
Luna sul treno di notte
Erotica romantica viaggio in trenoRomantico12 min di lettura
Un racconto di Luna Martinez
Luna sale sul treno di notte per andarsene. Nello scompartimento trova Alessandro. Tra una stazione e l'altra non c'è più spazio per lo scherzo, solo per quello che non si sono detti e per quello che fanno comunque.
Ero già seduto sul lettino di sotto, con il cappotto piegato in fondo allo scompartimento e le scarpe ancora ai piedi, quando la porta scorse sul binario e Luna Martinez restò ferma sulla soglia con la valigia in una mano e l’altra ancora stretta al maniglione. Il treno notte che andava da Milano a Roma aveva lasciato da poco la Centrale e fuori c’era soltanto il buio dell’inverno, campi neri e luci rare che scivolavano via senza chiedere niente. L’agenzia mi aveva detto che partiva, e che non aveva firmato. Io non le avevo scritto. Ero salito e avevo aspettato che lo scompartimento facesse il resto.
Lei mi guardò come si guarda una cosa che si è già messo in valigia per non doverla più nominare. Avrebbe potuto dire scusa, chiudere, chiedere un altro posto. Restò. L’aria odorava di lana umida e di sapone del treno. Io mi alzai e lo spazio tra noi sparì da solo.
«Sapevi che prendevo questo,» disse lei, e non era una domanda.
«Sapevo,» risposi. «Chiudi la porta.»
La chiuse. Il chiavistello scattò con un rumore piccolo, quasi educato. Lei posò la valigia, si sfilò il cappello, e io le misi le mani sul cappotto senza chiedere altro permesso di quello che mi stava già dando con gli occhi. I bottoni cedettero uno dopo l’altro. Sotto aveva un maglione scuro e la gonna che le arrivava a metà coscia, e io glieli levai con la stessa urgenza con cui lei mi apriva la camicia, senza teatro, senza il tempo di inventarci una scusa. Il riscaldamento dello scompartimento era troppo alto. La pelle le venne incontro fredda e poi subito calda. Le succhiai il collo mentre lei mi sganciava i pantaloni e mi prendeva il cazzo già duro attraverso il tessuto, e capii che non saremmo arrivati a parlare prima di metterci nudi.
Ci spogliammo in piedi, in quello spazio da armadio, e i vestiti finirono sul lettino di sopra e sul pavimento. Lei era bagnata quando le slacciai le mutandine e le passai due dita in mezzo alle labbra della figa, e il suono che le uscì non aveva niente di giocoso. La spinsi a sedere sul lettino di sotto. Mi misi in ginocchio tra le sue ginocchia aperte e le leccai la figa con la lingua piatta, dal basso fino al clitoride, e lei mi afferrò i capelli e tenne la mia testa lì, come se avesse paura che anche questo potesse andarsene.
Il lettino era stretto e il materasso odorava di bucato industriale, ma lei aprì le gambe quanto lo spazio le permetteva e io le tenni le cosce con le palme mentre le succhiavo il clitoride con labbra strette, piano e poi più duro, sentendola bagnarsi sulla mia bocca. Luna alzò il bacino e me lo premé contro il viso, e io entrai con la lingua, la sentii contrarsi, sentii il sapore di lei mescolato a quello della pelle appena tolta dal freddo. Lei non recitava. Respirava a scatti e ogni tanto mi tirava i capelli non per dirigermi, per restare attaccata a qualcosa.
Quando alzai gli occhi lei mi guardava con le palpebre mezze chiuse e quella piega che usa quando sta per dire una cosa e poi ne dice un’altra. «Sei venuto a inquadrarmi anche qui, con il lavandino e le coperte sottili,» disse, e la voce le uscì luminosa, quasi allegra. Io non risi. Le tenni lo sguardo e le passai il pollice sul clitoride mentre rispondevo, perché il tono non mi interessava, mi interessava il resto. «Sono venuto perché stavi scappando,» dissi. «Non dalla foto. Da me che ti avevo già vista.» Lei restò ferma un attimo, come fa quando controlla se hai preso il senso o soltanto il suono, e poi mi afferrò le spalle e mi tirò su abbastanza da potermi baciare in bocca, con il sapore di lei ancora sulle mie labbra.
Si girò, mi spinse a sedere, e si inginocchiò tra le mie ginocchia sul pavimento stretto dello scompartimento. Mi prese il cazzo in mano, lo guardò un secondo come si guarda una cosa che si è deciso di non lasciare a metà, e se lo mise in bocca fino in gola, umida e calda, senza premessa. Io le tenni i capelli raccolti per vederla, non per costringerla. Lei succhiava con la lingua piatta sotto, saliva che le scendeva dal mento, e ogni tanto alzava gli occhi per vedere se restavo sul serio o se mi perdevo nel piacere come si perde chi vuole soltanto lo spettacolo. Non mi persi. Le dissi il suo nome a voce bassa mentre lei scendeva ancora, mentre la gola le si chiudeva intorno alla testa del cazzo, e lei fece un suono soddisfatto che mi vibrò addosso.
La ripresi, la misi di nuovo sul lettino, a pancia in su, una gamba piegata contro la parete di legno, e le succhiai la figa mentre lei mi teneva il cazzo in mano e me lo strofinava sulle labbra, sullo zigomo, sporco di lei. Ci succhiammo a vicenda in quello spazio impossibile, il treno che dondolava, i binari che battevano sotto, e io sentivo il suo fiato caldo sul mio ventre ogni volta che lei si toglieva il cazzo dalla bocca per respirare e poi se lo rimetteva dentro come se avesse paura di perdere il ritmo. Le entrai con due dita mentre le leccavo il clitoride, e lei mi venne incontro con un gemito che non cercò di coprire. Qualcuno sarebbe potuto passare nel corridoio. Lo sapevamo tutti e due. Non tirammo la tendina del vetro della porta.
La sollevai abbastanza da poterla baciare di nuovo, poi la misi a cavalcioni sul lettino, io seduto, lei sopra, e lei si abbassò sul mio cazzo da sola, lenta, prendendolo tutta, con gli occhi aperti. Era stretta e caldissima e già così bagnata che entrai fino in fondo al primo movimento. Restò ferma un attimo, con le palme sul mio petto, e io le sentii le cosce tremare. Poi cominciò a scoparmi, non a posare, con il bacino che si muoveva in cerchi corti e poi più ampi, il clitoride che le sfregava contro la mia pancia, i seni che le oscillavano vicino alla mia bocca. Le presi un capezzolo tra le labbra e lo succhiai, e lei inclinò la testa all’indietro e disse «così» senza abbellirlo.
La tenni per i fianchi e cominciai a spingere dal basso, duro, il lettino che scricchiolava contro i ganci della parete. Ogni botta le faceva uscire un suono basso, e io la guardavo in faccia, non il corpo, perché il corpo lo conoscevo già e la faccia era quella che stava per andarsene. Luna mi guardò e non stuzzicò. Aprì la bocca e respirò contro la mia, e quando le passai una mano tra di noi e le strofinai il clitoride con due dita lei si strinse intorno al cazzo e venne con un singhiozzo che le scosse tutta la schiena. Continuai a scoparla attraverso l’orgasmo, sentendola pulsare, sentendo il suo umido scendere fino alle palle, e lei mi afferrò la nuca e mi tenne contro la sua fronte, gli occhi chiusi, come se il treno potesse inghiottirci se ci fossimo lasciati.
La girai, la misi a quattro zampe sul lettino stretto, una spalla contro il muro, il culo verso di me, e la presi da dietro con una spinta sola. Lei abbassò la schiena e spalancò le ginocchia quanto poteva, e io la scopai così, tenendole un fianco e i capelli, guardando il cazzo sparire nella figa rossa e lucida. Il rumore era osceno, pelle e umido e il colpo delle mie cosce contro le sue. Lei spingeva indietro, chiedeva di più senza fare la graziosa, e io glielo diedi, fino in fondo, sentendo il collo dell’utero, sentendola gemere nel cuscino del treno. Pensai a quanto era facile, in uno scompartimento, fingere che il mondo fosse soltanto questo rettangolo. Poi pensai che lei stava per scendere da qualche parte e portare via anche questo, e le diedi un’altra spinta più dura, e lei disse il mio nome una volta sola, bassa, «Alessandro,» come se lo mettesse in tasca.
La tirai su. Non volevo finire lì, non ancora, non con lei piegata e il viso nascosto. La misi in piedi contro il lavandino dello scompartimento, lo specchio piccolo e ovale le prendeva una spalla e una guancia, e io le alzai una gamba e la presi così, in piedi, il cazzo che rientrava nella figa già aperta e piena. Lei si tenne al bordo di porcellana e io la scopai guardandola nello specchio e poi di profilo, la bocca aperta, i seni che le battevano a ogni spinta. L’acqua del lavandino era fredda quando le dita le ci scivolarono. Il finestrino della porta, quello stretto verso il corridoio, era ancora senza tendina. Lo sapeva. Lo sapevo. Avevamo scelto di non coprirlo.
Sentimmo i passi prima di vedere l’ombra. Un capotreno adulto, giacca scura, viso stanco di chi fa il turno di notte, passò lento nel corridoio e il vetro gli restituì abbastanza di noi da non poter fingere che fosse un’altra cosa: lei nuda, io dentro di lei, il bacino che non si era fermato. Luna non chiuse le gambe. Mi guardò negli occhi e spinse il culo verso di me, e io continuai a scoparla, più lento adesso, più fondo, mentre l’uomo passava e il rumore dei suoi passi si allontanava senza bussare. Lei era bagnatissima. Il fatto di essere stati visibili le aveva stretto la figa intorno al cazzo, e io lo sentii, e lei lo sentì, e nessuno dei due lo trasformò in uno scherzo.
«Guardami,» le dissi, e lei mi guardò. Le tenni la gamba alzata e le strofinai il clitoride con le dita bagnate mentre la penetravo, e lei venne di nuovo in piedi, con un gemito che non cercò di ingoiare, le unghie sul lavandino, la fronte che le batté contro lo specchio. Io non durai molto dopo. La presi per i fianchi, la sbattei contro di me fino in fondo, e le sborrai dentro, a ondate, tenendola stretta perché restasse lì a prenderla tutta. Sentivo il cazzo pulsare, sentivo il caldo uscirmi e riempirla, sentivo lei che stringeva ancora come se volesse tenersi anche quello. Restammo così, uniti, il treno che dondolava, il mio sperma che già cominciava a scenderle lungo la coscia interna. Lei respirava contro il mio collo e non si coprì.
La lasciai scendere piano, le pulii la coscia con un asciugamano del treno che odora sempre di niente, e poi la tenni comunque addosso, nudi, seduti sul lettino con la coperta sulle spalle perché il riscaldamento a tratti calava. Fuori era ancora inverno e buio. Lei aveva gli occhi lucidi in un modo che non era orgasmo. Io glielo vidi e non finsi di non vederlo. Mi passò una mano sul petto, poi la ritirò, poi la rimise, come se stesse decidendo se poteva ancora toccarmi da persona e non da addio.
«A Como non hai finito la frase,» disse, e la voce le uscì bassa, senza il gioco davanti. Io aspettai. Lei girò lo sguardo verso il vetro appannato, poi di nuovo a me, e questa volta non girò intorno. «Perché mi hai fermata. La cosa vera. Non quella che si racconta in agenzia.»
Il corridoio era di nuovo silenzioso. Il mio sperma le restava tra le gambe e lei non si era vestita, e io capii che stava pagando qualcosa per restare nuda anche dopo, per non rimettersi il cappotto sopra la domanda. C’era un dolore lì che tutti e due volevamo tenere aperto, non perché facesse scena, perché era l’unico modo di non mentirsi. Io le presi il viso e le sentii la guancia calda.
«Ti ho fermata perché avevi smesso di posare,» dissi. «Stavi con la tua gente, non con l’obiettivo. Non ti ho vista come un’immagine che tornava a casa. Ti ho vista mentre non stavi lavorando, e da lì non sono più riuscito a farti diventare soltanto una campagna.» Lei chiuse gli occhi. Una lacrima le scese dritta, senza teatro, e io la baciai lì, salata, e lei non si scostò. Restammo un po’ in silenzio, con il treno che mangiava chilometri verso sud, e io le tenni la mano sul ventre, dove il caldo di prima non era ancora andato via.
«Se resto,» mormorò, «non posso più usare il biglietto come se Cusco fosse una porta antincendio. Dovrai sapermi anche dopo gli altri.» Io annuii. Non le chiesi nomi, non le chiesi conto. Sapevo abbastanza da capire che Milano l’aveva già toccata in posti che non erano il mio scompartimento, e che restare voleva dire lasciarsi conoscere comunque.
Il capotreno ripassò più tardi, bussò per i biglietti, e questa volta la tendina era tirata a metà, abbastanza da non essere una trincea e abbastanza da non essere uno spettacolo. Luna si era messa la mia camicia, sbottonata, e io i pantaloni. Mostrammo i fogli. L’uomo non fece commenti. Quando se ne andò lei restò seduta con le gambe raccolte e la camicia che le arrivava a metà coscia, e io le vidi lo sperma asciugato sulla pelle interna, e lei lo sapeva, e non lo nascose.
Annunciarono una fermata. Il nome della stazione arrivò storto dall’altoparlante, e lei lo riconobbe prima di me: era quella da cui avrebbe dovuto prendere il collegamento per l’aeroporto, la scusa pulita, il volo che le permetteva di dire che se ne andava per lavoro o per casa e non perché aveva paura di essere tenuta. Il treno rallentò. Le luci della banchina leccarono il vetro. Lei si alzò, andò alla valigia, ci posò una mano sopra, e io non dissi restare. Guardai soltanto se il corpo le andava verso la porta.
Non andò. Restò in piedi mentre il treno ripartiva, mentre la stazione scivolava via con i pochi passeggeri che scendevano davvero, e quando si voltò aveva gli occhi rossi e la bocca ferma. «Ho perso il volo,» disse, e c’era dentro una risata piccola e rotta, quella che viene quando il costo è chiaro. Io la presi contro di me, la camicia aperta, i seni nudi contro il mio petto, e la baciai piano, poi meno piano, e lei mi aprì i pantaloni di nuovo con una mano, non per ricominciare da capo, per sentire che c’ero ancora. La misi a sedere sulle mie gambe e le entrai piano, lei era ancora piena e scivolosa del mio venire di prima, e ci muovemmo così, lenti, mentre il treno riprendeva velocità e l’aeroporto restava indietro come una cosa che non ci apparteneva più.
Dopo restammo vestiti a metà, lei con la testa sulla mia spalla, io con una mano nei suoi capelli, il lettino troppo stretto per due adulti e abbastanza per chi aveva deciso di non scendere. Fuori l’inverno continuava. Dentro lo scompartimento odorava di sesso e di lana e di quel sapone che non toglie niente. Luna non scherzò. Mi raccontò, a voce bassa, che al mattino avrebbe dovuto dire a Davide e a Stefano che non se ne andava dall’Italia, che se ne andava soltanto dalla posa, e che quella frase le sarebbe pesata più del biglietto bruciato e più della valigia troppo piccola. Io la ascoltai senza correggerla. Non le promisi che sarebbe stato facile. Le dissi che a Milano l’avrei aspettata da persona, non da campagna, e che il resto lo avremmo visto quando il treno fosse arrivato.
Lei chiuse gli occhi. Il chiavistello era ancora tirato, il vetro della porta a metà, il mio sperma ancora in lei come una cosa che non avevamo pulito per far finta di niente. Restava la città, e chi aveva lasciato sulla soglia, e chi aveva lasciato in ufficio, e il fatto che adesso non poteva più sparire dentro un’immagine che torna a casa. Il treno correva verso sud e noi non scendemmo.