
Katarina sull'altare del faraone
Racconto erotico in EgittoStorico11 min di lettura
Un racconto di Katarina Horvat
Katarina, ventidue anni, arriva dal mare come tributo straniero nel tempio di un faraone che colleziona volti. Lui la vuole sul sacrario come donna, non come statua. Lei sceglie di restare e di farsi prendere sulla pietra.
Il crepuscolo scendeva su Tebe come una polvere d’oro e il calore dell’estate restava attaccato alla pietra del sacrario, un tepore ostinato che la notte non riusciva ancora a staccare dalle lastre. Feci entrare Katarina Horvat, ventidue anni, quando le torce erano appena state accese lungo le pareti dipinte di blu e di ocra. Camminò a piedi nudi sul lastricato ancora caldo, una moneta dalmata stretta nel pugno, un pezzo d’argento dell’altra sponda portato come prova di un’origine che in quel recinto nessuno sapeva pronunciare per intero. L’avevano condotta dal mare come tributo straniero, un viso che i pittori della corte avrebbero voluto copiare fermo per sempre, inchiodato all’intonaco prima che potesse cambiare espressione. Qualcun altro l’aveva già presa al buio; adesso stava lì con la luce sulle guance, come se avesse deciso di non nascondere più il viso.
La veste di lino le aderiva al petto per il sudore dei corridoi e del fiume. Respirava in fretta, eppure non abbassò lo sguardo quando i sacerdoti si fecero da parte. Alzò il mento verso le lampade a olio e parlò con quella voce piena, senza fretta, che sembrava già appartenere al luogo.
«Mi chiamo Katarina», disse, e la frase arrivò intera, senza spezzarsi contro le colonne. «Non il nome che hanno messo sulle tavolette quando mi hanno sbarcata. Quello vero. Se mi vuoi sul tuo altare, Rahotep, almeno sappi chi stai mettendo sulla pietra.»
Le presi il polso, quello del pugno chiuso sulla moneta, e sentii il metallo piccolo e caldo contro il palmo. Non le aprii le dita. Con l’altra mano le sollevai il viso perché la luce la colpisse tutta, non soltanto il profilo che i copisti amavano tracciare di lato, come si traccia una cosa già morta.
«Katarina», ripetei. Oltre le colonne la corte trattenne il respiro. Nel tempio si invocavano le dee, e tenni quel nome in bocca come si tiene una cosa viva.
Sorrise, e il sorriso ebbe un filo di gioco proprio mentre il cuore le batteva visibile alla gola.
«Allora non mi farai stare ferma. Bene. Odiavo le pose.»
Le slacciai la veste all’omero. Il lino scese lento lungo il petto, si fermò un attimo sui fianchi come se anche il tessuto esitasse, poi cadde ai piedi nudi e restò lì, un mucchio chiaro sulla pietra. Rimase nuda sul lastricato caldo, con le spalle dritte e i capelli scuri sparsi sulla schiena, e non coprì il sesso con le mani. Guardò come si guarda un uomo che sta per toccare, non un dio da placare.
Presi la coppa dell’olio sacro dal bordo dell’altare e me ne versai un poco sul palmo. L’odore di nardo, quell’unguento denso e dolce, e di resina riempì lo spazio basso tra i corpi. Le posai le mani sulle spalle e cominciai a ungerle la pelle. Scesi piano lungo le braccia, palmo dopo palmo, e soltanto dopo passai al petto, dove i capezzoli si indurirono sotto i polpastrelli ancora prima che li sfiorassi apposta. Katarina inspirò a fondo e non si tirò indietro; avanzò anzi di un passo, abbastanza perché il ventre le toccasse il lino della gonna di corte, e l’olio le scivolò tra i seni fino all’ombelico.
«Sei freddo sulle dita e caldo sulla bocca», mormorò, e rise piano, come se la cosa la divertisse in un luogo dove nessuno rideva. «Continua. Se devo essere unta, almeno fallo come se ti importasse di me e non del rito.»
Le unsi i fianchi, poi il basso ventre. Quando le dita arrivarono al triangolo scuro tra le cosce, aprì le gambe senza che glielo chiedessi. La fica era già umida, le labbra gonfie, e l’olio si mescolò a quel caldo vischioso mentre le sfregavo piano, su e giù, senza entrare ancora. Un gemito le uscì dalla gola e lo lasciò andare intero, senza coprirlo con una preghiera. Le affondai un dito tra le pieghe e lo trovai facile, stretto; si sporse contro la mano come una che ha deciso, non come una che subisce.
La sollevai di peso. La posai sull’altare di pietra liscia, quella lastra che i sacerdoti toccavano soltanto con panni puri. Katarina si distese sulla schiena, i capelli sparsi sull’ocra dipinta, le ginocchia piegate, e tenne ancora la moneta in un pugno, lontano dal bordo. Le aprii le cosce con i palmi e la guardai così, nuda e lucida d’unguento, con la fica aperta verso le torce. Non era una statua: si muoveva, respirava, e teneva gli occhi su di me.
«Se mi lecchi, guarda me», disse. «Non il soffitto. Non un’idea. Me.»
Mi piegai tra le gambe. Le posai la bocca sulla fica senza preamboli da cerimonia, e l’odore di lei, sale e olio e calore, mi riempì il naso. Le allargai le labbra con i pollici. Le passai la lingua in mezzo, lenta, dal basso fino al clitoride, e Katarina emise un suono basso che rimbombò contro le colonne. Le succhiai il clitoride tra le labbra; poi lo leccai in cerchi stretti e le cacciai la lingua più dentro, quanto bastava per sentirla stringersi. Mi scivolarono le mani sulla testa e le dita si chiusero tra i capelli, non per spingere, per tenermi lì.
Leccai con pazienza e con fame insieme. Ogni tanto alzavo gli occhi e la vedevo con la bocca aperta, le palpebre mezze chiuse, il petto che saliva in scatti. Le misi un dito dentro mentre continuavo a succhiarle il clitoride, poi un secondo dito, e la fica le si strinse intorno, calda e già pronta. Spinsi. Piegai le dita verso l’alto, cercando quel punto che la fece inarcare di colpo, e disse il nome in un fiato spezzato, senza titolo, come si dice un uomo che ti sta mangiando la fica sull’altare di pietra.
«Così», gemette. «Proprio così. Non fermarti perché qualcuno guarda. Se guardano, che vedano che vengo.»
Accelerai. La lingua le premeva il clitoride in colpi corti e umidi, le dita le andavano dentro con un ritmo che faceva schioccare l’olio. Katarina tese le cosce, i piedi le si piegarono contro gli omeri, e venne con un grido che non assomigliava a nessuna litania. La fica le pulsò intorno alle dita in ondate strette, il ventre le tremò, e le scesero due lacrime agli angoli degli occhi senza che smettesse di tenermi la testa tra le gambe. Continuai a leccarla finché le scosse si fecero più rade. Allora mi tirò su per i capelli, ansimando, con la bocca già in cerca della mia.
La baciai. Sentì il proprio sapore sulla lingua e non si ritrasse. Mi morse il labbro inferiore, dolce e poi meno dolce, e rise ancora, bassa, contro i denti.
«Adesso tocca a te. Voglio il cazzo in bocca prima che mi fotti sulla pietra. Voglio sentire quanto sei duro per me, non per il tempio.»
Mi slacciai la gonna e il cazzo mi saltò fuori già gonfio, lucido in punta. Katarina si mise a sedere sull’altare, le gambe ancora aperte, e mi afferrò l’anca per avvicinarmi. Si chinò. Mi prese il cazzo in bocca tutto d’un fiato, calda e umida, e scese fino a sentirmi in gola, senza teatralità, come una che sa cosa vuole. Le posai una mano sulla nuca, non per costringerla, per sentirle il movimento. Succhiava con le labbra strette, la lingua piatta sotto il glande, e ogni tanto alzava gli occhi e guardava mentre il cazzo le spingeva una guancia.
«Katarina», dissi, e fece un suono intorno al cazzo, un sì gorgogliato che mi mandò un brivido fino ai coglioni. Le afferrai i capelli e le guidai il ritmo, più fondo. Aprì la gola e accettò, gli occhi umidi, la saliva che le colava sul mento e le cadeva tra i seni unti. Con una mano si toccò la fica mentre succhiava, due dita che le entravano facili, e il rumore umido si mescolò al suono della bocca sul cazzo.
La tenni così a lungo, sentendole la gola chiudersi e riaprirsi, finché il piacere mi salì troppo vicino al bordo. La tirai indietro per i capelli. Il cazzo le uscì dalla bocca con un filo di saliva. Katarina leccò le labbra, ansimò, e dal basso guardò con una chiarezza che non aveva niente di sacro.
«Dentro», disse. «Sulla pietra. Di faccia prima, perché voglio vederti. Poi come ti pare. Non recitare. Scopami.»
La distesi di nuovo sull’altare. Le alzai le ginocchia contro il petto, mi misi tra le cosce e le strofinai il glande sulla fica bagnata, su e giù, finché non mosse i fianchi per prenderlo. Spinsi e entrai d’un colpo solo, fino in fondo, e la stretta calda mi strappò un gemito che i sacerdoti oltre le colonne dovettero sentire. Katarina aprì la bocca senza voce. Poi inspirò e mi tirò più dentro con i talloni sui glutei, come se la pietra sotto la schiena non contasse niente rispetto a quel riempirsi.
La scopai così, di faccia, con colpi lunghi che facevano battere le natiche sulla lastra unta. Le tenevo i fianchi e la guardavo; ogni volta che sprofondavo diceva qualcosa, un sì, un nome, un suono rotto. Le presi un seno in bocca e le succhiai il capezzolo mentre continuavo a fotterla, e la fica le si strinse a ogni succhiata. Il tempio odorava di sesso e di nardo, e le torce facevano ombre sul ventre che si scontrava col mio.
«Katarina», dissi, restando dentro, e non dissi Iside, non dissi Hathor, non dissi nessun nome dipinto sulle pareti. Dissi quello, chiaro, mentre il cazzo le apriva la fica sulla pietra del sacrario. Le corsero le lacrime sugli zigomi e pianse senza voltare la testa; invece di chiudersi mi tirò più a fondo, le unghie nella schiena, i fianchi alzati per prendere ogni centimetro.
«Ancora», soffiò. «Dillo ancora. Non quella cosa che dicono loro. Me.»
La voltai. La misi a pancia in giù sull’altare, il petto contro la pietra calda, il culo alto, e le rientrai in fica da dietro con una spinta che le fece battere le anche. Le afferrai i capelli e le sollevai la testa perché la corte, se voleva copiarle il viso, lo copiasse così, con la bocca aperta e gli occhi pieni. La scopai più forte, il bacino che le sbatteva contro il culo, le palle che le picchiavano la fica già rossa e lucida. Katarina spingeva indietro a ogni colpo, cercando, prendendo, e la voce le usciva a pezzi contro la lastra.
Le misi un pollice sull’ano, unto d’olio, e lo feci entrare piano mentre il cazzo le lavorava la fica. Gemette lungo, un suono che partiva dal ventre, e non disse di no: disse il nome, e lo disse più forte. La pietra le segnava le ginocchia e i palmi, e restava comunque aperta, comunque in movimento, lontana da qualsiasi immagine da fissare sul muro.
Le uscii dalla fica e le posai il glande sull’ano. L’olio e i succhi resero tutto scivoloso. Spinsi piano, sentendo l’anello stringere e poi cedere, e il cazzo le scivolò nel culo centimetro dopo centimetro, finché le palle le toccarono le natiche. Katarina inspirò con un suono acuto e poggiò la fronte sulla pietra, le spalle che tremavano; poi spinse indietro lei, prendendomi fino in fondo.
«Cazzo», mormorò, e la parola sporca suonò giusta in quella bocca. «Così. Usami. Non farmi la santa adesso.»
La inculai con colpi profondi e misurati, una mano sui fianchi e l’altra tra le gambe a strofinarle il clitoride. Il culo le era stretto in un modo che toglieva il respiro, caldo, e ogni volta che sprofondavo ne usciva un gemito basso che si faceva più umido, più rotto. La fica le pulsava sotto le dita e venne di nuovo, stretta intorno al cazzo che le tenevo nel culo, le gambe che le vacillarono sull’altare. La tenni ferma e continuai, più lento, sentendola venire a ondate. Poi la tirai indietro per i capelli e le cacciai il cazzo in bocca.
Venii così, in gola, con un gemito che non riuscii a tenere. La sborra le riempì la bocca; inghiottì, non tutta, e un filo le colò sul mento. Mi succhiò il glande ancora pulsante, pulendolo, e alzò gli occhi. Non c’era umiltà in quello sguardo, soltanto fame, una tenerezza sporca, e il resto della recita caduto da qualche parte tra la pietra e l’olio.
Non bastò. Ero ancora duro, o lo ridivenni guardandola così, nuda e lucida, con la sborra all’angolo della bocca. La rimisi sulla schiena. Le aprii le gambe e le rientrai in fica, dove era larga e bagnata e mia. La scopai con colpi corti e fondi, fronte contro fronte, e mi tenne il viso tra le palme. Venii di nuovo dentro, profondo, sentendo la sborra mescolarsi a quello che c’era già, e Katarina mi strinse con le gambe e mi tenne lì, piena, mentre il respiro le tornava a poco a poco.
Restammo sull’altare finché le torce si fecero più basse. Le pulii la bocca con il pollice; mi prese il dito tra le labbra, poi lo lasciò andare. La moneta era ancora nel pugno sinistro, le nocche bianche, e non gliela tolsi. Le sistemai i capelli dietro un orecchio e si lasciò fare, calda, vera, con le cosce umide di sborra e d’olio.
«Restare è una scelta», dissi. «Non una posa. Non una statua nel sacrario.»
Katarina guardò a lungo, e quando parlò la voce ebbe ancora quel calore intero, poi un taglio lieve che impediva al calore di diventare preghiera.
«Resto. Ma se mi fai copiare ferma, Rahotep, ti mordo. Lo sai, vero?»
La feci scendere dalla pietra e le misi sulle spalle un lino pulito che non copriva abbastanza. All’alba la corte tornò tra le colonne, pittori e sacerdoti e donne con i vasi d’acqua. Si inginocchiarono quando mi videro tenerla accanto, nuda sotto il lino, con i segni della pietra ancora sulle scapole. Qualcuno già mormorava dea, donna del faraone, viso da fissare sul muro. Katarina non chinò il capo. Strinse la moneta e guardò quelli che si piegavano, poi guardò me, e in quegli occhi c’era una fame che l’inchino non aveva spento. Non cercava ginocchia: cercava ancora le mani, la pietra, il nome detto basso mentre qualcuno la prendeva senza chiederle di restare santa.