocchia le hanno toccato le pietre con una calma che non chiedeva permesso. Mi ha sbottonato i pantaloni con una calma da rilievo, ha tirato giù i boxer e mi ha preso il cazzo in mano, pesandolo, e l’ha accostato alle labbra prima di aprirle. Il caldo della bocca mi è sceso fino alla radice. Ha succhiato la testa con lentezza, lingua piatta sul frenulo, e poi è scesa, e la gola le ha fatto un suono umido quando ho toccato il fondo. Le ho afferrato i capelli senza tirare troppo e ho sentito le labbra chiudersi più strette, le guance scavarsi, e ogni colpo di lingua mi arrivava dritto in pancia. La coda le si è sciolta un poco tra le dita, calda, e il viso le restava chino con quella stessa attenzione che usava sul taccuino.
«Così», ho detto, e lei ha alzato gli occhi, lucidi, e ha succhiato più forte come se avesse solo riformulato il sì. Una mano le teneva la base, l’altra mi palpavava le palle, e il rumore della saliva si mescolava al tram laggiù. Qualcuno nel palazzo di fronte avrebbe potuto vederla in ginocchio, la testa che andava, il vestito scivolato su una spalla. Lei non ha rallentato. Ha preso più cazzo, ha lasciato che le scivolassi in gola un attimo di più, e quando ho tirato fuori un filo di saliva le pendeva dal labbro inferiore fino alla punta. L’ha leccato via e ha sorriso, e poi è tornata giù, succhiando con una fame pulita, da pari, senza il peso di chi comanda. La lingua le girava lenta, poi più stretta, e un gemito le è uscito intorno al cazzo, basso, come se anche quello facesse parte del lavoro. Mi sono sentito gonfiare contro il palato e ho dovuto fermarla con una mano sulla guancia, altrimenti le sborravo in bocca al primo quarto d’ora.
Si è alzata con le ginocchia rosse e mi ha baciato con il sapore del cazzo ancora in lingua. Le ho alzato il vestito fino alla vita e le ho tirato giù la mutandina, e la figa le è apparsa liscia, aperta, lucida in mezzo. L’ho fatta sedere sul davanzale interno, le spalle alla luce, e mi sono inginocchiato io. Le cosce le si sono aperte da sole, e il cotto le restava freddo sotto.
Le ho aperto le cosce con i palmi e le ho leccato la figa dal basso, una passata lenta che le ha fatto inarcare la schiena. Il sapore era salato e pulito, e il clitoride le pulsava già sotto la lingua. L’ho succhiato piano, poi più saldo, e due dita le sono entrate senza fatica, bagnate fino alla nocca. Leila ha messo una mano dietro la mia testa e ha spinto, non da padrona, da ragazza che sa cosa vuole e lo chiede col bacino. Le ho leccato intorno alle dita, ho allargato le labbra con la lingua, e un terzo dito l’ha fatta gemere alto, un suono che il salone vuoto ha restituito intero. Il vestito le si era raccolto sotto i seni, e il petto le saliva a scatti.
«Ancora lì», ha detto, e ho piegato le dita verso il punto che le faceva stringere. La figa le si è chiusa a ondate, il vestito le era rimasto accartocciato sui seni, e ogni succhiata le mandava un brivido fino alle ginocchia. «Non togliere la lingua», ha aggiunto, quasi ridendo, e la mano le si è stretta tra i capelli. Ho sentito le cosce tremarle contro le orecchie e ho tenuto il ritmo, lingua stretta, dita profonde, finché è venuta con un respiro spezzato e un «Marco» che le è uscito basso, quasi una risata. Le ho continuato a leccare mentre le onde le passavano, più piano, e lei mi ha tirato su per i capelli con quella dolcezza che non chiude niente, che lascia la porta aperta. La bocca le sapeva di sé quando l’ho baciata di nuovo, e il sorriso le era rimasto, umido, aperto.
Era ancora aperta, ancora che gocciolava sulle pietre del davanzale. L’ho fatta scendere, l’ho girata verso il vetro, e le ho messo il cazzo in mano perché lo mettesse lei dove voleva.
Leila ha guidato la punta tra le labbra bagnate e si è spinta indietro da sola, prendendomi tutto in una discesa che mi ha fatto chiudere gli occhi. La figa le era calda e stretta e già pronta, e ho cominciato a scoparla in piedi, le mani sui fianchi, il pube che le batteva sul culo a ogni spinta. La finestra le stava a un palmo dal viso. Sotto, il cortile del cantiere era deserto, ma la strada laterale passava, e un uomo al semaforo avrebbe potuto alzare lo sguardo e vederle i seni schiacciati sul vetro, il vestito alzato, me che la scopavo da dietro con il cazzo lucido che usciva e rientrava. Il vetro le si è appannato un poco sotto il respiro.
Non si è coperta. Ha appoggiato le palme sul telaio e ha spinto indietro, cercando di prenderlo più fondo, e ogni colpo le faceva tremare le natiche. «Più fondo», ha detto, senza voltarsi, e la voce le restava ferma anche lì. Le ho afferrato i capelli e le ho piegato la testa di lato, baciandole il collo, e lì ho visto di nuovo il segno, un viola basso sotto l’orecchio, già visto e non spiegato. Le ho passato la lingua sopra senza chiedere e ho spinto più forte, e Leila è venuta una seconda volta con un gemito che ha appannato il vetro. Nel mezzo di quello, tra una spinta e l’altra, ha detto una cosa che non era un lamento.
«Cosa ci mettiamo dentro, quando nessuno gira? Un vuoto va occupato, no? Non lasciato.»
La voce le restava chiara, volta al poi, e il corpo le si stringeva intorno al cazzo a ondate. Ho capito che parlava anche d’altro, del palazzo, di una domanda che non era mia, e ho continuato a scoparla lo stesso, più lento adesso, sentendola venire ancora un poco, bagnata fino alle cosce. Il collega riempiva un posto diverso da quello del capo, e lei lo prendeva comunque, intero, senza togliermi le mani dai fianchi. Le natiche le si aprivano a ogni affondo, e il suono umido riempiva il salone più del traffico.
Un furgone è entrato nel cortile. Si è sentito lo sportello, una voce maschile che chiamava qualcuno che non c’era. Leila ha voltato la testa, mi ha guardato, e invece di scostarsi ha spinto il culo più indietro, prendendo un’altra spinta fonda. Abbiamo scelto di restare così. Il rumore sotto è durato poco, passi, una bestemmia lontana, e poi il silenzio di nuovo. Io le ho tenuto i seni in mano, i capezzoli duri tra le dita, e l’ho scopata contro il vetro finché le ginocchia le hanno tremano. Il respiro le si è rotto di nuovo, più basso, e la fronte le è scesa sul telaio.
L’ho fatta scendere sul cotto, il vestito ancora alzato, e mi sono messo tra le gambe aperte. Le ho piegato un ginocchio verso il petto e le ho rimesso il cazzo dentro, tutto, e stavolta il ritmo era più basso, più da terra, il pube che le strofinava il clitoride a ogni affondo. Leila mi teneva per i polsi e alzava il bacino, e la figa le faceva un suono umido, sporco, che riempiva il salone. Le ho succhiato un seno, poi l’altro, e ho sentito che stavo per venire, il caloraccio che saliva dalle palle. Il capezzolo le si è indurito di nuovo sotto la lingua, e lei ha spinto il petto avanti, chiedendo ancora quella bocca.
«Dentro», ha detto, e non era un ordine da capo, era un pari che decide. «Voglio sentirtelo.»
Ho spinto fondo e le ho sborrato in figa, fiotti caldi uno dopo l’altro, e lei ha stretto le gambe intorno ai fianchi per tenermi lì mentre le riempivo. Continuavo a muovermi piano, a spalmare la sborra dentro, e un filo le è uscito di lato, bianco sul cotto scuro. L’ho guardata in faccia. Teneva gli occhi aperti, quel sorriso ancora lì, e mi ha accarezzato la nuca con una tenerezza che non stava nel cazzo, che stava in un altro posto, più quieto e più complicato. Il respiro le si è ricalmato a ondate, e le dita le restavano sui polsi, leggere.
Siamo restati così un poco, il respiro che si ricalmava, il palazzo vuoto intorno. Poi l’ho aiutata ad alzarsi. La sborra le colava lungo la coscia e lei l’ha presa con due dita, se l’è guardata, e ha sorriso di nuovo, come se anche quello potesse entrare in un progetto, in una forma da tenere.
Ci siamo rialzati i vestiti senza fretta. Leila ha tirato su la mutandina, ha lisciato il vestito, e ha ripreso il distanziometro come se il rilievo fosse soltanto in pausa. Il laser le ha tremato un attimo tra le dita, poi si è fermato. Abbiamo finito gli archi del salone e quelli del vano scale, numeri dettati a voce bassa, e ogni tanto le dita le si fermavano sul taccuino e mi sfioravano il dorso della mano. Era dolce in un modo che non chiedeva scuse. Mi ha corretto una quota e l’ha riformulata più calda, dicendo che sì, quella luce andava tenuta, e che il nuovo non doveva spegnere il vecchio.
Nel vano vicino alla porta ho visto di nuovo il segno sul collo, più netto adesso che i capelli le si erano spostati. Le ho accostato le dita, appena.
«Questo», ho detto.
Non ha spiegato. Ha coperto il viola con una ciocca e ha alzato il laser verso l’ultima imposta, e il sorriso le è rimasto, solo un poco più stretto. Ho capito che non avrei avuto quella storia, non lì, non da lei, e ho segnato l’ultima misura lo stesso.
Sulla soglia ha ripreso la cartella dei disegni. Tra i fogli c’era lo schema di facciata, le note a matita sul calore da tenere senza spostare una funzione. Ha battuto un dito sul foglio e ha detto che domani c’era la riunione col committente, quello che voleva il calore giordano in facciata e il programma intatto, e che i numeri di oggi dovevano stare già in ordine. Il sole era sceso dietro i tetti. Siamo usciti nel cortile col rilievo fatto, lei un passo davanti, il segno ancora lì, e la dolcezza di quel pomeriggio che non chiudeva la fame, che la portava dietro come un altro disegno da tenere sul tavolo.