
Leila, viaggio di lavoro a Roma
Racconto di sesso in viaggioUfficio12 min di lettura
Un racconto di Leila Omar
Leila e il capo Davide sono a Roma per chiudere il palazzo col cortile che lei ha rimesso nel programma. In hotel lui ha la camera accanto. Quella notte lei non chiede più con il sorriso cosa deve occupare lo spazio.
La hall dell’hotel odorava di cera e di fiori tagliati quando siamo rientrati dalla cena con il partner romano. Roma, a primavera, teneva ancora sulle pietre il calore del pomeriggio spento. Leila Omar aveva ventuno anni e in quella sala aveva tenuto il palazzo in piedi, cortile compreso, senza regalare al tavolo una sola misura fuori dal programma. Le camere stavano una accanto all’altra al quarto piano, due porte uguali su un corridoio troppo silenzioso. Dopo la riunione che aveva messo il cortile nero su bianco, restava quella notte e la firma del mattino.
Leila ha passato la tessera, ha spinto la porta e si è girata sul limitare senza sorridere. Non ha chiesto cosa dovesse occupare lo spazio vuoto tra le valigie e il letto. Ha fatto un passo indietro e ha aspettato che la soglia si chiudesse alle spalle.
Ho chiuso. La camera era grande, il letto già aperto, il vetro sulla città acceso di lamiere e cupole lontane. Leila ha posato la borsa sulla scrivania e si è tolta le scarpe con un gesto preciso, lo stesso con cui in studio mette via i rulli. Poi è venuta vicino, mi ha preso la cravatta e ha tirato finché la bocca non mi ha trovato.
Il bacio è durato a lungo, umido, senza fretta finta. Le ho afferrato i fianchi sopra il vestito scuro che in sala pareva soltanto professionale. Sotto il tessuto il corpo era già caldo e il bacino si è premuto contro la coscia. Leila ha aperto la bocca e ha spinto la lingua con una decisione che non chiedeva permesso. Quando si è staccata, ha detto il nome basso, come una quota sul foglio.
«Davide. Resta.»
Ha slacciato la cintura da sola. Si è inginocchiata sul tappeto chiaro e mi ha aperto i pantaloni con tutte e due le mani, tirando anche i boxer giù sui fianchi. Il cazzo le è venuto contro il viso già duro, una vena in evidenza, e Leila ha guardato su un attimo prima di prenderlo in bocca.
La bocca era calda e stretta. Leila ha chiuso le labbra sotto il glande e ha succhiato piano, poi più a fondo, la lingua piatta sulla vena. Le ho afferrato i capelli senza tirare ancora, soltanto per sentire il movimento del capo. Gli occhi restavano aperti. Ogni tanto saliva, lasciava il cazzo lucido, un filo di saliva dal labbro inferiore fino alla punta, e riprendeva da capo come se il lavoro fosse quello, non il palazzo.
Ha preso con una mano ciò che non entrava e ha ruotato il polso mentre le labbra scendevano. La gola si è stretta intorno alla punta e un suono basso le è uscito dal naso. Leila non ha tirato indietro. Ha respirato, ha spinto ancora, e gli occhi si sono inumiditi senza chiudersi. Le ho tenuto la testa ferma un secondo, abbastanza da sentire il palato, poi ho lasciato che decidesse la profondità. Ha deciso tutto. Si è infilata il cazzo fino a dove arrivava e ha tenuto, le unghie sui glutei, la saliva che le scendeva sul mento e sul collo.
«Così», ha detto quando è risalita, la voce roca, e ha leccato la fessura della punta come si lecca un inchiostro per capire se è fresco. «Lo vuoi in gola o lo vuoi dopo, quando ti faccio entrare.»
Non era una domanda da sorriso. Era una scelta posata sul tavolo. Le ho passato il pollice sul labbro inferiore, lucido, e Leila l’ha preso in bocca insieme al cazzo, succhiando tutt’e due, lo sguardo fisso. Le palle le battevano sul mento. Il respiro mi si è fatto corto. Prima che venissi le ho tirato i capelli abbastanza da staccarla, e un filo di saliva è rimasto teso tra la bocca e la punta, poi si è spezzato sul vestito.
Leila si è alzata senza pulirsi. Ha girato le spalle, ha abbassato la cerniera del vestito e l’ha lasciato cadere. Sotto c’era un reggiseno scuro e una mutandina già scura al centro. Si è tolta anche quelli, un gancio, un passo, e si è sdraiata sul letto bianco con le ginocchia aperte, la figa lucida, il petto che saliva in fretta.
«Vieni qua. Scopami prima sul letto. Poi dove vuoi.»
Mi sono spogliato il resto addosso e mi sono messo tra le gambe. Le ho baciato il basso ventre, poi più giù, e ho aperto la figa con i pollici. Era calda e sdrucciolevole, le labbra gonfie, il clitoride scoperto. L’ho leccato piano, poi con più pressione, e Leila ha messo una mano nei capelli e ha spinto il bacino contro la bocca. Non ha fatto la voce piccola. Ha detto il nome un’altra volta, più rotto, e ha tenuto la testa lì finché le cosce non hanno cominciato a tremare.
Le ho messo un dito dentro, poi un secondo, e ho cercato il punto ruvido mentre la lingua restava sul clitoride. Leila ha inarcato la schiena e ha stretto le dita nei lenzuoli. Quando è venuta la prima volta ha chiuso le ginocchia intorno alla testa, un grido basso, e la figa ha pulsato sulle dita in onde strette. L’ho sentita bagnarsi di più, scendere sul palmo, e ho continuato a leccare finché la mano nei capelli non ha tirato per farmi salire.
Mi sono messo sopra. Leila ha preso il cazzo e se lo è passato tra le labbra della figa, bagnandolo, e poi si è infilata la punta da sola, i fianchi alzati. Sono entrato piano, un centimetro alla volta, perché era stretta anche se era già venuta. Quando sono arrivato in fondo Leila ha espirato contro la spalla e ha detto di muovermi, di non stare fermo a guardarla come in riunione.
Ho scopato con spinte lunghe, il pube contro il clitoride a ogni fondo. Il letto ha battuto la testata. Leila ha alzato le gambe e me le ha messe sulle spalle, aperta, e da quella angolazione il cazzo le spingeva più in alto. Gli occhi erano lucidi, la bocca aperta. Le ho preso i polsi e li ho tenuti sopra la testa, e Leila ha stretto i pugni e ha spinto i fianchi incontro, cercando di più, non meno. Ogni spinta le faceva tremare il petto. I capezzoli erano duri. Le ho preso un seno in bocca senza lasciare i polsi e ho succhiato mentre il cazzo usciva lucido e rientrava fino in fondo.
«Più forte», ha detto, e non era una battuta. «Davide, più forte, voglio sentirlo domani quando firmo.»
Ho dato più forte. La figa faceva un suono umido a ogni colpo. Leila è venuta di nuovo con un gemito che le è partito dal petto, le unghie nella pelle dei polsi anche se le tenevo ferme, e la stretta intorno al cazzo è diventata tanto dura che ho dovuto fermarmi un secondo per non sborrare lì. Quando la stretta si è allentata ho uscito, l’ho girata a pancia in giù e l’ho ripresa da dietro, una mano sui capelli, l’altra sui fianchi. Leila ha messo la faccia nel cuscino e ha spinto il culo indietro, prendendo tutto.
Dal letto al vetro c’erano tre passi. L’ho alzata, ancora dentro, e l’ho portata contro la vetrata. Roma sotto era una macchia di tetti e di cupole, il Tevere una striscia nera, e nessuno da quella altezza avrebbe distinto due corpi. Leila ha messo i palmi sul vetro freddo. I seni si sono schiacciati contro la lastra e i capezzoli si sono ristretti per il contrasto. L’ho scopata in piedi, da dietro, le gambe aperte, un piede tra i piedi per tenerla larga.
Ogni spinta le faceva sbattere il pube contro il vetro. Leila ha girato la faccia quanto bastava per parlare, la guancia sul vetro, il fiato che appannava un cerchio.
«Cosa metti dentro quando nessuno gira», ho detto, e non era una domanda da disegno. Era la stessa cosa che il palazzo misto teneva in piedi, il vecchio tessuto dentro una struttura nuova, e volevo sentirlo detto senza il sorriso che di solito occupava il vuoto.
Leila ha respirato, ha preso una spinta intera, e ha parlato senza accendere la voce da camera.
«Mi tieni nel programma. Mi tieni anche nel letto di lavoro. Non spezzarmi in due pezzi, uno che firma e uno che si fa scopare. Voglio tutte e due le cose insieme, il cortile e questo, anche dopo, anche da sposato. Non mi coprire con una battuta e non coprirti tu.»
Ha smesso lì. Non ha chiesto cosa dovesse occupare il silenzio. Il silenzio restava, e dentro c’erano il palazzo, l’anello, lo studio, e il cazzo che le andava in figa fino in fondo. Le ho afferrato i capelli, le ho tirato la testa indietro, e ho scopato più duro, il vetro che riceveva i colpi del bacino. Leila ha gemuto contro la lastra e ha venuto così, in piedi, le gambe che vacillavano, la figa che spremeva a ondate, e ha tenuto i palmi aperti sul vetro come se firmasse anche quello.
«Va bene», ho detto contro l’orecchio, ancora dentro, ancora duro. «Tutte e due. Il programma e questo. Anche da sposato.»
Leila ha chiuso gli occhi e ha spinto il culo indietro, prendendo l’accettazione come prendeva il cazzo, fino in fondo, senza lasciare un margine.
In bagno l’acqua della doccia era già calda quando ci siamo entrati. Il box era stretto, il vetro appannato in un minuto. Leila si è messa sotto il getto, i capelli scuri incollati alla schiena, e mi ha tirato contro il corpo bagnato. Ci siamo baciato con l’acqua in bocca. Le ho alzato una gamba e l’ho tenuta sotto il ginocchio, la schiena al muro di piastrelle, e sono rientrato in figa con una spinta sola perché era ancora aperta e piena del resto.
L’acqua scendeva tra i corpi e rendeva tutto più sdrucciolevole. Leila ha messo le braccia intorno al collo e si è fatta sollevare, le gambe alla vita, e da lì ho potuto scoparla alzandola e lasciandola ricadere sul cazzo. Ogni caduta le cavava un suono. I seni mi slittavano sul petto. L’ho presa così finché le braccia non hanno tremato, poi l’ho girata a faccia al muro, i palmi sulle piastrelle, e l’ho ripresa da dietro con le mani sui fianchi.
«Dentro», ha detto, la voce che sbatteva tra le pareti. «Voglio la sborra in figa. Poi la bocca. Tutte e due, stasera.»
Ho spinto più in fretta. Le palle battevano sulla figa bagnata. Leila ha messo una mano davanti e si è strofinata il clitoride mentre la prendevo, e quando è venuta la terza volta ha chiuso intorno al cazzo con una forza che ha tirato fuori anche me. Sono venuto in figa con spinte corte, fondo, riempiendola, e ho tenuto i fianchi fermi mentre sborravo a ondate. Leila ha gemuto sentendo il caldo spararsi dentro e ha tenuto il culo premuto, come per non farne uscire niente. Quando ho tirato fuori un filo bianco le è sceso sulla coscia e l’acqua l’ha portato via in parte, non tutto. Leila ha passato due dita, ha raccolto ciò che restava, e se lo è messo in bocca guardandomi, la lingua visibile, sporca.
Siamo tornati in camera ancora bagnati, senza accappatoio. Leila si è inginocchiata di nuovo, questa volta sul bordo del letto, e ha preso in bocca il cazzo già meno duro, sporco di figa e di sborra, e l’ha pulito succhiando piano, poi con più fame quando ha sentito che tornava a crescere. Non c’era più la prima urgenza. C’era la seconda, più bassa, quella che arriva quando il corpo ha già dato e vuole ancora. Leila ha succhiato con gli occhi chiusi un poco, le labbra strette, una mano sulle palle, e quando sono tornato duro del tutto ha alzato lo sguardo.
«Anche da sposato», ha detto con la bocca piena, e ha lasciato il cazzo abbastanza da farsi capire. «Mi scopi così. Non mi spezzi in camera e in tavola. Domani firmo il palazzo e resto quella che ti è venuta in mano, non due persone. Accetti anche questo.»
Ho messo una mano dietro la testa e ho annuito, e Leila ha capito dal gesto più che dalla voce. Ha ripreso a succhiare sul serio, profondo, la gola aperta, e questa volta non mi sono tirato indietro. Le ho tenuto i capelli e ho scopato la bocca con spinte corte, guardando le labbra allargarsi. Leila ha accettato il ritmo, gli occhi lucidi, una mano tra le proprie gambe, e quando sono venuto la seconda volta l’ho tenuto in gola. La sborra le è uscita da un angolo della bocca, bianca sul mento, e Leila ha inghiottito il resto, ha leccato ciò che restava sulla punta, e si è seduta sui talloni a riprendere fiato, il petto che saliva, le cosce lucide.
L’ho alzata, l’ho distesa, e mi sono messo accanto. Per un pezzo non si è parlato. Leila aveva una mano sul ventre, come a tenere dentro ciò che c’era ancora. Fuori il traffico di Roma era una cosa lontana. Le ho passato il dorso delle dita sulla guancia e Leila ha girato la faccia, ha baciato il palmo, e ha detto che il vecchio stava dentro il palazzo senza chiudere niente, che le forme potevano tenersi insieme se qualcuno smetteva di spezzarle. Non era una lagnanza. Era una frase che andava avanti.
«Dormi», ho detto. «Domani si firma.»
Leila ha chiuso gli occhi. La mano è restata sul ventre.
Al mattino la luce era già alta sul vetro. Leila si è vestita con lo stesso abito scuro, i capelli ancora umidi raccolti, e nella cartella c’erano le tavole del cortile, il misto di tessuto vecchio e struttura nuova, tutto pronto. In ascensore non ha fatto battute. Nella macchina verso lo studio del partner ha tenuto la cartella sulle ginocchia e ha guardato Roma passare come si guarda un cantiere che sta per diventare vero.
Hanno firmato in una sala con le finestre su un cortile vero, più piccolo, con un limone in vaso. Leila ha messo il nome dove serviva, pagina dopo pagina, e quando il partner ha stretto la mano ha sorriso per il palazzo, non per coprire altro. Ho firmato dopo. Le copie erano due. Una è finita nella cartella, l’altra è restata a Roma.
Sulla strada verso la stazione Leila ha acceso il telefono. Lo schermo ha mostrato un nome, Marco, e un messaggio corto che chiedeva se le tavole fossero chiuse. Leila ha risposto che sì, il palazzo teneva, e ha spento lo schermo senza alzare gli occhi. Nella cartella le forme stavano piegate con la firma ancora fresca. Sulla sedia del treno, più tardi, Leila ha incrociato le gambe e ha sistemato la gonna, e dal modo in cui si è mossa si capiva che il corpo teneva ancora la notte, la sborra, l’accordo. Non ha diviso il sorriso dal lavoro. Ha aperto le tavole una volta, ha passato un dito sul cortile disegnato, e ha tenuto la cartella chiusa sulle ginocchia per tutto il resto del viaggio, con lo studio che aspettava in fondo ai binari e con quello che eravamo diventati ancora visibile addosso, se qualcuno in sala riunioni avesse saputo guardare.