
Erika e le scarpe che non compra
Storia erotica fetish piediFeticismo12 min di lettura
Un racconto di Erika Bennett
Erika Bennett, 23 anni, resta dopo un fitting serale nell'atelier milanese di un designer che non le ha ancora detto perché l'ha trattenuta. Lui guarda i suoi piedi come se il resto del contratto non contasse. Quello che segue non è una prova di scarpe.
L’atelier era rimasto acceso solo sul banco di lavoro, un rettangolo di luce calda in un cortile di Brera dove l’autunno infilava già l’umido sotto le porte. Erika Bennett, ventitré anni, stava ancora in piedi accanto allo sgabello, i capelli castano chiaro raccolti in modo da non toccare il collo della camicia, e non aveva chiesto perché la prova serale non fosse finita con le altre. Non l’avevo detto. Guardavo i piedi, non il contratto, e lei teneva lo sguardo sul bordo del banco come si tiene un argomento che non si intende cedere per primo. La camicia bianca le scendeva dritta sul petto, senza una piega di troppo, e la gonna di lana scura le fermava le ginocchia con quella misura da sfilata che in atelier si impara a leggere in un attimo. Il silenzio tra noi non era imbarazzo. Era il resto di una giornata di prove, di numeri detti a voce bassa, di un mestiere che sa quando smettere di parlare.
Le scarpe dell’ultima calzata, un décolleté di pelle nera con un tacco che le allungava la linea senza concederle equilibrio, restavano allacciate. Le ho fatto segno di sedersi. Si è seduta senza commentare la richiesta, le mani sul bordo dello sgabello, e quando mi sono inginocchiato il pavimento di cemento mi ha mandato su freddo fino alle ginocchia. Da lì la caviglia era vicina, tesa, e la fibbia luccicava ancora del lavoro di un’ora prima. Le ho sganciato la fibbia sinistra con un movimento che apparteneva ancora al mestiere, poi la destra, e le ho sfilato entrambe le scarpe tenendole per il tacco come si tiene un oggetto che si intende usare subito. Il cuoio era caldo di lei. L’ho posato a terra senza rumore, una scarpa accanto all’altra, e ho tenuto lo sguardo sulla calza che restava tesa sulla pianta.
«Se la prova è finita», ha detto Erika, e la frase è durata più di quanto ci si aspettasse, «di solito si torna a parlare di numeri e di date, non di quello che resta a terra.»
Non ho risposto. Le ho afferrato una caviglia e le ho sollevato il piede fino all’altezza della bocca. La calza era fine, autunnale, e sotto il nylon la pianta aveva ancora il segno del cuoio. Il peso del piede nella palma era leggero e preciso, come un oggetto già conosciuto. Le ho passato la lingua sulla volta, lento, e ho sentito i muscoli del piede contrarsi come se stesse per ritirarlo e avesse deciso di no. L’odore era di pelle nuova e di caldo chiuso, e quando ho preso tra le labbra l’alluce, tessuto compreso, lei ha trattenuto il fiato in un modo che non era sorpresa. Ho tenuto la caviglia ferma e ho leccato di nuovo, più largo, seguendo l’arco fino al tallone, e la calza si è fatta umida sotto la lingua. Erika non ha detto altro. Ha solo abbassato un poco il mento, abbastanza da vedere, e le dita della mano sinistra si sono chiuse più strette sul legno dello sgabello.
Le ho sfilato la calza sinistra arrotolandola dal polpaccio in giù, poi la destra, e i piedi nudi sul mio ginocchio avevano la pelle chiara e le unghie corte, pulite, da chi cammina per lavoro e non per vanità. Il nylon è rimasto accartocciato a terra, due fili sottili, e la pianta, libera, ha mostrato il segno rosa del tacco. Le ho leccato la pianta da un capo all’altro, premendo il piatto della lingua, e ho sentito il sapore salato della giornata, il residuo della pelle, il calore che saliva. Erika ha piegato leggermente le dita, non per coprirsi, e quando ho succhiato l’alluce fino a farlo sparire in bocca ha emesso un suono basso, quasi una correzione. Ho tenuto l’alluce tra le labbra un attimo di più, abbastanza da sentire il respiro cambiare, e poi ho passato la lingua tra le dita, lento, sporco, senza alzare gli occhi.
«C’è chi confonde l’attenzione con un favore», ha detto, e ha lasciato la frase lì, chiusa, senza spiegare se stesse parlando di me o di una regola più larga.
Le ho aperto le gambe quel tanto che bastava per tenere entrambi i piedi tra le mani e ho continuato a leccare, più umido, più sporco, la saliva che scivolava verso il tallone. La pelle sotto la lingua era liscia e tiepida, e il piede destro pesava di più, come se avesse già deciso di restare. Le ho passato i denti sul bordo della pianta, abbastanza da farle alzare il mento, e poi ho premuto la lingua nello spazio tra le dita finché non ho sentito il corpo cedere sullo sgabello. Il cazzo premeva contro i pantaloni in un modo che non apparteneva più a una prova. Mi sono alzato abbastanza da slacciarmi, tirare fuori l’uccello già duro, e posarglielo contro la pianta. La pelle del piede era fresca rispetto al calore del glande, e quando ho chiuso i due piedi intorno al cazzo, una pianta contro l’altra, la pressione è stata irregolare e sufficiente. Ho tenuto le caviglie e ho guardato lo spazio stretto, umido, che lei non ha allargato.
Erika ha guardato in basso, non via. Ha mosso le caviglie di sua iniziativa, un piccolo aggiustamento, e il cazzo è scivolato tra le piante umide di saliva. «Si può fare una cosa senza doverle dare un nome», ha detto, e la punta della frase è arrivata tardi, come sempre. «Altrimenti si finisce per doverla difendere.» Non ho chiesto se quella cosa avesse già un nome per lei. Ho solo premuto di più, e lei ha stretto le piante intorno al glande con una precisione che non era casuale.
Ho spinto tra i piedi tenendole le caviglie, il glande che usciva e rientrava nello spazio che lei stringeva senza che glielo chiedessi. La vista era quella che avevo tenuto per tutta la serata: le dita chiare, l’arco, il cazzo rosso che sporcava la pelle di liquido. A ogni spinta le unghie le sfioravano il dorso, e lei non distoglieva lo sguardo. Le ho sputato sulla pianta per far scivolare meglio e ho sentito il filo caldo scendere tra le dita, e lei non ha ritirato il piede. Ha premuto di più, ha ruotato la caviglia in un modo che non era inesperto, e quando le ho detto di tenere così ha obbedito senza commentare l’ordine, che era già una forma di commento. La saliva luccicava sulla pianta sinistra, e il cazzo ci scivolava con un rumore umido, basso, che l’atelier assorbiva senza restituirlo.
Il banco alle sue spalle era pieno di forme di legno, di trincetti, di una fila di tacchi ancora grezzi. L’ho spinta un poco indietro con il ginocchio finché le natiche non hanno toccato il bordo, e ho continuato a fottere lo spazio tra i piedi, più veloce, tenendole le caviglie strette. Lei respirava con la bocca aperta, gli occhi grigio azzurri fissi su quello che stavo facendo, e a un certo punto ha detto, con la stessa calma di chi chiude un dibattito, che chi resta dopo l’orario di solito sa già che cosa sta comprando. La gonna le si era alzata un poco sulle cosce, e la luce del banco le tagliava il viso a metà, lasciando in ombra la bocca.
Non ho ammesso la scusa. Non l’avevo ancora usata fino in fondo. Le ho piegato i piedi in modo che il glande sfregasse sotto le dita a ogni spinta, e il piacere è salito basso, sporco, senza grazia. Le dita le si sono chiuse da sole, un piccolo pugno intorno alla punta, e ho sentito che stava per bastare. Quando sono venuto ho tenuto le caviglie ferme e ho sborrato sulle piante, sui diti, sul collo del piede, fiotti caldi che le hanno coperto la pelle e sono scesi verso i talloni. Erika ha abbassato lo sguardo sul risultato e l’ha tenuto lì, a lungo, come si guarda un argomento che si è scelto di perdere di proposito. Non ha pulito. Non ha detto che era abbastanza. Ha solo ruotato un poco la caviglia, e la sborra si è spostata tra le dita con un movimento lento, visibile, che non ha cercato di interrompere.
Le ho lasciato i piedi così, sporchi, e le ho alzato la gonna fino alla vita. Lo slip era già umido, il cotone scuro tra le cosce, e gliel’ho tirato di lato senza sfilarlo. Il tessuto le è rimasto teso su un fianco, e sotto la fessura era aperta, lucida. Le ho passato due dita sulla fessura e le ho trovate bagnate in un modo che non apparteneva alla prova delle scarpe. Erika ha aperto un poco di più le ginocchia, un consenso che non nominava, e quando le ho spinto dentro il primo dito ha chiuso gli occhi per un attimo, poi li ha riaperti e mi ha guardato come si guarda chi ha smesso di fingere un mestiere. Dentro era calda, stretta, e il dito è scivolato fino in fondo senza resistenza. Ho piegato la falange e l’ho sentita muovere il bacino, un centimetro soltanto, abbastanza.
«Si può anche continuare», ha detto, e ha lasciato che la seconda metà arrivasse dopo, «senza che qualcuno debba spiegare perché è rimasto.»
Le ho messo dentro un secondo dito, poi un terzo, e l’ho sentita stringere, calda, già pronta. I tre diti le hanno allargato la figa con un suono bagnato, e lei ha preso aria senza chiudere le ginocchia. Le ho piegato le gambe sul banco, i piedi ancora lucidi di sborra vicino al viso, e mi sono messo in mezzo. Il cazzo, ancora umido, l’ho spinto nella figa in una sola spinta lunga, fino in fondo, e ho sentito il corpo accoglierlo con un suono bagnato. Erika ha preso aria tra i denti. Le ho afferrato un piede e me lo sono portato alla bocca mentre scopavo, leccando la sborra dalla pianta, tenendo l’altro piede in mano come un manico. Il sapore era mio e suo insieme, salato, e a ogni spinta il banco scricchiolava sotto i fianchi. La pianta contro la lingua era ancora calda dei fiotti, e l’alluce è tornato tra i denti mentre il cazzo le andava fino in fondo.
La tenevo così: un piede in bocca, l’alluce tra i denti, l’altro stretto nel palmo, e il cazzo che entrava fino a farle muovere il bacino incontro. Non era una prova. Non era un favore. Lei alzava i fianchi e prendeva, e quando le ho detto di guardarmi ha obbedito con quella stessa ironia stretta che usava per non concedere il punto. Gli occhi grigio azzurri non hanno chiesto niente. Hanno solo tenuto il punto. Le ho succhiato le dita del piede mentre la fottevo più forte, il pube che batteva contro di lei, e ho sentito la figa chiudersi a ondate, bagnata, rumorosa. Le ho tenuto i piedi aperti, uno per mano, e le ho piegato le gambe indietro finché le piante non sono state accanto alle spalle, esposte, e ho continuato a entrare in quel modo, profondo, senza fretta di finire di nuovo. La sborra sulle piante le luccicava vicino al viso, e lei non ha girato la testa.
Erika ha messo una mano sul bordo del banco per non scivolare e ha detto, a voce piena, che certe stanze funzionano meglio se nessuno pretende di sapersi spiegare. La frase le è uscita intera mentre il cazzo la apriva, e l’ultima parte l’ha detta più bassa, quasi per sé. Le ho premuto i piedi contro il petto, poi di nuovo in bocca, e ho succhiato la pianta ancora sporca mentre spingevo. Il piacere le arrivava visibile, le cosce che tremavano, la bocca aperta senza più quella misura da dibattito. Quando è venuta ha stretto forte, un lungo brivido che le ha alzato la schiena dal legno, e ha fatto un verso che non ha provato a trasformare in una battuta. La figa le ha preso il cazzo a ondate, calda, e ho tenuto le caviglie aperte per sentirla tutta, senza togliere niente.
Non mi sono fermato. L’ho tenuta lì, i piedi in mano, e ho continuato a fotterla attraverso l’orgasmo, più lento, sentendo ogni contrazione. Poi ho accelerato di nuovo, il banco che batteva contro il muro dietro, e sono venuto dentro, profondo, tenendole le caviglie aperte e il viso chino su un piede come se quello restasse il centro. Lei ha sentito i fiotti, ha chiuso gli occhi, e quando ho smesso di spingere è rimasta distesa, la gonna alzata, lo slip tirato di lato, i piedi ancora nelle mie mani. Il respiro le è tornato a poco a poco, e le dita del piede sinistro si sono mosse contro il palmo, un movimento piccolo, come se stesse ancora pesando se chiudere o no.
Il silenzio dell’atelier è tornato a pesare, con il rumore lontano di una moto in via Fiori Chiari. Le ho lasciato i piedi. Lei non si è coperta subito. Si è sollevata sui gomiti e ha guardato il disordine sul banco, le forme di legno, la sborra che le luccicava ancora sulla pianta sinistra, e ha tirato giù la gonna con un gesto che apparteneva di nuovo al lavoro. Lo slip è rimasto di lato un attimo di più, poi se l’è sistemato senza fretta, e i piedi nudi hanno toccato di nuovo il cemento freddo.
Si è ricalzata da sola. Ha preso le calze dal pavimento, le ha esaminate un attimo, poi le ha tirate su con quella precisione da chi sa quanto tempo resta in una stanza dopo che è successo qualcosa che non si nomina. Le scarpe le ho raccolte io e gliele ho tese. Le ha riprese senza ringraziare, si è piegata a infilarle, ha allacciato le fibbie, e quando si è rialzata era di nuovo la ragazza della prova, slanciata, i capelli un poco scostati. Il tacco ha fatto di nuovo il suo lavoro. La linea è tornata quella di prima, e lo sguardo è andato alla porta prima che alla luce del banco.
«La prossima volta non è per i piedi», ho detto. Stavo ancora in piedi, i pantaloni sistemati in modo approssimativo, e l’ho guardata in faccia. «Ti voglio per altro.»
Erika ha inclinato la testa, non ha detto di sì. Ha convertito la cosa in una considerazione più larga, come fa quando una domanda le arriva troppo dritta, e ha osservato che in generale si resta in un atelier per quello che si è venuti a fare, non per quello che qualcuno annuncia dopo. Non ha chiesto che cosa fossi altro. Non ha accettato un altro appuntamento. Si è sistemata il cappotto, ha passato una mano sulla gonna, e per un attimo ho visto che teneva quella frase in bocca, che la girava, che non la restituiva. La mano le è rimasta un secondo di troppo sulla stoffa, poi è scesa, e il gesto è stato quello di chi chiude una prova, non una conversazione.
È uscita nel cortile senza voltarsi a chiudere la porta alle sue spalle. Dalla vetrata l’ho vista attraversare i ciottoli umidi, il tacco che batteva corto, e fermarsi un secondo sotto la lampada del portone come se stesse ancora pesando le parole. Poi è sparita verso la strada. In atelier è rimasto l’odore della pelle, il banco sporco, e il fatto che non mi aveva detto di no in un modo che chiudesse la cosa. Aveva solo scelto di non ammettere per che cosa era restata, e di andarsene con le scarpe di nuovo ai piedi, come se in quella stanza fosse stata soltanto una modella.