
Zara nello showroom spento
Racconto erotico due donneQueer10 min di lettura
Un racconto di Zara Chen
A Milano, dopo un servizio di bellezza, lo showroom resta chiuso. Bianca non le dice che è bella. Le chiede di camminare ancora senza flash, e Zara capisce che stavolta la stanno guardando per come sta in piedi.
Lo showroom restò chiuso dopo il servizio di bellezza, e Milano di ottobre premeva già sulle vetrine con un freddo umido che sapeva di foglie e di taxi. Io rimasi in fondo, tra gli specchi spenti a metà, mentre la troupe caricava gli ultimi bauli e Zara Chen stava ancora in piedi sull’asse di legno dove l’avevano fatta girare per ore. La luce dei faretti, ormai spenta, le aveva lasciato una traccia calda sulla pelle, un rossore basso sulle clavicole che il fondotinta non copriva più. Non le avevo detto di vestirsi. Avevo le chiavi in tasca e le dita chiuse intorno al metallo come se quello bastasse a tenere ferma la notte.
Gli assistenti uscirono senza voltarsi. La porta a vetro chiuse il rumore della strada in un colpo solo, e restammo noi due e l’odore dello spray sui tessuti nuovi. Qualche appendiabiti vuoto oscillava ancora, lento, e il legno del podio scricchiolò quando lei spostò un tacco. Zara sistemò una spallina con la grazia che le campagne le chiedono sempre, poi mi guardò e capì che non stavo chiudendo. Chiese se volevo un altro scatto senza luce, e la battuta le uscì abbastanza educata da poter ancora passare per lavoro. Io scossi la testa e uscii dal buio quanto bastava perché vedesse che non avevo la macchina fotografica.
«Cammina ancora. Senza flash. Senza posa.»
Lei restò ferma un attimo, poi fece tre passi verso gli specchi e il rumore dei tacchi riempì lo spazio vuoto. L’abito le batteva appena sulle cosce, un tessuto scuro che prendeva la luce residua della strada e la restituiva a pezzi. Io non lodai il viso. Guardavo come teneva il peso, come le ginocchia decidevano prima delle spalle, come stava in piedi quando nessuno le diceva dove mettere le mani. Zara lo sentì. La presa delle maniere le scivolò via dalla bocca e la voce le si fece più semplice.
«Mi hai guardata prima.» Non era una domanda, ed era già più vera di qualunque posing della giornata.
«Quando nessuno scattava. Come stavi ferma. Non come ti mettevano.»
Lei smise di fare battute. Si fermò davanti allo specchio più largo e per un momento fu solo una donna in un abito che non era suo, con il respiro visibile nel vetro. Io mi avvicinai fino a sentire il calore che le saliva dal collo. C’era odore di pelle e di trucco stanco, e sotto, più basso, qualcosa di suo che il servizio non aveva toccato. Lei non indietreggiò. Mi prese il bavero del cappotto con due dita, un gesto piccolo e deciso, e mi tirò abbastanza da far capire che la scelta era anche sua. Disse che se la baciavo lì, dopo non poteva più fingere, e la frase le restò aperta perché adesso non la stavo più inquadrando. La posta era quella, e tutte e due la vedevamo.
La baciai comunque. La bocca le sapeva di balsamo e di stanchezza, e quando aprii le labbra lei rispose con una fame che il servizio non le aveva chiesto. I denti le sfiorarono il mio labbro inferiore, poi la lingua le venne incontro, calda, umida, senza la pazienza che le avevo visto usare tutto il giorno. Le misi una mano sui fianchi e sentii l’abito scivolare sotto il palmo. Zara spinse il bacino contro di me e io capii che era già bagnata, che lo era da prima, che il passo senza posa era stato solo il permesso.
Le tirai giù la zip lungo la schiena e l’abito cadde fino alle anche prima che lei avesse finito di inspirare. Restò in mutandine di pizzo chiaro e in un reggiseno che non serviva più a niente, e io le abbassai entrambi con le mani che non chiesero permesso perché lei già alzava i fianchi. La fica le apparve scura e lucida tra le cosce, i peli curati in una striscia sottile, e l’odore caldo mi colpì prima ancora che la toccassi. Zara si appoggiò allo specchio con i palmi aperti e mi guardò da sopra la spalla, corta e precisa, perché adesso sapeva di stare al centro.
«Allora guardami così.»
Mi piegai quanto bastava per metterle la bocca addosso restando lei in piedi. Le aprii le labbra con i pollici e leccai in mezzo, lenta all’inizio, poi più dura quando sentii il clitoride gonfio sotto la lingua. Il sapore le arrivò subito, denso, e io lo presi senza fretta, come se avessi tutto il tempo che il servizio ci aveva negato. Zara emise un suono basso e aperse di più le gambe. Il vetro le freddava le spalle e io le tenevo i fianchi fermi mentre la succhiavo, le labbra strette intorno a quel punto, la lingua che spingeva e ritirava. Lei era già viscida. Il sapore mi riempì la bocca, salato e denso, e io ci affondai il viso come se avessi aspettato tutta la campagna per quello.
Le infilai due dita quanto bastava per tenerla aperta e continuai a succhiarle il clitoride con un ritmo che non le lasciai scegliere. Dentro era calda, stretta, e le pareti le pulsarono appena le dita si piegarono. Zara batté una mano sullo specchio e chiese più forte, con la voce già rotta, e io obbedii perché quella era la prima volta che la sentivo comandare senza un brief. Le cosce le tremarono contro le mie orecchie. Venne presto, come avevo voluto, con un gemito che le uscì dai denti e con la fica che mi pulsava contro la lingua a ondate strette. La tenni lì finché non si piegò in avanti, ancora appoggiata al vetro, e le baciai l’interno della coscia dove era bagnata fino al ginocchio. Lei restò aperta, il respiro che le appannava lo specchio, e io non le dissi che era bella. Le dissi che così, senza posa, valeva di più, e lei chiuse gli occhi come se quella frase le facesse più male del piacere.
La girai prima che il respiro le tornasse intero. Il viso finì contro lo specchio e il culo mi restò a portata di bocca, tondo, teso, ancora contratto dal piacere. Le aprii le natiche con i palmi e la leccai lì, dalla fica in su, lenta, fino al buco che si stretse sotto la lingua. Zara tirò aria tra i denti e spinse indietro i fianchi, un movimento piccolo e chiaro. Io ci misi più saliva e ci girai la punta della lingua, poi succhiai il bordo mentre le dita le tornavano dentro la fica, tre stavolta, fino al palmo.
La scopai così, in piedi, con le dita curve a cercarle quel punto ruvido mentre la lingua le lavorava il culo. Zara diceva cose spezzate, il mio titolo di lavoro mescolato a parolacce, e io non le chiesi di stare zitta. Volevo sentirla perdere la posa. Le allargai di più e ci spinsi la lingua dentro, poco, quanto il corpo le concedeva, e le dita andarono più veloci, bagnate fino al polso. Il suono era osceno nel silenzio dello showroom, umido e regolare, e lei ci si abbandonò come se avesse smesso di contare quanto le pagavano la schiena dritta.
Venne di nuovo con le ginocchia che cedettero, e io la tenni su, la bocca ancora sul culo, finché le scariche non le attraversarono tutta la schiena e un filo di succo le scese lungo una coscia. Restò un momento con la fronte contro il vetro, e quando parlò la voce le uscì bassa, quasi stanca di proteggersi. Disse che togliere la posa la spaventava, che senza campagna non sapeva cosa restava da guardare. Io le baciai la spina dorsale e le risposi che restava proprio quello, il modo in cui stava ferma quando nessuno scattava, e lei non fece più battute.
Quando si voltò aveva gli occhi lucidi e nessuna intenzione di restare la ragazza del brief. Si mise in ginocchio sul legno, mi aprì i pantaloni e mi tirò giù anche le mutandine con una decisione che mi fece male di piacere. Mi succhiò la fica come se avesse fame vera, la lingua larga prima, poi stretta sul clitoride, due dita già dentro di me. Io le presi i capelli senza tirare abbastanza da farle male, solo per sentirla lavorare. Zara alzò gli occhi e mi guardò mentre mi leccava, e quella cosa mi sfonò più delle dita.
Poi mi fece piegare un poco, mi aprì dietro e ci mise la lingua anche lì, umida, insistente, mentre una mano mi teneva aperta davanti. Io venivo già da prima. Il calore della sua bocca mi saliva nella pancia a ondate corte, e ogni volta che la lingua le passava dal clitoride al culo io perdevo un pezzo di quella distanza che al lavoro mi teneva intera. Lei lo capì. Andò più a fondo, mi scopò con le dita e mi leccò il buco nello stesso respiro, e quando succhiò di nuovo il clitoride lessi il piacere fino alle ginocchia. Venni in mano sua, sulle sue labbra, con un gemito che mi uscì contro lo specchio, e lei non si staccò finché non le dissi, con la voce rotta, che bastava, che la sentivo ancora.
Zara si pulì la bocca con il dorso della mano e restò in ginocchio un attimo di troppo, come se volesse vedere se io sapevo ancora comandare. Io le accarezzai la guancia e lei vi si appoggiò, calda, e in quel gesto c’era più potere di qualunque brief che le avessi mai mandato.
Ci spostammo sul podio delle prove perché le gambe non tenevano più il pavimento. Io mi sdraiai sulla passerella stretta e Zara mi salì in faccia, le ginocchia ai lati della testa, la fica ancora gonfia e lucida che mi scese sulla bocca. La tenni per i fianchi e la mangiai così, dal basso, mentre lei si muoveva sopra di me con un ritmo che alla fine scelse lei. Guardava verso le vetrine. Lo vidi dal modo in cui le cosce si tesero.
Disse che si vedeva la strada, e non si alzò. Io le strinsi i fianchi e le risposi che lo sapevo, che un adulto che passava poteva vederla seduta sulla mia bocca, nuda dal ventre in giù, e che se voleva potevamo spostarci dietro i pannelli. Zara restò. Si abbassò di più, mi riempì il viso, e io le succhiai il clitoride alzando la testa quanto potevo. Il rischio le bagnò ancora di più. Lo sentivo sul mento, denso, e ogni volta che una luce di macchina leccava il marciapiede lei spingeva più forte, come se volesse essere vista proprio adesso che nessuno le diceva come stare.
Venne di nuovo con le mani nei miei capelli e con un suono che non cercò di coprire. Io la tenni aperta e le bevvi tutto, lenta, finché i tremiti non le scesero nelle polpaccia. Quando scese eravamo entrambe viscide fino alle cosce, e il legno sotto di me era già umido.
Si sdraiò contro di me sul podio e mi prese una gamba, mi aprì, e ci sfregammo le fiche una contro l’altra, lente prima, poi dure, il clitoride che trovava l’altro clitoride in un contatto bagnato e impreciso. I vestiti che ci eravamo tirate a metà si inzupparono. L’abito di lei, la mia camicia, tutto prese quel caldo. Zara mi baciò mentre ci macinavamo, e il bacio era disordinato, pieno di denti. Guardammo tutte e due verso il vetro. Una figura lontana attraversò il marciapiede e non si fermò, e noi non ci fermammo. Io le strinsi i fianchi e spinsi più forte, e lei venne con la fronte contro la mia, un gemito basso che mi entrò in bocca, e io la seguii, bagnandole ancora il ventre, scegliendo di restare visibili.
Restammo così, una sull’altra, il respiro che si ricalmava a pezzi. Zara mi passò un dito tra le labbra e lo succhiò come se volesse tenersi il sapore, poi rise piano, senza la battuta di prima, solo calda. Io le accarezzai i capelli umidi sulla fronte e sentii che il conflitto era ancora lì, sotto il piacere: se cedeva nello showroom del marchio che la pagava, non poteva più fingere che il desiderio fosse solo lavoro. Lei lo sapeva. Lo teneva negli occhi aperti, e non si coprì.
Ci rivestimmo senza parlare troppo. Zara riagganciò l’abito con le dita ancora umide e per un attimo aprì la bocca come per chiedere se potevamo andare a casa mia. Non lo fece. Restò la professionista, la schiena di nuovo dritta, lo sguardo che tornava a misurare la distanza. Io le misi in mano le chiavi della palestra del marchio, quelle che aprono il locale sotto lo showroom all’alba, e non le spiegai a cosa servivano. Lei le chiuse nel pugno e mi guardò una volta sola.
«Bianca.» Fu l’unica volta che il nome mi arrivò così, senza la distanza del lavoro. Poi si coprì con il cappotto e uscì prima che io potessi chiederle di restare.
Io spensi gli specchi e chiusi. A casa non dormii. Sapevo che nemmeno lei avrebbe chiuso gli occhi, che era ancora bagnata sotto i vestiti puliti, e che all’alba avrebbe usato quelle chiavi per bruciare il resto del desiderio in palestra, da sola, prima che qualcuno la vedesse sveglia.