
Amelia dopo la chiusura dell'ufficio
Racconto sesso gruppo ufficioGruppo12 min di lettura
Un racconto di Amelia Davis
Amelia resta in agenzia a Milano dopo l'orario per chiudere una collaborazione. I tre che sono rimasti non la trattano da palco. Lei decide di farsi prendere lì, sui tavoli, senza girare niente.
L'insegna dell'agenzia si era già spenta sulla via, e al sesto piano restavano accese soltanto le strisce fredde dell'open space, quel grande ufficio senza divisori in cui le scrivanie si toccavano quasi e le luci al neon rendevano ogni vetro un rettangolo tagliente. Amelia Davis non si era alzata dalla sedia della collaborazione, anche se i file erano chiusi da un'ora e Milano, là sotto, aveva già l'aria secca dell'inizio d'autunno. Elena spegneva i monitor con la stessa precisione che usava per i media plan, quei calendari di uscite e inserzioni che teneva in ordine come un orologio. Riccardo girava ancora le chiavi del piano tra le dita, un ticchettio piccolo che non riusciva a coprire il silenzio. Io tenevo la mano sull'interruttore del corridoio e non lo abbassavo, perché nessuno di noi quattro stava davvero andando via.
Amelia non aveva portato il telefono, come quella mattina in riunione, e questa volta non c'era nemmeno da dirlo. Guardò il tavolo lungo, poi il vetro interno che dava sul corridoio buio, poi noi tre. La richiesta arrivò intera, senza il tono da campagna che il lavoro le chiedeva da settimane.
«Chiudete il piano» disse. «E dopo voglio che mi prendiate qui. Senza girare niente.»
Elena si fermò con il dito ancora posato sul tasto del monitor. Riccardo chiuse la porta antincendio e girò la chiave due volte. Il rumore secco restò appeso tra le scrivanie come un accordo che nessuno voleva sciogliere. Io abbassai le luci del corridoio e lasciai accesa soltanto la fila sopra le postazioni, abbastanza da vederci e abbastanza da non fingere che fosse un'altra cosa.
Amelia si alzò con la schiena dritta che non abbandonava mai. Camminò fino alla mia sedia e si mise in ginocchio sul pavimento tecnico, quel pavimento a riquadri sollevato sotto cui passavano i cavi, senza chiedere se andava bene a qualcuno. Aprì la mia cintura con due dita e sentì il metallo cedere. Abbassò la zip con la stessa economia, senza cercare il mio sguardo per un permesso che non le serviva. Mi prese in bocca prima che io avessi finito di capire che stavamo davvero facendolo. La lingua era calda e sicura, e mi succhiò la testa del cazzo con una lentezza che non aveva niente di recitato. Quando alzò gli occhi non stava recitando per una telecamera inesistente. Stava chiedendo che continuassi a guardarla mentre lo faceva.
Elena si era fermata accanto al tavolo riunioni con le braccia conserte sotto il seno, e non distoglieva lo sguardo. Riccardo si era avvicinato alla scrivania dalla parte opposta, già duro nei pantaloni, e teneva una mano sul bordo del legno come se gli servisse un appoggio per restare in piedi.
Amelia mi lasciò soltanto il tempo di sentire i denti raschiare appena, poi si voltò verso Riccardo senza alzarsi. Gli aprì i pantaloni con la stessa economia di gesti. Gli prese il cazzo in bocca mentre la mano libera restava chiusa intorno al mio, bagnata di saliva. Lo succhiava a fondo, fino a far sparire la testa in gola, e il rumore umido riempiva l'open space meglio di qualsiasi riunione che avessimo tenuto su quel tavolo. Io le tenevo i capelli raccolti, non per guidarla, soltanto per vederle il viso. Lei non recitava il piacere: lo prendeva, e ogni tanto alzava gli occhi verso Elena come se volesse essere vista da chi stava ancora in piedi.
«Vieni qui» disse Amelia, e la frase era corta, lasciata a metà, come se il resto dovesse arrivarci da soli. Elena si sciolse le braccia, si avvicinò e le posò una mano sulla nuca, abbastanza leggera da sentire il movimento senza spingere. Amelia tornò al mio cazzo e lo ingoiò fino in fondo, la gola stretta, gli occhi umidi senza che fosse uno spettacolo. Riccardo le affondò le dita nei capelli dall'altro lato. Lei passava da uno all'altro senza teatro. Succhiava, poi leccava il gambo, poi riprendeva la testa in bocca come se quella scrivania fosse l'unico posto in cui voleva stare. Io le sentivo la lingua premere sotto, poi la succhiata lenta, poi di nuovo la gola, e il fatto che Elena la guardasse da sopra, con le labbra aperte e senza dire una parola, mi rendeva tutto più duro di quanto avrei voluto ammettere.
Amelia si staccò un attimo. Un filo di saliva restò teso tra il labbro e la mia pelle. Guardò Elena dritta in faccia.
«Non stare lì a fare la collega» disse. «Se resti, resti.»
Elena si chinò e le baciò la bocca ancora sporca di noi, un bacio lungo, visibile, e Riccardo emise un suono basso che non era una risata. Amelia sorrise contro quelle labbra e tornò a succhiarmi, più profonda, mentre Elena le teneva la testa e guardava il mio cazzo sparire. Il potere era tutto storto e tutto voluto. Eravamo noi a chiudere i contratti e lei a firmarli, e adesso lei era in ginocchio sul nostro pavimento e ci stava dicendo come dovevamo prenderla.
Ci spostammo al tavolo riunioni perché Amelia lo chiese alzandosi, non perché qualcuno di noi tre avesse avuto una strategia. Si mise a sedere sul bordo di legno chiaro. Si alzò la gonna e si sfilò lo slip con un gesto pratico, senza farlo diventare una scena. Era già bagnata: lo vidi prima di toccarla, il lucido sull'interno coscia, e Elena se ne accorse nello stesso momento. Amelia aprì le ginocchia e guardò Elena, non me.
«Leccami» disse. «Loro guardano.»
Elena si inginocchiò tra quelle gambe come se fosse la cosa più logica dopo aver spento i monitor, e le passò la lingua sulla figa con una lentezza che fece piegare Amelia all'indietro, i palmi aperti sul tavolo. Io stavo in piedi accanto al bordo e le tenevo un polso, abbastanza fermo da farle sentire che c'ero, senza trattenerla. Riccardo le teneva l'altro. Elena le succhiò il clitoride con la bocca stretta. Poi allargò le labbra con le dita e leccò dentro, lenta, visibile, e Amelia non chiuse gli occhi. Ci guardava mentre veniva leccata, e il fatto che due uomini la tenessero ferma sul tavolo della sua collaborazione non la faceva ritrarre. La faceva spingere il bacino contro la bocca di Elena.
«Così» mormorò Amelia, e basta, senza decorare il resto. Elena le infilò due dita e continuò a leccare, il suono umido e regolare, e Amelia cominciò a muoversi contro quella mano con un controllo che veniva dal corpo, non dal palco. Io le baciai il collo e le sentii il respiro spezzarsi. Riccardo le prese un seno sotto la camicia, il capezzolo già duro, e lei non distolse lo sguardo da Elena. C'era un disequilibrio evidente e lei lo stava usando. Noi tre la tenevamo aperta su un tavolo che al mattino avrebbe di nuovo ospitato slide e firme, e lei voleva essere vista così, senza un telefono che lo trasformasse in contenuto.
Quando venne la prima volta lo fece con un suono basso, il bacino sollevato, le dita di Elena ancora dentro. Restò aperta, tremante, senza chiudere le gambe. Guardò me e poi Riccardo.
«Adesso scopatemi» disse. «A turno. Qui.»
La piegammo sul tavolo lungo, la gonna alzata sulle anche, e io entrai per primo perché lei allungò una mano indietro e mi prese il cazzo, guidandomi. Era stretta e caldissima. Affondai fino in fondo con un colpo solo e lei espirò contro il legno, le guance già rosse. Elena le teneva i capelli raccolti dal viso e le parlava basso, cose pratiche, restare, respirare, mentre io la scopavo con colpi lunghi che facevano battere le cosce contro il bordo. Riccardo le mise il cazzo sulla bocca e lei lo prese senza che glielo chiedessimo, succhiando a ritmo, gli occhi aperti. Ogni spinta mia le faceva scivolare la gola su di lui. Il tavolo cigolava sotto di noi, un lamento di legno che in altre ore sarebbe stato soltanto il rumore di una sedia spostata. Fuori dal vetro interno il corridoio era buio e vuoto, e il fatto che potessimo essere solo un'ombra dietro quella lastra la bagnava di più: lo sentivo intorno al cazzo ogni volta che rientravo.
La scopai fino a sentirmi vicino, poi mi sfilai perché lei lo chiese con un gesto della mano, senza parole. Riccardo la prese da dietro al mio posto, più duro, più fondo, e lei tornò sulla mia erezione con la bocca, succhiandomi il sapore di lei stessa. Elena le passava una mano sotto e le sfiorava il clitoride mentre Riccardo la fotteva. Amelia gemette intorno al mio cazzo, un suono pieno che mi attraversò la schiena. Guardavo Elena guardarla. Guardavo Riccardo affondare. Guardavo Amelia tenersi al bordo del tavolo e spingere indietro comunque, chiedendo di essere usata in un posto che non era un palco e che per questo pesava di più.
«Più forte» disse, staccandosi da me appena il tempo di dirlo. Riccardo glielo diede più forte. Il legno batteva contro le anche a ogni colpo. Io le tenevo la faccia, il pollice sul labbro inferiore, e lei mi succhiò il dito insieme al cazzo, disordinata, vera. Non stuzzicava. Non costruiva una versione. Chiedeva che continuassimo, e ogni volta che uno di noi rallentava lei si voltava abbastanza da farsi capire.
La alzammo e la portammo contro il vetro interno, la schiena nuda sulla lastra fredda, una gamba sollevata sul mio avambraccio. Entrai in figa di nuovo, in piedi, e il vetro le appoggiò le spalle con un suono sordo. Dall'altra parte c'era solo il corridoio spento, eppure lei guardava oltre la mia spalla come se qualcuno potesse arrivare, e quel pensiero le strinse intorno a me. Riccardo le si mise di lato e le riempì la bocca, una mano sul vetro sopra la sua testa. Elena le stava attaccata. Le leccava un seno, poi la bocca quando Riccardo le lasciava un attimo, un giro di lingue e saliva che io vedevo da vicino mentre la scopavo contro quella lastra.
Il vetro si appannava alle sue spalle, un alone opaco che cresceva a ogni respiro. Io la fottevo a fondo, sentendole la figa succhiare a ogni uscita, e lei teneva una mano sui fianchi di Elena, le dita sotto la gonna, dentro, perché anche Elena tremava e non stava più soltanto a guardare. C'era un dislivello di ruoli che non si era sciolto. Eravamo ancora l'agenzia e lei ancora la ragazza da campagna, la volto dei lanci e delle uscite, soltanto che adesso la campagna era il suo corpo aperto tra noi, visibile, chiesto. Amelia si staccò dal cazzo di Riccardo abbastanza da parlare, la voce roca.
«Non uscite ancora. Voglio sentire tutto.»
La girai, le palme sue sul vetro, e la presi da dietro mentre lei tornava a succhiare Riccardo. Elena le stava inginocchiata accanto e le leccava dove io entravo, la lingua sul mio cazzo e sulla figa di Amelia insieme, un disordine bagnato che mi fece stringere i denti. La scopammo così, uno in bocca e uno in figa, il vetro che le stampava i palmi, e lei spingeva indietro e avanti come se avesse deciso che quella sera non esisteva una versione da spegnere. Io le affondavo fino alle palle. La sentivo stretta. La sentivo venire di nuovo intorno a me con un tremante che le partiva dalle ginocchia. Elena le tenne il clitoride tra le labbra mentre succedeva, e Amelia urlò contro il cazzo di Riccardo, un suono rotto, pieno, senza recita.
Non mi sfilai subito. Restai dentro, fermo, sentendola pulsare, e lei scosse la testa, ancora con Riccardo in bocca.
«Continuate» disse, quando riuscì a parlare. «Non ho finito. Non stuzzicate. Fate.»
La rimettemmo sul tavolo, supina, e Riccardo le aprì le gambe e la scopò guardandola in faccia mentre io le tenevo i polsi sopra la testa. Elena le si mise sopra il viso, la gonna alzata, e Amelia le leccò la figa alzando la testa dal legno, la lingua visibile, affamata. La vidi bagnare il mento. La vidi chiudere gli occhi soltanto quando Elena venne contro la sua bocca, un tremito corto, e anche allora Amelia non si fermò. Io le lasciai i polsi e le misi il cazzo tra le labbra sporche di Elena. Lei mi succhiò mentre Riccardo la fotteva più veloce, il tavolo che ormai non fingeva più di essere un tavolo di lavoro.
Venimmo così, perché lei lo chiese tenendoci entrambi. Riccardo si sfilò e le sborrò sul ventre e sui seni, fiotti caldi che lei guardò scendere senza pulirsi. Io le tenni la testa e le venii in bocca, in gola, sentendola deglutire e poi leccare ciò che restava, gli occhi su di me, non su un obiettivo. Elena le raccolse la sborra dal petto con due dita e gliele mise sulle labbra, e Amelia le succhiò, pratica, diretta, come se quella fosse la chiusura vera della collaborazione. Restò distesa un momento, sporca, il respiro largo, e nessuno di noi tre parlò per riempire il silenzio. Non c'era da raccontare la notte. C'era da restare in quello che aveva chiesto.
Io le passai una mano sui capelli. Lei mi guardò e nominò una cosa sola, senza orpelli.
«Mi sento intera.»
Poi cambiò discorso. Si alzò, si sistemò la camicia e chiese a Elena dove fossero le salviette del bagno di piano, come se il resto fosse già stato detto. Ci lavammo in quel bagno troppo bianco, tra asciugamani di carta e il rumore lontano dell'ascensore che non saliva. Amelia si guardò allo specchio una volta sola, non per costruirsi, per vedere se c'era ancora. C'era. Rideva poco, una risata vera, e quando Riccardo le porse lo slip dal pavimento lei lo prese senza fare la scena del dopo.
«Stefano, le luci del corridoio» disse Elena, e fu l'unica volta che il mio nome attraversò quella sera, una cosa pratica, un ritorno al piano. Io le riaccesi. Amelia si vestì del tutto, si lisciò la gonna, e non accese nessun telefono perché non lo aveva. Non girò niente. Non stuzzicò un pubblico che non c'era. Quella sporcizia restava in noi tre e in lei, chiusa nell'ufficio, e il distacco tra la ragazza da campagna e quella che si era fatta scopare sui nostri tavoli non aveva più dove appoggiarsi.
Uscimmo per ultimi. Riccardo girò di nuovo le chiavi. Elena controllò che i monitor fossero davvero spenti. Io chiusi la porta a vetro dell'open space. Amelia camminò verso l'ascensore un passo davanti a noi, la schiena dritta, e non si voltò a salutare l'agenzia come se fosse un set. In strada l'inizio d'autunno le arrivò addosso con odore di foglie bagnate e tram lontani. Si fermò sul marciapiede abbastanza da dirci che tornava a piedi un pezzo, e basta. Non c'era un invito da passare alla notte dopo, perché l'invito lo aveva già dato, più largo, e stavolta senza una telecamera che lo tenesse a distanza.
La guardai allontanarsi verso Porta Venezia, i capelli ancora un po' umidi sulla nuca, e capii il costo prima ancora di nominarlo. Il prossimo set da go-go, quella scena accesa per un pubblico che aspetta sempre la versione giusta, l'avrebbe trovata senza una versione da accendere e spegnere. Noi tre restavamo aperti in lei come una porta che non si chiudeva più, e quella notte la seguivano persone che non erano il suo pubblico, restando dove lei aveva scelto di farsi prendere, in un ufficio spento, senza niente da pubblicare.