Vai al contenuto
1000girls logo
Tara Brennan

Tara al cinema erotico

Sesso al cinema eroticoRischio Pubblico11 min di lettura

Un racconto di Tara Brennan

Tara entra da sola in un cinema erotico a Roma. Un uomo si siede accanto e la scopa al buio, mentre il resto della sala può guardarli.

4K letture1,1K mi piace

Il caldo di agosto teneva ancora le strade di Roma come una mano posata sul collo, anche a sera inoltrata, e il cinema erotico stava in una traversa stretta vicino a Termini, una porta scura e una cassa che non chiedeva nomi. Tara Brennan è entra ta da sola, ventun anni e una gonna chiara che si muoveva sulle cosce a ogni passo, e ha pagato il biglietto senza guardare in faccia il cassiere. I capelli le cadevano sciolti, scuri, e la maglietta chiara le aderiva alla schiena sudata. L’ho seguita a distanza breve. Avevo trentasette anni e una sera senza appuntamenti, e quella ragazza cercava qualcuno con gli occhi prima ancora di scegliere il posto.

Mi sono seduto nella quinta fila, dove il buio era più denso e lo schermo riempiva la vista senza pietà. Ha esitato un attimo, ha passato lo sguardo sulle teste sparse, poi ha preso il sedile accanto al mio come se fosse l’unica scelta possibile. Si è accomodata senza tirarsi giù la gonna, e la luce della pellicola le ha tagliato il profilo, la bocca, una goccia di sudore al lato del collo. La pellicola era già partita, corpi enormi, umidi, con rumori troppo netti, e l’aria odorava di moquette stanca, di disinfettante e di pelle. Tara teneva le palme sulle ginocchia, dritte, e ogni tanto ruotava il viso verso gli uomini seduti più in là, come se uno di loro le avesse scritto e adesso dovesse riconoscerlo tra le spalle curve.

«Cerchi qualcuno?» ho chiesto a voce bassa, senza voltarmi del tutto.

Ha sorriso di lato, un sorriso da chi ha già deciso che puoi restare nella conversazione e che lo scherzo è arrivato prima del saluto. «Cerco di capire se qualcuno cerca me. È diverso, no?»

La voce aveva un accento che non era di Roma, una cadenza che allungava le vocali. Non ho chiesto da dove venisse. Il ginocchio le ha toccato il mio e non l’ha spostato. Sotto la stoffa c’era il calore vivo, fermo. Sullo schermo una donna veniva con la bocca aperta e nessuno in sala batteva ciglio, tranne lei, che continuava a contare le nuche come si contano le porte di una casa in cui si è già stati.


Le ho posato la mano sulla coscia, sopra la stoffa, e ho aspettato. Non ha detto di no. Ha solo aperto un poco le ginocchia, abbastanza perché le dita scivolassero sotto l’orlo e trovassero la pelle calda, già umida all’attaccatura della mutandina. La mutandina era sottile, di cotone. Ho seguito la cucitura col polpastrello e l’ho sentita trattenere il fiato, poi rilasciarlo contro il collo, un fiato che odorava di menta e di cinema chiuso. Più in là un uomo ha girato la testa. Tara l’ha guardato dritto e non ha chiuso le gambe.

«Se stai per chiedere se mi dà fastidio, la risposta è no», ha detto, e la frase era già una presa in giro, già un invito. «Mi dà fastidio quando fingono di non vedere.»

Le ho scostato la mutandina di lato. La figa era bagnata, le labbra gonfie, e il clitoride si è offerto al dito appena l’ho cercato. L’ho strofinato piano, poi con più pressione, e ha premuto il bacino contro la mano come se volesse che tutta la sala sentisse il piccolo suono umido. Il suono è arrivato, netto, tra un gemito finto e l’altro della pellicola, e ha aperto di più le ginocchia, la gonna già salita sul tessuto del sedile. Con l’altra mano ha trovato il cazzo ancora chiuso nei pantaloni, l’ha palpato, l’ha seguito dalla base fino alla testa, e ha sorriso di nuovo quando ha capito quanto fossi già duro. Mi ha aperto la cerniera senza guardare in basso, solo lo schermo e, di tanto in tanto, gli uomini. Le dita le sono scivolate intorno al membro, la pelle surriscaldata, e ha cominciato a muoverle con una lentezza da film, su e giù, fermandosi sotto il glande per sentirmi pulsare. Il pollice le passava sulla fessura, raccoglieva quel che era già uscito, e lo spalmava mentre la mano scendeva. Un secondo dito le è entrato dentro senza fatica. Era stretta e calda, e si è chiusa intorno alle nocche quando ho piegato le dita verso l’interno. Ha morso il labbro inferiore e ha accelerato la mano sul cazzo, lo sguardo fisso su un uomo due file più avanti che si era già messo il pugno in grembo. Ho mosso le dita cercando quel punto più in alto, verso la pancia, e il mento le si è alzato di scatto. Un gemito vero le è uscito basso, e l’uomo due file più avanti ha girato di più il viso, senza più nascondersi.


Si è china di scatto, i capelli che mi hanno sfiorato il ventre, e ha preso il cazzo in bocca senza preamboli, le labbra strette sotto il glande, la lingua larga e calda che ha fatto un giro lento prima di scendere. L’ho sentita fino in gola al secondo movimento. Non ha tossito. Ha solo emesso un suono basso, soddisfatto, e ha cominciato a succhiare con un ritmo che non apparteneva al film, più vero, più umido, con la saliva che le scendeva all’angolo della bocca e le unto le dita ancora strette alla base. Ho messo le mani sui braccioli per non spingere e ho guardato la testa muoversi nel buio. Qualcuno ha cambiato posto. Un uomo si è seduto in fondo alla nostra stessa fila, abbastanza vicino da vedere la testa di Tara salire e scendere. Lo ha notato. Ha alzato gli occhi verso di me e, con la bocca ancora piena, ha fatto un verso che voleva dire va bene, e ha succhiato più a fondo, la gola che si chiudeva intorno alla testa del cazzo, il naso premuto contro il tessuto aperto dei pantaloni. Le ho messo la mano sulla nuca senza spingere. Non serviva. Prendeva tutto da sola, lenta quando voleva sentire il peso sulla lingua, veloce quando voleva che la sala sentisse il rumore. La saliva le colava sul mento e le cadeva sui pantaloni aperti. Non si è fermata a pulirsi. Ha solo inghiottito e ha ripreso, più umida di prima. Il rumore è diventato impossibile da confondere con quello dello schermo. «Dio, che figa», ha detto l’uomo in fondo alla fila, a voce troppo alta per il buio. Tara ha staccato le labbra solo il tempo di voltarsi verso quella voce, un filo di saliva ancora teso, e ha risposto senza alzare il tono.

«Se vuoi guardare, guarda. Se vuoi parlare di me come se non ci fossi, aspetta che abbia finito.»

L’uomo non ha risposto. È restato lì, la mano già in movimento sul cazzo, e Tara gli ha tenuto lo sguardo un secondo di troppo, abbastanza da metterlo a tacere. Poi è tornata sul cazzo e l’ha preso fino in fondo, le labbra schiacciate alla base, e ha tenuto quella posizione mentre le accarezzavo i capelli e sentivo la gola contrarsi. Due file più in là un altro si era già abbassato i pantaloni e si segava guardandola, il pugno lucido, gli occhi bassi sulla bocca. Tara ha allungato una mano all’indietro, sotto la gonna, e si è toccata da sola mentre succhiava, due dita dentro, il palmo contro il clitoride, il movimento del bacino piccolo e preciso. La sala aveva smesso di fingere attenzione al film. Si sentivano respiri, cerniere, il rumore sordo di chi si toccava senza più nascondersi.


Si è rialzata con le labbra lucide e si è girata, la schiena contro il petto, e si è seduta a cavalcioni sulle gambe senza chiedere. Le ho alzato la gonna fino alla vita. La mutandina era già di lato, un filo di stoffa inutile, e ho preso il cazzo in mano e gliel’ho passato tra le labbra della figa, su e giù, bagnandolo, finché non ha abbassato i fianchi e se lo è infilato da sola, un centimetro alla volta, con un respiro che le è uscito intero quando sono arrivato in fondo. Le unghie le si sono chiuse sui braccioli. È restata ferma un attimo, piena, e poi ha cominciato a muoversi come se avesse aspettato proprio quello da tutta la sera, in cerchio prima, poi su e giù, le mani sui braccioli per non cadere, la gonna raccolta sul ventre. L’ho presa per i fianchi e l’ho aiutata, spingendo dal basso ogni volta che scendeva, il pube che le batteva contro le natiche. Il cinema intero ormai guardava. Non eravamo più un rumore laterale. Un uomo in prima fila si era voltato completamente, il cazzo in mano, e segava lento come se avesse pagato per quello spettacolo. Un altro, più vicino, si era messo in piedi accanto al sedile e si toccava guardandole il viso, non il punto in cui il cazzo spariva dentro. La luce dello schermo le arrivava sul viso a ondate, chiara e viola, e ogni volta che scendeva le si apriva la bocca. Il suono della figa era netto, umido, ritmico, e copriva i dialoghi finti che arrivavano dalle casse. Sudava. Lo sentivo sulla schiena, sulla maglietta appiccicata tra le scapole.

«Li vuoi», ho detto contro l’orecchio, spingendola più forte.

«Li voglio», ha risposto, e la voce era già rotta, già bassa. «Voglio che vedano la faccia. Non il resto. La faccia.»

Ha girato il viso verso la prima fila, le labbra umide di saliva e di sforzo. Ogni discesa le apriva un gemito vero, corto, e non lo teneva dentro. Guardava gli uomini uno per uno mentre saliva e ridiscendeva sul cazzo, e quando uno di loro veniva in mano, con un verso basso, ha sorriso senza dolcezza e ha accelerato, i muscoli della figa che si stringevano a ogni spinta. Le ho messo un pollice sul clitoride, dalla fronte, e l’ho strofinato in tempo con le anche. Si è piegata in avanti, i capelli sul viso, poi si è rialzata di colpo come se avesse deciso qualcosa. Respirava a scatti. Le mani sui braccioli erano bianche alle nocche. Non chiudeva gli occhi, neanche una volta.


Si è girata verso la sala mentre veniva. Ha cercato gli occhi di chi la guardava, la bocca aperta, le sopracciglia alzate, e ha spinto il bacino in giù fino in fondo al cazzo e ci è restata, stretta, tremante, con un suono lungo che non apparteneva a nessuna recita. L’ho sentita venire a ondate, la figa che mi mungeva, i fianchi che tentavano di fuggire e tornavano, e ha tenuto lo sguardo sulla fila di uomini anche quando le lacrime le hanno riempito gli angoli degli occhi per lo sforzo. Qualcuno ha imprecato. Qualcun altro si è sborrato sulla mano guardandola in faccia, e lei ha visto anche quello, e non ha girato la testa. I muscoli le pulsavano intorno al cazzo in contrazioni lente e poi più strette, e ogni contrazione le faceva uscire un respiro rotto. L’ho tenuta lì finché le scosse non si sono allargate, più lente, e poi l’ho sollevata abbastanza da far uscire il cazzo, lucido, duro, e le ho sborrato sul ventre, sopra la gonna raccolta, getti caldi che le hanno solcato la pelle e le hanno unto l’orlo della maglietta. Ha guardato in basso, ha passato due dita nella sborra e se le è portata alla bocca senza teatro, solo per assaggiare, e poi ha alzato di nuovo gli occhi sulla sala come per dire che avevano avuto anche quello. Le dita le sono uscite lucide dalle labbra. Ha posato la mano sul ventre, spalmandosi quel che restava con il palmo, lenta. Il film dietro di noi continuava, indifferente. È restata seduta sulle gambe ancora un poco, il respiro che le scendeva, e ha sistemato la mutandina con una calma che non c’entrava con quello che aveva appena fatto. Non ha chiesto se stavo bene. Non ho chiesto io. Tra noi c’era solo il caldo del corpo e il fatto, ormai evidente, che nessuno in quella stanza avrebbe finto di non averla vista. Tara ha tirato giù la gonna e si è lisciata la maglietta con due passate precise.


All’uscita la luce del corridoio era gialla e crudele. Tara si è fermata vicino alla porta e ha guardato i volti che sfilavano, uno dopo l’altro, gli uomini che riabbassavano lo sguardo o lo tenevano troppo a lungo. Cercava qualcuno. Si vedeva dal modo in cui indugiava su una bocca, su un paio di occhiali, su una mano che stringeva il telefono. La luce le mostrava il rossore ancora sul collo, le labbra gonfie, una macchia chiara sull’orlo della maglietta che la gonna non copriva del tutto. Non ha tentato di nasconderla. Nessuno ha fatto il gesto di chi scrive di notte e poi si presenta. Un uomo ha passato troppo vicino e ha mormorato qualcosa sul film, e lei ha scosso la testa una volta sola, secca.

«Non sei tu», ha detto, non a me, e la frase era corta, diversa da tutte le altre che aveva speso sui corpi degli altri.

L’uomo ha accelerato il passo verso l’uscita, senza voltarsi. Tara ha seguito quella schiena un attimo, poi ha lasciato cadere lo sguardo. Siamo usciti insieme fino al marciapiede. L’estate era ancora lì, l’asfalto che restituiva il caldo del giorno, un motorino che passava troppo forte. Tara non aveva più il sorriso di prima. Il viso era svuotato e più chiaro, come dopo una decisione che non si può ritirare. Un autobus è passato quasi vuoto, le luci interne accese, e ha seguito i finestrini con gli occhi senza vederli davvero.

«Se era in sala, ha avuto quello che voleva», ha detto, e stavolta la voce non cercava la risata di nessuno. «Io pure. Solo che io volevo anche un nome.»

Non gliel’ho dato. Non ne avevo uno che le servisse. Ha tirato fuori il telefono come si tira fuori un biglietto già usato, e lo schermo le ha illuminato il mento.


Ha aperto la posta senza voltarsi, e le stavo abbastanza vicino da leggere l’oggetto sopra la spalla. Veniva da un’agenzia di Milano, un nome lungo, un tono che non chiedeva permesso. La chiamavano Tara Brennan come se la conoscessero già fuori da ogni inquadratura, come se la donna che aveva tenuto gli occhi aperti in fondo a una sala buia fosse esattamente il materiale che cercavano. Non c’era un punto interrogativo. C’era una data, un indirizzo, e la certezza di chi scrive a una persona che ha già smesso di recitare.

Tara ha letto in silenzio. Il pollice le è restato fermo a metà dello schermo. Un uomo è uscito dal cinema alle nostre spalle e l’ha superata senza fermarsi, e lei l’ha seguito con lo sguardo un attimo, per abitudine, poi è tornata alla mail. Ha solo tenuto il telefono aperto, quel tono troppo sicuro visibile anche da dove stavo. Non ha chiuso l’app. Non ha scritto una risposta. È restata lì, sul marciapiede ancora caldo, a tenere aperta una cosa che non apparteneva più a quella sala, e il rumore di Roma è tornato a coprire tutto il resto.