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Luna Martinez

Luna e il vicino di casa

Storia erotica vicini di casaRomantico11 min di lettura

Un racconto di Luna Martinez

Tornata a Milano, Luna scopre che il vicino ha sentito tutto quello che fa di notte. Davide bussa per protestare e resta. Tra una parete e l'altra smettono di fare finta di non volersi.

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Il palazzo di via Melzo teneva il freddo nelle scale come una cosa propria. Era tardo autunno milanese, foglie bagnate attaccate alle suole di chi saliva, e io stavo davanti alla sua porta con il pugno già alzato perché da tre notti non riuscivo più a far finta di niente. Luna Martinez abitava di fronte a me da settimane. Aveva ventitré anni e una presenza che di giorno spariva in orari da agenzia, mentre di notte filtrava attraverso il muro sottile fino al mio letto. Non era soltanto il volume a tenermi sveglio: era il modo in cui parlava, quelle battute corte che poi tornavano indietro a cercare se avevi preso il senso o soltanto il suono. Io le avevo prese tutte, una per una, da solo nella stanza accanto.

Ho bussato senza forza, abbastanza perché lei sentisse che non ero un postino né un errore. La porta si è aperta e lei era lì in una maglietta chiara che le arrivava a metà coscia, i capelli scuri ancora umidi, gli occhi svegli come se il sonno fosse un’ipotesi lontana. Mi ha guardato e ha sorriso prima di rispondere. Quando ha parlato ho capito che non si stava scusando. Stava chiedendomi se ero rimasto ad ascoltare perché mi infastidiva o perché non riuscivo a smettere.

«Davide, entri o resti lì a fare il vicino offeso?» ha detto, e il mio nome in bocca sua è suonato come un invito e una presa in giro insieme.

Sono entrato. L’appartamento odorava di sapone e di qualcosa di caldo spento da poco sul fornello. Lei ha chiuso la porta alle mie spalle, si è appoggiata al legno con le braccia incrociate sotto il petto e mi ha chiesto se volevo davvero parlarmi di rumore. Io ho detto che volevo parlarle di lei, di quello che faceva di notte quando credeva che il muro bastasse. Lei ha abbassato lo sguardo un attimo, poi l’ha rialzato come se stesse decidendo se darmi la cosa vera o soltanto un’altra battuta.

«Se resti, non fare finta di essere venuto per protestare,» ha detto. «Io non ci credo.»

Non ci credevo neanch’io. Qualcosa in lei era ancora altrove, una frase che un altro non aveva finito, e io lo sentivo senza sapere il nome di quella assenza. Le ho preso la mano. Lei non l’ha ritirata. Mi ha tirato verso la cucina con una decisione che non aveva niente di incerto, e in quel momento ho capito che sul pianerottolo avevo colto il senso delle sue battute, non soltanto il tono, e che lei lo sapeva.


La cucina era piccola, il lavello pieno di un bicchiere e di una tazza, la luce del lampadario troppo cruda per quello che stava per succedere. Luna si è inginocchiata senza chiedere permesso. Le dita le sono andate alla mia cintura, e mi ha abbassato i pantaloni insieme ai boxer con un gesto netto, come se avesse deciso da ore. Il mio cazzo le è venuto incontro già duro. Lei l’ha guardato un secondo prima di aprirmi la bocca e prenderlo dentro, caldo, umido, fino a sentire la gola che si chiudeva intorno alla testa.

Ho messo una mano nei suoi capelli e ho dovuto appoggiarmi al bordo del tavolo perché le ginocchia mi hanno tradito. Lei succhiava con una fame pulita, senza teatro. La lingua girava sotto il glande e poi scendeva lungo la vena, e ogni tanto alzava gli occhi per vedere se stavo ancora capendo o se mi ero perso nel solo piacere. Io capivo che mi stava prendendo sul serio, che non era un gioco messo lì per coprire altro. Le ho detto che era troppo brava, che se continuava così non sarei durato, e lei ha sorriso intorno al mio cazzo senza lasciarlo, un filo di saliva che le scendeva dal mento fino alla maglietta.

L’ho tirata su dal pavimento, l’ho sollevata e l’ho adagiata sul lavello, il culo nudo contro il marmo freddo. Le ho aperto le cosce con le mani. Non portava niente sotto la maglietta. La figa era già lucida, aperta, e quando ci ho passato due dita lei ha tirato un respiro corto e ha detto il mio nome come se non volesse che lo sentisse il palazzo. Mi sono spinto dentro di lei in una spinta sola, fino in fondo. Il calore l’ha preso tutto, stretto, bagnato, e lei ha messo le gambe intorno alla mia schiena e si è tirata contro di me.

La scopavo così, in piedi tra i suoi ginocchi, il lavello che batteva sordo contro il muro a ogni colpo. Lei non chiudeva gli occhi. Mi teneva lo sguardo mentre il mio cazzo le usciva e le rientrava lucido, e ogni tanto mormorava qualcosa di sporco, di vero, di quanto le piaceva sentirmi così in fondo, di quanto aveva sperato che bussassi. Le ho alzato la maglietta e le ho preso un seno in bocca, il capezzolo già duro. Lei ha inarcato la schiena e ha spinto il bacino incontro alle mie spinte come se volesse di più, sempre di più, senza pudore e senza fretta.

«Non fermarti,» ha detto, e la voce le tremava. «Davvero. Non fare l’educato adesso.»

Non ho fatto l’educato. L’ho presa più forte, le mani sui fianchi, il rumore della pelle contro la pelle che riempiva la cucina, e lei è venuta così, stretta intorno a me, con un gemito che ha provato a mordere e non ce l’ha fatta. Io ho dovuto stringere i denti per non sborrare lì dentro. L’ho baciata sulla bocca, il sapore di lei e di me mescolati, e l’ho sollevata di nuovo, questa volta verso la camera, perché non avevo finito e lei non voleva che finissi.


Il letto era disfatto, le coperta tirate da una parte sola, e l’ho adagiata lì con una cura che contrastava con quello che le avevo fatto sul lavello. Le ho aperto le gambe e mi sono messo in ginocchio tra di loro. Per un po’ l’ho soltanto guardata, la figa gonfia, lucida del suo orgasmo e di me. Poi ho abbassato la testa e l’ho leccata. Lenta all’inizio, la lingua piatta su tutta la fessura, poi più precisa, il clitoride tra le labbra, e lei ha messo una mano nei miei capelli e ha tirato senza davvero spingere.

La leccavo da un tempo che non misuravo più. Ogni tanto alzavo gli occhi e la vedevo con la testa piegata all’indietro, la bocca aperta. Ogni tanto lei abbassava lo sguardo e mi diceva di non smettere, di restare lì, che nessuno l’aveva presa così alla lettera da molto. Io restavo. Le ho messo due dita dentro mentre leccavo, piegate in su, e lei ha stretto le cosce intorno alla mia testa e ha gemuto il mio nome in un filo di voce che non voleva arrivare oltre il cuscino. È venuta di nuovo così, contro la mia bocca, e l’ho bevuta tutta, senza alzarmi finché i brividi non le sono scesi lungo la pancia.

Poi l’ho girata. A pecorina, il viso nel cuscino, il culo alto. Mi sono messo dietro di lei e l’ho presa di nuovo, più fondo di prima, le mani sui fianchi, e lei spingeva indietro a ogni colpo come se volesse che la riempissi. Il letto batteva contro il muro, il nostro muro, e ho pensato per un attimo che adesso il rumore era mio quanto suo, e che non me ne importava. Le ho piegato il busto più in basso e l’ho scopata così, il cazzo che le usciva lucido e le rientrava fino alle palle. Lei diceva cose sporche e vere, che le piaceva sentirmi così, che voleva la mia sborra, che la voleva in bocca.

L’ho tirata su per i capelli abbastanza da farle voltare la faccia. Quando sono uscito da lei e le ho messo il cazzo sulle labbra lei ha aperto la bocca subito, avida, e io le ho sborrato in gola a ondate, tenendole la testa. Lei ha inghiottito e ha tenuto tutto, gli occhi umidi, un filo bianco all’angolo della bocca che poi ha pulito con il dito e si è succhiata. Mi sono lasciato cadere accanto a lei. Lei ha messo la testa sul mio petto e per un po’ non abbiamo parlato. Il respiro le si è calato piano. Io le accarezzavo la schiena e sentivo che sotto quella calma c’era ancora qualcosa che non si era spento, un’inquietudine che non apparteneva a questo letto.


Più tardi, con la luce della cucina che arrivava storta fino a noi, lei ha parlato per prima. Non di sesso. Di Milano, di quanto l’ordinario le sembrasse una trappola e insieme una tentazione, di quanto fosse strano volere una vita semplice quando un’altra vita, più alta e più falsa, le stava ancora aspettando fuori. Io le ho detto che la volevo come la ragazza della porta accanto, senza posa, senza che nessuno ci guardasse per lavoro, e lei ha sorriso in quel modo suo che arriva prima della risposta vera.

«Tu mi prendi alla lettera,» ha detto. «Quasi tutti prendono solo il tono.»

Poi è tornata indietro, come fa, a controllare se avevo sentito il peso di quella frase o soltanto il complimento. Io ho detto che l’avevo sentito. Le ho baciato la spalla e le ho chiesto se restare qui, in questo palazzo, in questa cucina, le sarebbe bastato. Lei non ha risposto subito. Ha girato la faccia verso il soffitto e ha detto che non sapeva se l’ordinario le bastava, e la voce le si è incrinata appena, abbastanza perché io capissi che quella incrinatura le piaceva e le faceva male insieme.

Ci siamo taciuti. Io le tenevo una mano sul ventre e sentivo il respiro salire e scendere. A un certo punto lei ha riso piano, una risata piccola, e ha detto che se restavamo nel letto avremmo finito per convincerci di essere già una cosa. Poi si è alzata. Nuda, i capelli scuri sulla schiena, è andata fino alla porta di casa e l’ha aperta un poco, abbastanza da far entrare l’aria fredda del pianerottolo. Si è voltata verso di me con gli occhi che dicevano la cosa prima della bocca.

«Vieni,» ha detto. «Tutti e due lo vogliamo. Il rischio. Adesso.»

Io mi sono alzato. Sapevo cosa stava chiedendo. Sapevo che sul pianerottolo di un condominio milanese, a quell’ora, qualcuno poteva salire. E sapevo che lei lo voleva proprio per questo, e che lo volevo anch’io, quella vergogna accesa che non attacca chi sei ma ti toglie il nascondiglio.


Il pianerottolo era freddo, la luce gialla della lampada a tempo già in esaurimento. Lei mi ha spinto contro la sua porta ancora socchiusa, si è girata con la schiena al mio petto, ha preso la mia mano e se l’è messa tra le gambe. Era ancora bagnata. Io le ho alzato una gamba e l’ho aperta, e le ho messo il cazzo dentro stando in piedi, una spinta che l’ha sollevata sulle punte. Lei ha dovuto mordere il proprio braccio per non fare rumore.

La scopavo contro la porta, in piedi, il freddo sulle natiche e sulle spalle, e ogni colpo faceva scricchiolare il legno. Lei teneva una mano sulla maniglia e l’altra dietro, sui miei fianchi, e mi tirava dentro come se il rischio la facesse più stretta. Sentivo i suoi respiri spezzati contro il legno. Sentivo quanto le piaceva essere presa così, visibile, e quanto mi piaceva io darglielo sapendo che potevano vederci. Non ci siamo fermati quando abbiamo sentito i passi.

Un inquilino adulto stava scendendo dalle scale del piano di sopra, cappotto, borsa, l’ora di chi torna tardi o parte presto. Ci ha visti. Ha rallentato un attimo, abbastanza da capire, abbastanza da arrossire o da distogliere lo sguardo, e poi è passato, gli occhi bassi, i passi che acceleravano verso il pianerottolo di sotto. Luna ha gemuto contro la porta, più forte, e io non ho rallentato. Le ho tenuto i fianchi e l’ho scopata ancora, più fondo, e lei ha detto di sì, di non fermarmi, che voleva questo, che voleva essere vista e non volerlo spiegare.

L’ho fatta venire così, in piedi, con la porta che batteva sorda e il palazzo intero a un respiro di distanza. Mentre lei si stringeva intorno al mio cazzo io le ho morso la spalla e le ho detto che era mia in quel momento, della porta accanto, senza contratto e senza posa. Lei ha riso e ha pianto nello stesso respiro, un filo di emozioni troppe per un pianerottolo, e io sono venuto dentro di lei tenendola su, le gambe che le tremavano, il freddo che non riusciva a vincere il calore tra di noi.

Siamo rientrati senza parlare. Lei si è chiusa la porta alle spalle e si è lasciata scivolare a terra un attimo, nuda. Io mi sono accovacciato davanti a lei e le ho pulito le cosce con la maglietta che avevo raccolto. Mi ha toccato la faccia. Non ha detto grazie. Ha detto che le costava, questo calore di essere voluta senza dover recitare, e che proprio per questo l’aveva chiesto.


La mattina è arrivata grigia, luce bassa tra le tende, tardo autunno che non concede niente. Io mi sono alzato e ho messo l’acqua sul fuoco, ho trovato il caffè nel barattolo, ho apparecchiato due tazze sul tavolo della cucina come se quello bastasse a inchiodare una vita. Luna era già vestita. Maglione, jeans, i capelli tirati indietro, e sul tavolo, vicino alla tazza vuota, c’era un foglio che non c’era la notte prima: la bozza di un contratto esclusivo di un anno, agenzia milanese, la riga della firma ancora bianca.

«Resta a colazione,» le ho detto. «Resta. Ti faccio il caffè e non ti chiedo niente altro.»

Lei mi ha guardato. Non ha risposto. Ha preso la giacca dallo schienale della sedia e si è avvicinata alla porta, e per un attimo ho creduto che si sarebbe voltata, che avrebbe detto sì o no, che mi avrebbe dato almeno il tono. Non l’ha fatto. È uscita senza colazione e senza dirmi se sarebbe tornata, e la porta si è chiusa con un clic troppo netto per quello che ci eravamo fatti addosso poche ore prima.

Sono rimasto con le due tazze e con quel foglio. Il contratto esclusivo scadeva come una scadenza vera: doveva presentarsi in agenzia e dire sì o no, e io non sapevo da che parte della frase mi avesse messo. Il pianerottolo di là dal legno era di nuovo soltanto un pianerottolo. Io ho spento il fuoco e ho lasciato il caffè dove stava, e ho ascoltato i suoi passi scendere le scale finché non li ho più sentiti.