
Mila al cimitero dopo mezzanotte
Racconto erotico cimiteroHorror Erotico11 min di lettura
Un racconto di Mila Ivanova
Mila entra di notte nel cimitero monumentale perché un segno sulla pelle la tira lì. Un uomo la aspetta tra i mausolei. Lei non gira le spalle.
La Certosa di Bologna, dopo mezzanotte, odorava di foglie marce e di marmo bagnato. Restai fermo tra i mausolei del Chiostro Terzo, dove i ritratti di famiglia fissavano il buio con occhi di smalto, e aspettai che il viale dei cipressi restituisse qualcuno. Avevo trentadue anni e le dita ancora bianche di polvere di pietra: da mesi restauravo lastre in quella città, e da tre notti il sonno mi portava un nome che non apparteneva a nessun sepolcro.
Mila Ivanova arrivò dal buio con il cappotto abbottonato storto e i capelli scuri raccolti in fretta. Aveva ventun anni nella faccia aperta al freddo e non voltò la schiena: camminò dritta verso di me come se sotto i vestiti qualcosa le dettasse il passo.
«Sei tu», disse, e lasciò la frase a metà perché la completassi. «Quello della pietra. O soltanto uno che non dovrebbe essere qui.»
«Tutte e due.» La guardai da vicino. Aveva le labbra spezzate dal vento e una luce da scherzo piccolo negli occhi, come se fossimo già d’accordo su una cosa che non avevamo nominato. «Mi chiamo Andrei. Di giorno tocco le lastre. Di notte ascolto se rispondono.»
«Mila.» Pronunciò il proprio nome senza spiegarlo, senza offrire in cambio la città da cui veniva. «Mi sono detta che era per un contenuto. Non lo posterò.»
Camminammo tra i mausolei senza toccarci ancora. Il vento di novembre spingeva le foglie umide contro le iscrizioni, e il freddo saliva dalle lastre come una mano. Teneva le mani in tasca e ogni tanto mi guardava di lato, misurando se restavo nello scambio; non mi irrigidii. Quando ci fermammo sotto il portico di una cappella di famiglia, il secondo segno le bruciava visibile all’attaccatura del collo, un marchio scuro che pulsava come una bocca piccola.
«Fa male?»
«Fa fame», rispose. «Tu l’hai sognato il nome. Dimmi che non è una cosa da schermo.»
Le presi il viso tra le palme e la baciai contro il marmo freddo. Aprì la bocca subito, senza teatro, e il sapore era di dentifricio e di vento. Le sbottonai il cappotto: sotto indossava una maglia sottile e una gonna, niente di adatto a un cimitero d’autunno, e quando il cappotto cadde aperto il gelo le fece stringere i capezzoli sotto la stoffa. Le misi una mano tra le gambe, sopra la gonna, e la sentii già calda, già umida, come se il cammino l’avesse preparata più del bacio.
«Qui», mormorò contro la bocca. «Non girare. Non fare il gentile.»
Le afferrai i capelli e la spinsi in ginocchio sulla ghiaia umida, finché le spalle le rimasero alla lastra di un ignoto dell’Ottocento. Non protestò: si sistemò le ginocchia tra le foglie e mi aprì i pantaloni con dita che non tremavano per il freddo. Me lo tirò fuori già duro, alzò gli occhi con quella stessa luce accesa, e me lo prese in bocca fino in fondo al primo colpo, senza girarci intorno.
Sentii la gola chiudersi e riaprirsi attorno al cazzo, e le vennero le lacrime agli occhi per il riflesso, non per pentimento. Le tenni i capelli raccolti in un pugno e cominciai a muovere i fianchi, lento all’inizio, poi più a fondo. Succhiava con la lingua piatta, bagnata, facendo rumore perché nel chiostro il silenzio pesava troppo. Ogni tanto si staccava per respirare, e una fila di saliva le pendeva dal labbro inferiore fino alla pelle, lucida al lume lontano dei lampioni del viale.
«Ancora. Così», disse, e si rimise in bocca da sola, più golosa di prima, con le palme ancora appoggiate alle cosce. Il marmo alle spalle era gelido e ci premeva la schiena come se quel gelo le servisse. Le sollevai un poco il viso per vederla meglio: gli occhi lucidi, le labbra rosse, il marchio sul collo che aveva cominciato a luccicare di qualcosa di più scuro del sudore.
Succhiava con un appetito che non era tutto suo, e lo capivo a ogni colpo. Ogni volta che le toccavo il fondo della gola emetteva un suono basso, contento, e le anche si muovevano da sole, cercando una pressione che l’aria non poteva darle. Le slacciai la gonna abbastanza da infilarle due dita tra le mutandine. La figa era già gonfia, già sdrucciolevole, e le dita ci scivolarono dentro senza fatica; gemette con la bocca piena, e il suono mi vibrò lungo il cazzo fino alla pancia.
Le muovevo le dita con lo stesso ritmo della bocca, cercando il punto in alto, largo, e si spingeva incontro a tutte e due le cose insieme. La ghiaia le segnava le ginocchia e non si lamentò. Quando le aggiunsi un terzo dito la sentii stringere, calda. Un filo di sangue le scese dal marchio del collo fino alla clavicola, scuro sul marmo chiaro della lastra. Lo vide e non si fermò. Mi guardò su con la bocca piena e chiuse gli occhi un attimo, come se quella scia fosse la conferma che cercava da ore.
Le tenni la testa ferma e cominciai a scoparle la gola sul serio, con i fianchi corti e fondi, togliendole il fiato a tratti. Accettò. Le dita le si affondarono nelle cosce senza spingere via. Quando la tenevo premuta fino all’osso del pube il viso le si colorava, gli occhi le lacrimavano, e al limite, proprio quando il petto le si alzava vuoto, la tiravo indietro abbastanza da farle prendere aria in un colpo solo. Riprendeva il cazzo da sola, avidamente, come se il taglio del respiro le piacesse più della carezza.
«Più. Tienimi», riuscì a dire tra un affondo e l’altro, la voce roca, e le strinsi i capelli più in alto per obbedirle. Le entrai in gola di nuovo e restai lì, fermo, sentendola pulsare attorno, sentendo il tentativo del respiro che non passava. Contai i secondi: al quarto le unghie mi graffiarono senza vera protesta, al sesto le lacrime le correvano sulle guance mescolate al sangue del segno, al settimo la lasciai andare. Trasse aria con un suono rotto e si chinò di nuovo, le labbra lucide, e mi leccò dalla base fino alla punta come se volesse scusarsi di aver avuto bisogno d’aria.
Il secondo marchio, più in basso, le si era aperto sotto la maglia. Gliela sollevai. Sul fianco sinistro la pelle si era spaccata in una linea sottile, e il sangue le scendeva verso l’osso dell’anca, caldo sul freddo della notte. Lo toccai con il pollice, e si sporse incontro alla pressione, non indietro.
«Non pulirlo», disse. «Andrei. Guardami mentre lo fai. Non un vetro. Me.»
La rialzai in piedi per i capelli, la girai verso la lastra, le alzai la gonna fino alla vita e le calai le mutandine a metà coscia. Le aprii le gambe con un ginocchio. La figa le luccicava, aperta, e ci spinsi dentro il cazzo in un colpo solo, fino in fondo, sentendola calda e stretta dopo la bocca. Gemette contro il marmo. Le misi una mano alla gola, non per minaccia, per tenersela, e cominciai a scoparla sulla lastra con colpi lunghi che le sbattevano il pube contro la pietra.
Ogni affondo le faceva sbattere i denti e le spingeva il sangue del collo a gocciolare sulla pietra. La gola sotto il palmo saliva e scendeva, e quando stringevo un poco il fiato le si spezzava in un suono acuto, quasi un pianto, e la figa mi si chiudeva attorno come una mano. Lo voleva. Lo capivo dal modo in cui spingeva indietro i fianchi, dal modo in cui mi cercava quando allentavo.
«Usami senza dolcezza», disse alta, la voce che portava tra i portici. «Guardami tu. Non uno schermo. Resta qui dentro e guardami.»
La guardai. Non c’era nulla da vendere in quel viso: soltanto il freddo, il sangue, gli occhi aperti che non recitavano. Le tenni la gola e le scopai la figa più a fondo, il bacino che batteva, e lei ripeté quasi la stessa cosa con parole più corte, come se nominare quel bisogno le costasse e insieme la tenesse in piedi. Essere vista da lontano, per lei, in quella lastra, diventava una cosa magra; esserci, con il cazzo dentro e la mano al respiro, le riempiva la bocca di una verità che non ritirò.
Il sangue del fianco le arrivò alla radice della coscia e si mescolò all’umido della figa. Sentivo il caldo diverso, più denso, e non rallentai. Rise una volta sola, rotta, e poi il riso le si spezzò in un gemito quando le strofinai il clitoride con le dita libere, duro, senza premura. Le gambe le tremavano sulla ghiaia. La lastra le stampava il viso di gelo. Continuò a chiedermi quello sguardo, e ogni volta che glielo rendevo i segni le sanguinavano di più, come se vedermi fosse cibo.
Una luce tagliò il chiostro in fondo, bassa, gialla. Un uomo con una torcia camminava lento tra i portici, troppo lontano per i volti, abbastanza vicino per capire due corpi fermi contro una tomba. Mila lo vide nello stesso istante. Non chiuse le gambe. Mi strinse la mano sulla gola, più forte, e scosse il capo una volta sola, un no al fermarsi, un sì a restare esposte in quel freddo. Scelsi con lei. Non uscii. Le diedi un colpo più fondo, abbastanza rumoroso da poter viaggiare, e gemette apposta, la faccia girata verso quella luce lontana come se volesse essere riconosciuta e insieme no.
Il guardiano si fermò. La torcia restò puntata un po’ troppo a lungo verso il nostro portico, un cerchio giallo che non arrivava a distinguere i volti e tuttavia sapeva. Mila spinse i fianchi contro di me e mormorò, senza abbassare abbastanza la voce, che continuassi. Lo feci. Le tenni la gola e la scopai sotto quella luce debole, sentendola bagnare le palle a ogni ritirata, sentendo il sangue caldo sul polso. L’uomo in fondo riprese a camminare, più lento, e non chiamò nessuno. Restò uno sguardo distante, un peso, e noi lo tenemmo addosso come un terzo corpo.
Venne così. Le strinsi un poco di più la gola, le strofinai il clitoride in cerchio stretto, e il piacere le arrivò insieme al pianto, un pianto vero che le uscì dalla bocca aperta contro il marmo. La figa le pulsava a ondate, mi spremeva il cazzo, e le lacrime le mescolavano il sangue sulle guance. Non era pentimento. Era il bisogno detto ad alta voce che le si rompeva in corpo, e lo teneva, e lo voleva. Continuai a muovermi dentro mentre veniva, più lento, sentendola tremante e stretta, e le baciai la tempia sporca senza addolcire i fianchi.
«Non togliere la mano», chiese tra il pianto, e gliela lasciai alla gola, più aperta, abbastanza da farle passare tutto il fiato e tuttavia presente. Le lacrime le cadevano sulla lastra. Sotto i piedi la terra delle aiuole si era attaccata alle scarpe e alle ginocchia, nera. Un altro filo di sangue le scese dal collo e lo seguii con la bocca, il sapore di ferro e di pelle fredda, e gemette di nuovo, più basso, come se quel gusto le appartenesse.
Il guardiano era sparito dietro una fila di cipressi. Restava il rischio, il sapere di essere stati visti, e Mila ci si strofinò contro come se quel sapere la tenesse aperta. Le dissi all’orecchio che sotto terra qualcosa aveva mosso risposta, un peso breve, un’eco nella pietra che avevo imparato a riconoscere restaurando le lastre. Non rise. Annuì con la gola ancora nel palmo, e mi chiese di venire, addosso e dentro, senza scegliere una sola cosa.
La girai abbastanza da vederle il viso e le entrai di nuovo fino in fondo. Due, tre colpi fondi, e venni dentro la figa con un suono che mi restò tra i denti, sentendola calda, sentendo lo sperma mescolarsi a lei. Uscii ancora duro e le sborrai sul ventre e sui segni, getti bianchi sul sangue scuro, sul marchio del fianco, sulla linea del collo. Lo guardò scendere. Ci passò due dita, se le portò alla bocca, e mi tenne gli occhi addosso mentre succhiava, sporca, vera, senza nessuna inquadratura che la salvasse.
Le scese ancora sangue. Lo sperma e il ferro le si mescolarono sulla pelle e ci premette il palmo, come per tenerli lì. La rialzai. La baciai con il sapore di entrambi in mezzo, e per un poco restammo fermi contro la lastra, il fiato visibile, le ginocchia nere di terra. Sotto i piedi la pietra diede un colpo sordo, breve, come una risposta. Lo dissi.
«Sotto terra qualcosa ha risposto.»
Mila chinò la fronte contro la spalla e restò così, senza pulirsi, con la gonna ancora alzata e il cappotto aperto sul freddo. Il pianto le si era fermato. Restava un tremito, e un appetito che non le apparteneva tutto, e il marchio del collo che pulsava ancora, aperto. Le sistemai la maglia senza coprire i segni. Le calai la gonna. Le mutandine restarono a metà coscia un altro momento, poi le tirò su da sola, lenta, e rise una volta sola, piccola, lo stesso spazio di prima, quello che mi chiedeva di riempire senza irrigidirmi.
«Non è magro, questo», disse, e non spiegò altro. Non ne aveva bisogno. Le pulii un filo di sangue dall’angolo della bocca con il pollice e mi morse, piano, abbastanza da far capire che il morso apparteneva alla stessa fame.
L’aria cambiò prima dell’alba, più umida, con il rumore lontano di una strada che si svegliava oltre i muri. Mila si abbottonò il cappotto storto come all’arrivo e non chiese di essere accompagnata. Aveva terra nera sulle ginocchia e sul bordo della gonna, e i segni le luccicavano ancora umidi sotto il collo del cappotto. Uscì dal chiostro verso il viale dei cipressi prima che i cancelli si aprissero, senza voltarsi, e io non la seguii. Restai tra i mausolei, le mani sporche di lei e di ferro, e ascoltai i passi allontanarsi sulla ghiaia.
A metà del viale i passi si fermarono. Parlò da sola, bassa, una frase che il vento mi portò a pezzi, e la voce che le tornò indietro non era soltanto la sua. Aveva un tono più vecchio, più piatto, e un nome che non avevo mai letto su nessuna lastra, un nome che non conoscevo, e quel nome chiese un corpo con la stessa fame con cui lei mi aveva chiesto gli occhi. Restai fermo. La pietra sotto i piedi restò calda un istante, poi tornò marmo. Tra i cipressi Mila riprese a camminare, e la seconda voce camminò con lei, attaccata alla bocca, già dentro.