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Tara Brennan

Tara in spiaggia tra la gente

Racconto di sesso in spiaggiaRischio Pubblico12 min di lettura

Un racconto di Tara Brennan

Tara è in Versilia per un contenuto estivo con un videomaker di cui si sta innamorando. Al tramonto sulla spiaggia piena scelgono di scopare tra i teli, sotto gli occhi di chi è ancora lì.

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Il sole stava scendendo lento sulla spiaggia libera della Versilia e i bagnanti che restavano parlavano a voce bassa, come se il tramonto imponesse una certa educazione. Tara Brennan aveva piegato il telo accanto al mio e si era tolta la camicia di lino senza chiedere se la luce fosse ancora buona. Aveva ventuno anni e quella collab estiva ci teneva insieme da tre giorni di prove, di mare, di risate che finivano sempre un palmo più vicini del dovuto. A ventotto tenevo la camera chiusa nella borsa e guardavo soltanto lei.

Il telefono le aveva lasciato un messaggio di chi sosteneva di averla riconosciuta al parco, e lei lo aveva coperto con l’asciugamano come si copre una cosa che continua a bruciare.

«Simone, se restiamo ancora un po’ nessuno ci dice niente», ha detto, e la voce aveva già quella stretta da amica che non aspetta il permesso per entrare. Rideva mentre si allungava sul telo, il bikini scuro ancora umido sulle anche, e mi ha preso il polso per tirarmi giù. Le dita erano calde di sale.

Mi sono disteso accanto. Tra noi c’era lo spazio di un braccio e l’odore della crema solare mescolato a quello della pelle. Una coppia più in là leggeva. Un uomo camminava sul bagnasciuga. Una donna sola, due teli distante, teneva un libro aperto e non voltava pagina.

Tara ha girato la faccia verso di me. Il ginocchio ha toccato il mio e non era un incidente. Le ho messo la mano sulla coscia e lei non l’ha tolta. Anzi, ha aperto un poco le gambe, abbastanza perché il palmo scivolasse sotto il bordo del costume.

«Fa finta di parlarmi», ha mormorato, e mi ha sorriso come se stessimo ancora decidendo la prossima inquadratura. «Altrimenti quelli lì si annoiano.»

Le ho accarezzato l’inguine sopra la stoffa. Era già calda, già umida, e ha trattenuto un respiro che è diventato un piccolo suono contro la spalla. Le dita sono scese sotto il tessuto. La figa era liscia, aperta, e quando ho trovato il clitoride lei ha chiuso gli occhi un istante, poi li ha riaperti e ha guardato la spiaggia come si guarda una stanza piena.


Si è girata sul fianco, verso di me, e ha tirato giù lo slip abbastanza da farmi sentire l’aria sulla pelle. La mano le è scesa sul ventre, poi più in basso, e ha trovato il cazzo già duro contro il costume. Lo ha stretto sopra la stoffa con una lentezza da chi sa esattamente quanto rumore può fare e quanto no.

«Stai fermo», ha detto, e la frase era corta perché su di sé parlava sempre poco. «Se ti muovi troppo sembra che stiamo facendo qualcosa.»

Ha abbassato lo slip mio e il suo insieme, coprendoci col telo fino alla vita, e ha piegato la testa come se si fosse soltanto adagiata sul mio stomaco per una chiacchiera pigra. Le labbra però hanno trovato il glande subito, calde, aperte, e mi ha preso in bocca senza un suono. La lingua ha girato lento, poi ha sceso la gola quanto bastava perché sentissi la stretta umida e il respiro che le usciva dal naso contro il pube.

Ho messo una mano nei capelli e non ho spinto. Guardavo la spiaggia sopra la sua nuca. L’uomo sul bagnasciuga era fermo. La donna dal libro aveva alzato gli occhi e non li ha più abbassati. Tara ha succhiato più a fondo, le guance cave, e ha fatto scorrere la saliva lungo l’asta fino alle palle, poi è risalita e ha leccato la fessura come se assaggiasse qualcosa che le apparteneva già.

Il cuore mi batteva in gola. Ogni risucchio era un piccolo rumore umido che il mare copriva a metà. Lei ha alzato gli occhi verso di me senza togliere la bocca, e in quello sguardo c’era il gioco di sempre, quello che fa sentire già amici prima ancora del saluto, e sotto il gioco c’era fame. Ha preso il cazzo in mano e l’ha strofinato sulle labbra, lo ha fatto battere sulla lingua, poi è scesa di nuovo fino a sentirmi toccare il fondo della gola. Gli occhi le lacrimavano un poco e non si è fermata.

«Cazzo, Tara», ho mormorato, e la voce mi è venuta bassa, rotta. Lei ha sorriso intorno all’asta e ha succhiato più forte, la mano a stringere la base, il pollice a massaggiare le palle bagnate di saliva. Il telo si alzava e si abbassava appena. Chi guardava poteva fingere di non capire. Chi voleva capire vedeva tutto.

La donna due teli più in là aveva chiuso il libro sul ginocchio. Non leggeva più. Guardava.


Tara si è staccata con un filo di saliva che le univa il labbro al glande e si è sdraiata di schiena, le ginocchia piegate sotto il telo. Mi ha preso una mano e me l’ha messa tra le gambe, dove il costume era già tirato da una parte. La figa era gonfia, lucida, e le dita sono scivolate dentro senza sforzo. Era stretta e calda e si è stretta ancora di più quando ho piegato le falangi.

«Leccami», ha detto, e non era un ordine da set, era una cosa detta come si dice a un amico di passare il vino. «Se ti metti così sembra che mi stai parlando all’orecchio.»

Mi sono chinato tra le cosce, il viso nascosto dal telo e dai suoi gomiti. L’odore era sale e pelle e quel sapore aspro che mi ha riempito la bocca appena ho aperto le labbra sulla fessura. Ho leccato da basso in alto, lento, e ho preso il clitoride tra le labbra. Lei ha fatto un suono piccolo, da risata trattenuta, e ha premuto il pube contro la bocca.

Due dita le ho spinte dentro mentre succhiavo. La figa ha fatto un rumore umido a ogni colpo, e lei ha aperto di più le ginocchia sotto il telo, abbastanza da darmi tutta la faccia da leccare. La lingua è scesa fino al buco, l’ha girato, è risalita, e ho pompato le dita più in fondo, cercando quel punto ruvido che le ha fatto inarcare la schiena. Una terza volta ho aggiunto un dito e lei ha preso fiato con i denti stretti.

Sopra di noi il tramonto era diventato arancio basso. Sentivo i passi di qualcuno sulla sabbia bagnata e non ho alzato la testa. Tara ha posato una palma sulla mia nuca e mi ha tenuto lì, le unghie leggere, e ha parlato verso il cielo con una voce da conversazione.

«Sì, la luce adesso è bella», ha detto, e rideva quasi, perché la frase era per chi ascoltava da lontano. Sotto, le anche le ballavano contro la bocca. Le ho succhiato il clitoride con più fame, le dita a scoparla aperte, e il succo le scendeva sul culo e sul telo. Tremava. Le cosce le ho sentite chiudersi un attimo intorno alle orecchie, poi riaprirsi, e ha spinto il bacino in su come se volesse che la ingoiassi.

La donna dal libro non si era mossa. La vedevo, se alzavo gli occhi oltre l’anca di Tara, ferma, le ginocchia raccolte, lo sguardo basso e preciso. Tara l’ha vista anche lei. Non ha coperto niente.


Ci siamo alzati come si alza chi va a bagnarsi un’ultima volta. Lei ha sistemato il costume in modo che coprisse poco e male, io ho tirato su lo slip sul cazzo ancora duro, e siamo scesi nell’acqua bassa, dove le onde arrivavano a metà coscia e il fondale era di sabbia fine. Il mare era tiepido. Intorno restavano tre o quattro persone, lontane quanto basta da non sentire e vicine quanto basta da vedere se sapevano dove guardare.

Tara si è voltata e mi ha preso il viso con due mani bagnate. Il bacio è stato lungo, salato, e mentre mi baciava ha infilato una mano nello slip e ha tirato fuori il cazzo nell’acqua. Lo ha stretto, lo ha guidato tra le cosce, ha spostato il costume di lato. La figa mi ha accolto in un colpo solo, calda dentro il freddo relativo del mare, e ho sentito le pareti chiudersi intorno all’asta fino alla radice.

«Cosi», ha detto contro la bocca. «Se ci muoviamo piano pensano che stiamo ballando.»

Le ho afferrato le anche e ho scopato lento, l’acqua che si alzava tra i corpi a ogni spinta. Il cazzo usciva lucido e rientrava, e lei si teneva alle spalle, il viso nel collo, un gemito basso che le vibrava in gola. Le tette le ho sentite premere bagnate contro il petto, i capezzoli duri sotto il triangolo del bikini che si era spostato. Le ho tirato su la coppa e ho preso un seno in bocca, sale e pelle, e ho succhiato mentre spingevo più a fondo.

Una coppia sulla riva si era fermata a parlare. La donna dei teli era in piedi, adesso, con il libro chiuso lungo la gamba, e guardava l’acqua dove eravamo. Tara ha seguito quello sguardo sopra la mia spalla. Non ha girato la faccia. Ha allargato di più le gambe nell’acqua e ha spinto il culo verso di me, facendomi entrare fino alle palle.

«Non fermarti», ha mormorato. La voce le tremava e non era paura. «Guarda che quella lì non finge più.»

Ho scopato più forte. L’acqua schizzava tra le pelli, un suono sordo e sporco, e la figa le schioccava intorno al cazzo a ogni colpo. Lei ha gettato la testa indietro, la bocca aperta, e ha detto il mio nome una volta sola, bassa, come se lo stesse assaggiando. Le ho morso la spalla senza lasciare segno e ho tenuto le anche ferme mentre le davo tutto, il pube battuto sul suo, le palle tese.

Il sole toccava ormai la linea degli alberghi. La luce era quella che i videomaker cercano e io non avevo in mano niente, solo lei, solo quell’acqua, solo lo sguardo fisso della donna sulla riva.


Siamo tornati sul telo senza asciugarci. Tara si è inginocchiata a cavalcioni, mi ha spinto sulla schiena, ha tirato di nuovo lo slip da una parte e si è abbassata sul cazzo con una lentezza che era tutta per chi stava guardando. È scesa fino in fondo, ha fatto un respiro lungo, e ha cominciato a muovere le anche in cerchio, poi su e giù, la figa che inghiottiva e lasciava vedere l’asta lucida di lei e di mare.

La donna era tornata a sedersi, più vicina di prima, o forse era la luce che accorciava le distanze. Non nascondeva più gli occhi. Tara l’ha guardata dritta, ha sorriso quel sorriso da chi ha già deciso che siete amici, e ha cavalcato più lento, più aperto, le ginocchia larghe sulla sabbia. Il costume le era un filo spostato sul fianco. Le tette ballavano sotto il bikini bagnato. Ogni discesa faceva un suono umido, chiaro, che il mare non copriva più.

Mi ha preso una mano. Le dita le ho sentite intrecciarsi alle mie e stringere, non da amante nascosta, da coppia che se ne infischia. Con l’altra mano mi ha toccato il petto, poi si è toccata da sola il clitoride, due dita rapide, e ha alzato il mento verso la donna come si alza un bicchiere.

«Simone», ha detto, e la stretta della mano è diventata più forte. Mi ha fatto un segno piccolo con gli occhi, un no chiaro, un non fermarti. «Resta così. Non coprire niente.»

Ho afferrato le anche e ho spinto dal basso mentre lei scendeva. Il cazzo le arrivava in fondo, le alzava un gemito ogni volta, e la figa le colava sul pube e sul telo. La sabbia si attaccava alle ginocchia, alle tibie, al culo quando si piegava in avanti e mi baciava con la bocca aperta. Le ho succhiato la lingua. Le ho morsicato il labbro. Lei ha riso nel bacio, un riso corto, e ha ripreso a scoparmi con le anche, più dura, i capelli umidi sulla faccia.

La donna non batteva ciglio. Un uomo più lontano si era voltato e poi aveva finto di cercare qualcosa nella borsa. Tara ha visto anche quello. Ha premuto il clitoride più forte e ha stretto la figa intorno al cazzo in una serie di spasmi che mi hanno fatto chiudere gli occhi. Quando li ho riaperti lei stava ancora guardando fuori, non me, e la mano nella mia non mollava, come se quella presa fosse la parte più sporca di tutto.


«Dentro», ha detto, e la voce le era andata roca. «Sborrami dentro. Adesso.»

Le ho capovolto sulla schiena, le gambe aperte, un ginocchio alzato, e ho spinto il cazzo fino in fondo con tre colpi lunghi. La figa le pulsava. Ho sentito arrivare da sotto la pancia, dalle palle, un calore che mi ha piegato la schiena. Le ho sborrato dentro a getti, tenendola ferma sulle anche, e lei ha gemuto alto, troppo alto per una spiaggia, e si è toccata il clitoride con tre dita rapide finché non è venuta anche lei, la figa che mi mungeva, le cosce che le tremavano, la bocca aperta sul mio nome.

Non ci siamo coperti. Il seme le è uscito lungo la fessura quando ho tirato fuori, bianco sulla pelle scura del costume spostato, e lei ha tenuto le gambe così, aperte, il respiro ancora corto, mentre la donna due teli più in là la guardava fino all’ultimo brivido. Tara ha incontrato quello sguardo e non ha abbassato gli occhi. Ha solo preso la mia mano di nuovo, la stessa presa da coppia, e l’ha tenuta sul ventre, sopra il casino che le scendeva.

Il cuore mi batteva ancora in gola. Le ho baciato la tempia, il sale, i capelli. Lei ha riso basso, quella risata che riempie una stanza meglio di una spiegazione, e ha sistemato il costume con due dita, senza fretta, senza nascondere del tutto.

«Non ho filmato niente», ho detto, e era vero, la borsa era chiusa da ore. «Resta stasera. C’è la camera. C’è il mare anche di notte.»

Ha guardato il telefono, non me. L’asciugamano aveva lasciato scoperto lo schermo e c’erano messaggi uno sotto l’altro, sempre la stessa cosa detta da numeri che non aveva in rubrica, qualcuno che ripeteva di averla vista, di riconoscerla, di seguirla da un posto all’altro. Ha letto senza aprire la bocca. Poi ha alzato gli occhi verso la donna, che adesso chiudeva la borsa e si alzava, e in quello sguardo c’era più fame di quanta ne avesse messa nel bacio.

«Non resto», ha detto, e su di sé è stata breve come sempre. Si è infilata la camicia di lino sopra il bikini umido, ha scosso la sabbia dai piedi, e mi ha toccato il viso un attimo, un affetto vero che faceva male proprio perché era vero. «Tu mi vuoi. Lo so. Ma prima ho bisogno di un’altra cosa.»

Ha preso la borsa e il telefono. Un messaggio nuovo ha illuminato lo schermo mentre si allontanava tra i teli, e lei si è fermata a leggerlo con le spalle ancora rivolte al mare. Ha parlato basso, abbastanza perché la sentissi, non abbastanza perché fosse una spiegazione.

«Cercavo una sala in cui nessuno debba fare finta di non vedere.»

Poi ha camminato verso la passerella senza voltarsi, e io sono rimasto sul telo con il sapore di lei in bocca e lo sguardo della donna che, alla fine, ha finto di non aver visto niente.