
Katarina nello studio a Venezia
Racconto erotico VeneziaStorico12 min di lettura
Un racconto di Katarina Horvat
Katarina, ventidue anni, posa nuda nello studio di un pittore a Venezia perché lui ne faccia una Venere. Lui posa il pennello. La prende sul tavolato sotto la tela, e lei resta da donna, non da quadro.
Lo studio stava sopra il rio di San Barnaba, e la luce di aprile, già alta sul campanile, spalmava i vetri umidi sul tavolato chiaro come se qualcuno avesse versato l’acqua della laguna in stanza. Katarina Horvat posava nuda da mezzogiorno, un ginocchio piegato e un braccio alzato verso le travi: aveva ventidue anni e la pelle prendeva il colore dell’olio prima ancora che il pennello la toccasse. Il committente aveva chiesto una Venere. Dipingevo quella carne ferma, e il viso che prendeva forma sulla tela restava bello, compiuto, e falso.
Tra le dita chiuse teneva una moneta piccola, un rame dalmata che nessuna dea avrebbe stretto in pugno. Gli occhi stavano su un chiodo del muro, come le avevano insegnato a fare quando il mestiere consisteva nel restare quadro. Il pennello andava, e ogni tratto copiava il seno, l’anca, la linea del collo, e in quello stesso andare perdeva la donna che respirava.
«Alvise.» La voce arrivò piena, senza fretta, e restò un attimo appesa al nome. «Il quadro sta prendendo una donna che non sono. Lo vedi anche tu, o continui lo stesso perché ti pagano la menzogna?»
Il pennello scese nel barattolo. L’odore dell’olio di lino, quello che serve a sciogliere i pigmenti, si mescolava a quello dell’acqua ferma sotto le finestre. Katarina non abbassò il braccio. Restava nella posa perché quello era il contratto, e nello stesso tempo il contratto già si spezzava in faccia a entrambi.
«Smetti.» La frase uscì bassa, da uomo che ha capito tardi. «Non dipingo più una Venere. Se resti ferma copio un viso che non ti appartiene, e il quadro diventa un furto.»
Scese dal rialzo del tavolato senza coprirsi, e la moneta restò nel pugno come un chiodo caldo. Si avvicinò al cavalletto, guardò prima la tela e poi gli occhi, e sorrise con quella calma che non chiede permesso a una stanza nuova.
«Allora non resto ferma. Mi hai chiamata per copiarmi e adesso vuoi la donna. Dillo chiaro, Alvise, che mi piace sentirlo detto da chi ha ancora il colore sulle dita.»
La presa arrivò prima della risposta. Le afferrai i capelli in alto, non per far male, soltanto per farle alzare il viso che il quadro aveva già tradito, e la bocca che incontrai sapeva di niente e di tutto, di sale e di attesa. Nel bacio la posa cadde: un ginocchio toccò il legno, l’altro restò piegato, e tra le cosce l’ombra era già umida, già aperta a un uomo che aveva posato il mestiere per prendersi ciò che aveva finto di dipingere.
La feci restare così, quasi nella stessa geometria, un braccio ancora alto per abitudine e il petto in fuori, e mi inginocchiai tra le gambe aperte sul tavolato. L’odore della fica salì caldo, diverso dai pigmenti, vivo in un modo che lo studio non aveva mai tenuto. Le aprii le labbra con i pollici sporchi di terra d’ombra, quel bruno che serve a ombreggiare le carni dipinte, e le passai la lingua in mezzo, lenta, da sotto in su, fino al punto duro che si ritrasse e poi si offrì.
Un suono le uscì dalla gola, e non era suono da modella. Le tenni i fianchi mentre la lingua entrava, prima piatta e poi a punta, e le leccai dentro con la stessa attenzione che poco prima andava alla tela. Katarina spingeva il bacino contro la bocca, il braccio alzato le tremava, e la moneta cadde dal pugno e rotolò verso i barattoli.
«Non chiudere.» Parlai contro la carne bagnata, e il fiato la fece contrarre. «Guarda il soffitto se ti serve, ma non tornare quadro.»
Non chiuse. Aprì di più le ginocchia e mi affondò una mano nei capelli, non per dirigere, per restare agganciata a qualcuno che la vedeva. Le succhiai il clitoride con le labbra strette; poi ci passai i denti appena, quanto bastava a farle alzare il respiro, e due dita trovarono la stretta calda e vi entrarono fino al palmo. Era già sdrucciolevole. Il polso andava e la lingua teneva il ritmo, e veniva avanti a piccoli colpi di fianchi, senza recitare il piacere, senza risparmiarlo.
«Alvise, così mi rovini la posa per sempre.» Lo disse intero, poi abbassò gli occhi e aggiunse, più lieve: «Fa’ pure. Era una posa stupida.»
Le dita si piegarono in cerca di quel punto ruvido all’interno e lo trovai. Si piegò in avanti, il braccio finalmente cadde, e le tette pesarono verso la bocca che restava giù. Le succhiai più forte. Il legno le segnava le ginocchia. Quando venne la prima volta strinse le cosce intorno alla testa e un grido basso riempì lo studio fino ai vetri, un suono di donna presa, non di figura. Restai lì a leccarle la fica mentre le ondate passavano, e il sapore si fece più denso, più suo.
La stesi sul tavolato tra i tubetti aperti e le tele appoggiate al muro, e i colori le sporcarono una spalla, una coscia, il fianco destro. Il cazzo era già duro da un pezzo, pesante, e glielo passai sulla fica bagnata senza entrare, soltanto per sentirla cercare. Katarina alzò il bacino e lo prese lei, con una spinta, e il capo sprofondò in quella stretta calda che si chiuse intorno come una bocca.
«Cazzo.» La parola le uscì vera. «Sei grosso. Aspetta un respiro, poi spingi tutto.»
Aspettai il respiro. Poi spinsi, e l’entrata arrivò fino in fondo, le ossa del bacino contro le sue; restai fermo per farle abituare, per sentire come pulsava intorno. I gomiti toccavano un cencio sporco di cinabro, il rosso vivo dei pittori. Le afferrai le anche e cominciai a fotterla con colpi lunghi, mentre il legno batteva un ritmo sordo sotto le chiappe. Ogni volta che uscivo quasi del tutto stringeva, e ogni volta che rientravo un suono le si spezzava in gola.
La luce di aprile le tagliava il viso. Non guardava la Venere. Guardava la bocca, gli occhi, il punto in cui i corpi si univano, e quella attenzione pesava più di qualsiasi commissione. Le piegai una gamba sul petto per andare più fondo. Il cazzo spariva e riappariva lucido. La fica faceva quel rumore umido che nessuno dipinge. Le premevo il pube contro il clitoride a ogni fine di spinta, e si prendeva anche quello, golosa, senza vergogna.
«Più forte.» Lo chiese intero, e poi, con un filo di presa in giro che non spegneva il caldo: «O hai paura di rovinare anche il pavimento?»
Le risposi fottendola più forte. Un tubetto di ocra rotolò via e le tette ballavano al ritmo dei colpi. Le presi un capezzolo in bocca senza smettere di spingere, e i denti le fecero alzare la schiena. Il sudore le scendeva tra i seni. Il cazzo picchiava in fondo, la stretta si fece improvvisa, ritmica, e venne di nuovo con gli occhi aperti, il viso volto a me, le unghie conficcate nella spalla. Continuai a scoparla attraverso l’orgasmo, più lento, più fondo, finché le gambe le tremarono e una macchia di blu di Prussia, quel blu cupo che non perdona, le si stampò sull’anca come un marchio.
Mi slacciai del tutto, il cazzo lucido del succo che l’aveva bagnato, e mi misi in ginocchio accanto al viso. Katarina si voltò sul fianco, le mani già sporche di colore, ocra e terra e un filo di rosso. Non si pulì. Mi prese il cazzo con quelle dita pittate e se lo portò alla bocca come se il mestiere vero fosse quello. Le labbra si chiusero sotto il glande, la lingua girò, poi scese lenta, e il caldo umido della gola arrivò fino a metà.
Le tenni i capelli raccolti per vederla. Gli occhi restavano su di me, non sul quadro alle spalle. Succhiava con calma da donna che ha deciso, non da bocca affittata. Una mano sporca girava alla base, l’altra teneva le palle, e il colore le si spalmava sul mento, sul collo, sul seno sinistro. Quando il naso toccò il pube restò lì un attimo, la gola aperta, gli occhi lucidi, poi risalì con un filo di saliva che cadde sul legno.
«Sa di me.» Lo disse contro il cazzo, la voce un po’ roca. «E di vernice. Non ti lavi, Alvise. Voglio sentire lo studio in bocca.»
Le andai incontro con i fianchi. Il cazzo spariva tra le labbra strette, usciva, rientrava, e le guance si cavavano. Un filo di blu le attraversava le dita e ora anche l’asta. La succhiava come se avesse fame di restare persona, di lasciare sulla pelle e in gola la prova che non era più un viso a nolo. Le premevo la testa con misura, e prendeva; quando tiravo fuori per farla respirare la lingua mi seguiva, leccava, chiedeva ancora.
La tenni così finché le ginocchia mi tremarono. Poi la staccai, un filo vischioso teso tra il labbro e il glande, e la feci alzare. Le mani sporche le restarono aperte, come palette. La baciai e sentii il mio sapore e il suo, mescolati alla vernice amara. Il pomeriggio piegava. I vetri si erano fatti più gialli. La Venere sul cavalletto guardava ancora un punto vuoto, e in stanza c’era una donna in piedi, bagnata, pittata, con il respiro corto e lo sguardo che non chiedeva il permesso di essere scopata di nuovo.
La girai verso la tela. Le palme si appoggiarono ai bordi del telaio, sopra le spalle dipinte della Venere, e il culo restò in fuori, la fica ancora aperta, lucida, che pulsava. Le sbaiai la schiena. La saliva scese lenta lungo la linea delle vertebre, superò i lombi, e gocciolò sul colore fresco della dea, là dove il pennello aveva finto una pelle che non sudava. Una striscia chiara rovinò il tono dell’incarnato. Katarina voltò la testa, vide lo scempio, e non si scostò.
«Rovina.» La voce era bassa, intera. «Se mi fotte contro quella bugia, almeno la bugia muore giusta.»
Le afferrai i fianchi ed entrai da dietro in una spinta sola. Il cazzo sprofondò fino alle palle. Gemette contro la tela, e il viso dipinto ricevette il fiato caldo di quello vero. Cominciai a scoparla con colpi che le facevano battere il pube sul legno del cavalletto. Ogni spinta le muoveva le tette. La saliva e il sudore spalmavano ulteriormente il colore. Una chiappa, sporca di ocra, strisciò sull’anca della Venere e la sporcò per sempre.
Le tenni i capelli e le alzai il viso, e la fottei più fondo, il bacino che batteva un ritmo da uomo che ha smesso di copiare. La fica stringeva a ogni uscita. Le palle le picchiavano il clitoride. Un gemito si stampò sulla bocca dipinta, umido. Poi la staccai dalla tela, la voltai, e la sollevai di peso per rientrare di faccia, le gambe intorno ai fianchi, la schiena che ora strisciava sulla Venere bagnata, seno contro seno dipinto, culo che spalmava blu e carne.
Guardava me. Non la tela. Gli occhi restavano sui miei mentre il cazzo la apriva in piedi, contro il quadro che non era più un quadro. Le vennero le lacrime senza pianto, soltanto sforzo e piacere. Le morsicai una spalla. Spinsi fino in fondo e tenni, e il calor bianco salì rapido, inevitabile. Sborrai dentro, a ondate, il cazzo che saltava contro il fondo, e il seme la riempì mentre veniva di nuovo, stretta, gli occhi aperti su di me, la bocca aperta sul nome. Il corpo scivolò sulla Venere bagnata e l’immagine si ruppe: un seno dipinto sparì sotto una spalla viva, un viso d’olio ricevette i capelli, e la prova restò lì, umida, irrimediabile.
La sedia dello studio era vecchia, di noce, con i braccioli consumati dai gomiti di chi guardava posare. La misi lì, le gambe aperte a cavalcioni sulle mie, il cazzo di nuovo duro perché la vista di lei piena di sborra e di colore non lasciava scampo. Scese da sola. Si infilò il cazzo con una mano, lenta, e quando fu tutta seduta restò ferma un attimo, la fronte contro la fronte, il respiro che si mescolava.
«Adesso mi vedi.» Lo disse senza fretta, e il calore della frase non pesava perché subito dopo, più lieve, aggiunse: «Anche se la sedia scricchiola come un vecchio, Alvise. Muoviti.»
Le presi i fianchi e la feci salire e scendere. Le tette le ballavano a un palmo dalla bocca, e le succhiavo i capezzoli a turno mentre si scopava da sola sul cazzo, poi si lasciava alzare, poi riprendeva il ritmo. La fica faceva schiocco. Il seme di prima usciva intorno all’asta e le scendeva sulle palle, sul legno della sedia, sul pavimento già perso. Le tenni il pube premuto quando scendeva, perché il clitoride trovasse osso, e gettava la testa indietro e poi la raddrizzava sempre verso di me.
Fuori il rio batteva piano contro i mattoni. Dentro c’era soltanto il legno, la carne, e quella faccia che rifiutava la tela alle spalle. La scopai così a lungo che le cosce le tremarono. Un terzo dito, il mio, le raggiunse il culo, umido di lei, e premette all’ingresso senza entrare del tutto, soltanto per farle allargare il respiro. Katarina spinse indietro contro quel dito e avanti contro il cazzo, e venne con un suono rotto, lo sguardo ancora lì, sulle pupille, non sul dipinto. La tenni dentro attraverso i spasmi. Poi la strinsi, il viso nei capelli che sapevano di olio e di sale, e restammo fermi sulla sedia finché il buio di aprile non riempì i vetri e lo studio divenne una stanza qualunque, con una donna nuda in grembo e un quadro assassinato alle spalle.
La mattina entrò bassa, grigia d’acqua, e trovò i corpi ancora lì, coperti da un lenzuolo da pittore che puzzava di trementina, il solvente che i colori non perdonano. Katarina dormiva di fianco, una mano chiusa, e tra le dita la moneta dalmata aveva resistito a tutta la notte. Mi alzai senza far rumore e andai al cavalletto.
La Venere non c’era più. C’era una rovina: saliva secca, un’impronta di spalla, il blu spalmato da un culo vivo, il viso d’olio attraversato da capelli e da un palmo. Chiunque in città, passando, avrebbe capito che quella tela aveva smesso di essere un mestiere. Restava in studio come una prova, e Venezia, che parla anche quando finge di non vedere, avrebbe avuto modo di nominarla.
Katarina si svegliò e non riprese la posa. Si coprì soltanto le spalle col lenzuolo, si avvicinò, e guardò lo scempio con gli occhi ancora gonfi di sonno. Non chiese se si poteva salvare. Restò in piedi accanto al legno sporco, nuda dai ginocchi in giù, e la fame di essere presa col proprio nome le stava ancora addosso, visibile nel modo in cui cercava il fianco, non il cavalletto.
«Non posso più farmi pagare per stare ferma.» Lo disse intero, senza teatro, e poi, più basso, con quel filo che toglieva peso: «Figurati, Alvise. Mi riconoscerebbe anche il rio.»
Fuori una barca passò lenta. Dentro restava lei, e la tela rovinata, e il fatto che non si vestiva per andarsene. La moneta le tornò nel pugno. Gli occhi, stavolta, non cercavano un chiodo sul muro. Cercavano la bocca di chi l’aveva fatta muovere, e lo studio, col suo odore di olio e di sesso, teneva entrambi lì, senza contratto, mentre la prova secca sulla tela non avrebbe più taciuto.