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Amelia Davis

Amelia nello studio dopo il club

Racconto sesso a tre adultiGruppo12 min di lettura

Un racconto di Amelia Davis

Amelia esce dal club di Milano con due uomini che l'hanno guardata tutta la sera. Li segue in un atelier al piano di sopra senza sapere quanto già sanno di lei, e decide di restare.

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L’ultima luce del palco si è spenta e Amelia Davis è scesa i tre gradini di ferro con quella compostezza da balletto che non abbandona mai, nemmeno quando il locale di Milano è già mezzo vuoto e l’aria di fine estate entra calda dalla porta di servizio. Io stavo ancora smontando i fari, le mani viscide di polvere e di sudore, e l’avevo seguita con gli occhi per tutta la serata senza nemmeno fingere il contrario. Matteo mi ha raggiunto vicino al mixer e ha pronunciato il mio nome a voce bassa, Davide, come se in quella stanza ci fosse bisogno di ricordarmi chi fossi. Aveva la macchina fotografica ancora a tracolla e lo sguardo già deciso.

«Viene su,» ha detto lui, e non era una domanda rivolta a me.

Amelia si è fermata a un passo da noi. Non ha chiesto dove saremmo andati e non ha chiesto perché. Ha soltanto guardato Matteo e poi me, e in quel silenzio c’era già tutta la posta in gioco: se saliva, non era più soltanto il lavoro, e se restava giù restava soltanto l’immagine, quella che tutti avevano già visto. Aveva ventun anni e il corpo ancora caldo dalla danza. Io ne avevo ventinove e sapevo benissimo che portarla nell’atelier sopra il club voleva dire toglierle il palco e vedere se, senza le luci, restava lo stesso.

«Va bene,» ha detto. «Ma non filmo.»

Matteo ha sorriso appena e ha fatto strada verso la scala stretta. Io ho spento l’ultimo interruttore e l’ho seguita. Lei saliva senza voltarsi, i muscoli delle gambe ancora tesi dal set, e io la osservavo da dietro sapendo che anche Matteo teneva gli occhi su di lei, e che a lei quel doppio sguardo non dispiaceva. Lo sentivo nel modo in cui non affrettava il passo, nella schiena che restava dritta come se il pubblico non se ne fosse ancora andato.


L’atelier odorava di carta fotografica e di vernice calda. Le lampade da studio erano ancora accese, basse, e sul tavolo grande c’era una stampa che non apparteneva a quella notte. Amelia l’ha vista prima di ogni altra cosa. Io ho chiuso la porta e ho sentito il chiavistello scattare, non per chiuderla dentro, ma perché il piano di sotto stava ancora svuotandosi e nessuno di noi tre voleva interruzioni.

Lei si è avvicinata al tavolo. Nella foto era in un’altra stanza, in un’altra luce, e non era il club. Matteo non ha detto come l’aveva avuta e io non ho detto niente. Amelia ha passato un dito sul bordo della carta, ha alzato gli occhi su di noi due, e per un attimo ho creduto che se ne sarebbe andata.

Invece ha sorriso di lato, quella cosa breve che non finisce mai la frase.

«Carina. Non è stasera.»

Poi ha tirato su la maglia da palco. L’ha lasciata cadere sulla sedia, e in quel gesto, senza una parola in più, ha deciso di restare. Il reggiseno è seguito senza teatralità. Si è girata verso di noi già nuda dal petto in su, aspettando che la osservassimo, volendo che lo facessimo. Matteo si è messo di lato, dove la luce lo aiutava a vederla tutta, e io sono rimasto di fronte. Ha sfilato gli shorts e, nello stesso movimento, le mutandine, lasciandoli accanto alla maglia. Si è inginocchiata sul pavimento di legno, le ginocchia che toccavano le assi ancora calde della stanza, e ha alzato il viso.

«Venite qui. Tutti e due.»

Mi sono slacciato i pantaloni mentre Matteo faceva lo stesso. Il cazzo mi si era indurito già sulle scale, e quando lei mi ha preso in mano ho sentito le dita ancora un po’ fredde e poi calde. Ho visto Matteo che la osservava da sopra, e lei che alzava gli occhi su di lui mentre mi succhiava. Ha aperto la bocca e mi ha preso la testa, lenta, e ha tenuto lo sguardo su Matteo mentre le labbra scendevano. Voleva che lui vedesse. Voleva che io vedessi lui che vedeva. Il suo collo si piegava con quella stessa disciplina di sempre, e la lingua mi girava sotto, umida, precisa. Io le ho messo una mano nei capelli senza spingere, soltanto per sentire il movimento.

Ha lasciato il mio cazzo lucido di saliva e si è girata verso Matteo senza alzarsi. Gli ha preso il gambo e l’ha succhiato più in fondo. Io l’ho osservata da dietro: le spalle, la curva della schiena, il modo in cui le ginocchia restavano aperte sul legno. Matteo ha tirato aria tra i denti e le ha accarezzato la guancia con il pollice. Lei ha fatto un suono basso in gola che mi è arrivato dritto nello stomaco. Poi è tornata a me, e poi di nuovo a lui. Teneva entrambi, una mano su di me mentre la bocca lavorava sull’altro, e ogni volta che cambiava ci cercava con gli occhi. Ogni volta che lo faceva io capivo che il palco non le era bastato.


Matteo si è inginocchiato dietro di lei mentre lei mi teneva ancora in bocca. Le ha aperto le cosce con le palme e le ha leccato la figa da dietro, lento. Amelia ha gemuto intorno al mio cazzo e ha dovuto fermarsi un attimo, la fronte appoggiata al mio ventre. Io le tenevo la testa e guardavo Matteo, il viso sepolto tra le sue natiche, la lingua che entrava e usciva, e lei che spingeva indietro il bacino per prenderne di più. Era bagnata in un modo che non aveva niente a che fare con le luci del club. Lo vedevo scorrere sulla bocca di Matteo, lo sentivo nel modo in cui le sue dita le tenevano aperte le labbra.

«Guardalo,» ho detto io.

Lei ha obbedito. Ha girato la testa quanto bastava per vedere Matteo che la leccava, e ha ripreso a succhiarmi con più fame, come se lo spettacolo le appartenesse da entrambi i lati. Io le ho accarezzato un seno, il capezzolo già duro, e lei ha premuto il petto contro la mia mano senza smettere di muovere la bocca. Matteo le ha infilato due dita dentro mentre leccava il clitoride. Amelia ha avuto un brivido lungo tutta la schiena e mi ha preso più a fondo, fino in gola. Ha tenuto, e ha tenuto, e gli occhi le si sono inumiditi senza che smettesse di volerlo.

Quando si è staccata aveva le labbra rosse e la voce un po’ rotta.

«Sul tavolo. Voglio vedervi mentre lo fate.»

Non era una battuta. L’ho sollevata io. Matteo ha spostato la stampa di lato come se quella foto avesse già fatto il suo lavoro. Amelia si è sdraiata sul legno, le gambe aperte verso di lui, e mi ha tirato il cazzo verso la bocca di nuovo. Matteo le ha messo la bocca sulla figa e l’ha succhiata con pazienza da fotografo, alzando ogni tanto gli occhi verso di me sopra il ventre di lei. Io le ho scopato la bocca piano, abbastanza perché lei potesse ancora respirare e abbastanza perché sentisse il peso. Lei ci teneva entrambi, una mano nei capelli di Matteo, l’altra intorno alla base del mio cazzo. Quando è venuta la prima volta ha tremato con le cosce chiuse intorno alla testa di lui e ha gemuto con la bocca piena, e io ho dovuto fermarmi per non sborrare troppo presto.


L’ho girata di fianco sul tavolo. Matteo le si è messo davanti, il cazzo contro le labbra. Io le ho aperto le gambe da dietro e le ho passato la testa del cazzo sulla figa bagnata, su e giù, finché lei non ha spinto indietro. Sono entrato in una spinta sola, lenta, fino in fondo, e l’ho sentita stringermi intorno, calda, stretta. Nello stesso momento ho visto Matteo che le riempiva la bocca. Amelia ha fatto un suono strozzato e ha chiuso gli occhi. Poi li ha riaperti e ha fissato Matteo mentre io la scopavo. Ogni spinta le faceva prendere il cazzo di lui più in gola. Io le tenevo i fianchi e osservavo il punto in cui entravo, il luccichio, il modo in cui lei si apriva. Alzavo gli occhi e vedevo Matteo che la guardava da sopra, e lei che voleva essere vista così, senza palco, senza musica, soltanto presa.

«Più forte,» ha detto lei quando ha potuto parlare, la voce impastata. «Davvero. Non fare il gentile.»

L’ho scopata più forte e il tavolo ha scricchiolato. Matteo le teneva la testa e le muoveva la bocca sul cazzo con una lentezza crudele. Lei prendeva tutto, saliva che le scendeva sul mento, e io le sentivo la figa contrarsi a ogni colpo. Le ho piegato una gamba sul tavolo per andare più a fondo e lei ha inarcato la schiena con quella stessa linea pulita del balletto. Per un attimo ho pensato alla foto, a quella versione pubblica che Matteo aveva portato qui senza spiegare, e ho pensato che lei era rimasta proprio per spaccare quella versione. L’ho presa più dura. Lei ha spinto indietro incontrandomi, e Matteo ha gemuto quando lei gli ha succhiato con più forza, come se volesse farcelo capire a tutti e due.

Ci siamo fermati soltanto per invertirci. Matteo è uscito dalla sua bocca lucido e si è messo dietro di lei. Io le ho pulito il viso con il pollice e le ho messo il cazzo tra le labbra, e ho sentito il calore della sua gola proprio mentre Matteo le affondava il cazzo nella figa. Lei ha preso me fino in fondo e ha tenuto lo sguardo su di me. Io ho visto Matteo che la scopava e che mi guardava, e ho capito che anche lui voleva essere visto, che anche io volevo vederlo dentro di lei. Il ritmo si è trovato da solo. Io le muovevo i fianchi contro la faccia, piano e poi meno piano. Matteo le teneva i glutei aperti e la scopava con colpi lunghi. Amelia era in mezzo, usata e presente, e non stava più stuzzicando nessuno.


Matteo ha detto che stava per venire e lei ha fatto un cenno minimo con la mano, senza togliere la bocca da me. L’ha lasciato sborrare dentro la figa, o almeno così ho creduto finché lui non si è sfilato e le ha sparso il resto sulla schiena, bianco sul legno della postura. Amelia si è staccata da me, ha preso fiato, e si è girata abbastanza da prendere Matteo in mano e succhiargli gli ultimi getti, pulendolo. Io l’ho guardata fare e mi è venuto un calore basso, cattivo, buono. Poi lei è tornata al mio cazzo e ha detto, senza decorazione:

«In gola. Adesso.»

Le ho tenuto la testa e le ho scopato la bocca fino a sentire il limite. Lei ha aperto, ha accettato, ha preso. Sono venuto in gola con un gemito che non ho trattenuto. Lei ha inghiottito e ha tenuto, e quando ho tirato fuori un filo le è rimasto sul labbro. Matteo, già di nuovo duro in un modo che a trentun anni ancora gli riusciva, le ha passato il cazzo sulla guancia e ha sborrato di nuovo, stavolta in faccia, caldo. Amelia ha chiuso gli occhi e ha ricevuto. Ha aperto la bocca per prenderne un po’, e ci ha guardati tutti e due con la sborra sul viso e senza una battuta. Quello era il momento in cui ha smesso di fare la spiritosa.

Si è alzata dal tavolo, si è messa in piedi in mezzo a noi, e ci ha tirati entrambi addosso. Un seno contro il mio petto, una mano sul cazzo di Matteo, la schiena contro di lui. Ci ha tenuti lì, vicini, la pelle ancora umida. Io le ho baciato la bocca e ho sentito il sapore di entrambi. Matteo le ha morso la spalla, e lei ha detto soltanto:

«Ancora. Tutti e due. Non uno alla volta.»


L’abbiamo presa in mezzo, in piedi prima, poi piegata in avanti contro il bordo del tavolo. Io le sono entrato nella figa da davanti, sollevandole una gamba, e Matteo si è accostato dietro, il cazzo tra le natiche, non dentro il culo, stretto lì, a sfregare mentre io la scopavo. Poi ci siamo spostati sul divano basso sotto le lampade. Amelia si è messa a cavalcioni su di me e mi ha fatto entrare tutta. Matteo le si è messo in bocca di nuovo, e stavolta non c’era più gioco. Lei si muoveva con controllo, i muscoli delle cosce che lavoravano, e prendeva il cazzo di Matteo in gola a ogni discesa. Io le tenevo i fianchi e la guardavo in faccia. Lei mi guardava, e ogni tanto volgeva gli occhi su Matteo, e voleva che ci vedessimo mentre la usavamo.

Quando Matteo si è messo alle sue spalle e ha spinto il cazzo nella figa insieme al mio, lei ha smesso di respirare per un attimo. Eravamo stretti, troppo, e lei era bagnatissima. Abbiamo fatto spazio piano, un centimetro alla volta, finché entrambi eravamo dentro, la figa allargata intorno a due cazzi. Amelia ha abbassato la fronte sulla mia spalla e ha detto il mio nome e poi quello di Matteo, e poi niente più nomi, soltanto un suono rotto. L’abbiamo scopata così, lenti, perché non c’era altro modo. Lei tremava e spingeva e prendeva. Io sentivo Matteo muoversi contro di me dentro di lei, e vedevo le sue mani aggrapparsi alla mia spalla e al braccio di lui. Voleva essere voluta senza lo spettacolo, e in quel momento non c’era spettacolo: c’erano due uomini che la riempivano e la guardavano, e lei che restava.

È venuta con un singhiozzo, stretta, e ci ha trascinati entrambi. Matteo è sborrato dentro, io subito dopo, e lei ha tenuto tutto, le gambe che non reggevano più, il viso nascosto contro il mio collo. Siamo restati così, ancora dentro, ancora addosso, il respiro che tornava a poco a poco. Le ho accarezzato la schiena. Matteo le ha baciato la nuca. Amelia ha alzato la testa e ci ha guardati, e per la prima volta da quando era salita le ho visto qualcosa di nudo che non era il corpo.


Si è lavata nel bagno piccolo dell’atelier senza chiudere la porta. Io l’ho vista dallo stipite, e Matteo l’ha vista dal tavolo, e lei lo sapeva e non ha detto di spegnere la luce. Quando è uscita si era rimessa gli shorts e la maglia da palco, i capelli ancora umidi sulla fronte. Ha raccolto la stampa dal tavolo, l’ha guardata un’ultima volta e l’ha posata a faccia in giù.

Matteo le ha scritto due nomi su un foglietto, con un indirizzo di hotel a Roma, e glielo ha messo in mano senza sorridere.

«Una coppia. Ti vogliono in uno scambio. Non è il club. Se vuoi, chiami.»

Amelia ha letto i nomi. Non ha detto di sì e non ha detto di no. Ha piegato il foglio e se lo è messo nella tasca degli shorts. Ha guardato me e poi lui, e ha nominato la cosa una volta sola, senza decorazione.

«Stasera non era lavoro.»

Poi ha cambiato discorso, ha chiesto dov’era la scala di servizio, e io le ho aperto la porta. È scesa senza voltarsi, e io sono rimasto sull’uscio a sentire i suoi passi sulla ferro battuta, con i numeri di Roma in tasca a lei e in testa a me la domanda, ancora aperta, se farà più di due.