
Emma nell'appartamento dei contenuti
Racconto erotico zia maturaTabù11 min di lettura
Un racconto di Emma Romero
Il nipote di suo marito bussa all'appartamento dove Emma gira i contenuti. La chiama zia come se fosse già un accordo. La camera è accesa, poi no.
L'appartamento stava al terzo piano di un palazzo quieto verso Porta Venezia, e quella notte di primavera Milano teneva ancora i marciapiedi tiepidi. Io stavo davanti alla porta con il telefono acceso sul suo feed, perché l'avevo trovata così, non a una cena di famiglia. Emma Romero, moglie di mio zio, insegnante di letteratura e creatrice di contenuti, girava in quella casa che non era una casa, e io avevo deciso di bussare. Quando ha aperto, la luce del set le tagliava il collo e un microfono le pendeva dalla camicia sbottonata. L'ho chiamata zia come se il titolo fosse già un accordo, e lei non mi ha cacciato.
«Sei tu», ha detto, e la frase le è restata aperta in bocca abbastanza a lungo da capire se io ascoltavo davvero. Io ho ascoltato. Sono entrato senza togliere le scarpe, perché il pavimento era già un set e non una soglia da rispettare. Il soggiorno teneva un letto bianco, due luci dure, un treppiede, e sul tavolo un taccuino pieno di versi che lei usava per i titoli. In gioco c'erano il suo matrimonio, la facciata, il canale, persino l'aula che lei teneva lontana da quella stanza. Se qualcuno avesse messo insieme le vite, le avrebbe viste tutte in una volta sola.
Lei ha lasciato la porta socchiusa alle mie spalle e è tornata sotto le luci senza coprirsi. La camicia le arrivava a metà coscia e sotto non aveva niente. Mi ha fatto segno di restare fuori dall'inquadratura, e ha ripreso a parlare alla camera come se il lavoro fosse già in corso. Io restavo nel buio del corridoio e la guardavo. Emma si è seduta sul bordo del letto, ha aperto le ginocchia e ha fatto scorrere due dita sulla figa già lucida, senza smettere di guardare l'obiettivo. Sapeva che io c'ero. Respirava più fondo quando le dita le entravano, e ogni tanto voltava la bocca verso il punto in cui stavo, come se il pubblico fossi io e la camera soltanto un alibi.
«Resta lì», ha detto, e ha spinto le dita più dentro, il palmo premuto sul clitoride, le cosce che le tremavano appena. Io ho aperto i pantaloni senza entrare nel quadro. Il cazzo mi si era indurito a vederla lavorare così, da sola e non da sola, e lei ha sorriso quando ha capito dal suono. Ha continuato a filmare ancora un pezzo, la voce calda, le dita bagnate fino al palmo, e io l'ho sentita venire una prima volta piccola, un sospiro che ha tenuto basso per non rovinare l'audio. Poi ha spento la camera per davvero. Il click del tasto è stato più netto di qualsiasi parola.
Emma si è alzata, si è tolta il microfono e me lo ha messo in mano come si consegna una prova. La camicia le è scivolata da una spalla. Si è inginocchiata davanti a me sul tappeto del set, mi ha preso il cazzo con tutte e due le mani e me lo ha messo in bocca guardandomi, senza chiudere gli occhi, come se il vero contenuto fosse quello. Le labbra le si sono strette sotto il glande e la lingua le ha fatto il giro lento, bagnato, preciso. Io le ho messo una mano dietro la testa e lei non si è tirata indietro. Ha preso di più, la gola che si apriva a fatica, e ha tenuto lo sguardo su di me mentre la saliva le scendeva sul mento.
«Zia», ho detto, e la parola le è andata dritta in fondo alla gola insieme al cazzo. Emma ha fatto un suono basso, ha succhiato più forte, le guance cave, e una mano le è scesa a tenersi la figa. Io la sentivo calda e stretta intorno alla lingua, poi intorno all'asta, e ogni volta che le toccavo la gola lei spingeva da sola, come se volesse dimostrare che il nome non la piegava, lo prendeva. Mi ha leccato le palle, è risalita lenta, ha sputato un filo di saliva sul glande e l'ha spalmata con le labbra. Guardava. Non recitava. Quando le ho tirato i capelli per farla staccare un attimo, ha detto il mio nome una volta sola, «Niccolò», come si firma una cosa che non si può più disfare, e poi è tornata a succhiarmi con la bocca spalancata, gli occhi umidi, la mano che mi stringeva la base.
L'ho sentito salire troppo in fretta. Le ho detto di fermarsi e lei ha obbedito soltanto dopo un altro colpo di lingua, lento, cattivo, che mi ha fatto chiudere gli occhi. Si è alzata con le labbra lucide e mi ha preso per il polso, tirandomi verso il letto bianco del set. Le luci erano ancora accese. La camera professionale no. Sul comodino, però, il suo telefono stava a faccia in giù, e io non ci ho pensato.
Emma si è sdraiata a pancia in su, ha tirato su la camicia fino al petto e ha aperto le gambe con una decisione che non chiedeva permesso. «Se mi guardi così, almeno usa la bocca», ha detto, e c'era ironia, non una lezione. Io mi sono inginocchiato tra le sue cosce e le ho leccato la figa come si ascolta qualcuno che ha già parlato troppo con il corpo. Era gonfia, bagnata, sapeva di pelle e di quella prima venuta che si era tenuta stretta per la camera. Le ho preso il clitoride tra le labbra e l'ho succhiato piano, poi più duro, e lei ha inarcato la schiena senza coprirsi la bocca. Le dita le ho messe dentro, due, e le ho cercato quel punto che la faceva spingere contro la mia mano.
Quando l'ho girata a pancia in giù, lei ha cooperato, le ginocchia aperte, il viso di lato sul lenzuolo. Le ho aperto le natiche e le ho leccato il culo con la stessa attenzione, la lingua piatta prima, poi a punta, insistendo sul bordo chiuso finché non l'ho sentito cedere un poco. Emma ha preso una manciata di lenzuolo e ha spinto indietro, cercando la mia bocca. Le ho messo il pollice sulla figa e la lingua sul culo, e l'ho tenuta così finché le cosce non le hanno tremato di nuovo. Veniva con un suono basso, rotto, e io non ho smesso, l'ho leccata attraverso il spasmo, la saliva che le scendeva tra le natiche, il sapore di lei che mi riempiva la bocca.
«Ancora», ha detto, e non era una recita. Io le ho dato ancora la lingua, più lenta, e lei ha riso contro il cuscino, un riso breve, incredulo, come se quella stanza avesse smesso di essere un set. Le ho morso l'interno della coscia e lei ha detto che se parlavo della sua pelle dovevo prima dirmi cosa avevo capito dei suoi versi. Io le ho detto che i versi li lasciava a metà per vedere chi ascoltava, e che io avevo ascoltato. Allora si è girata, mi ha preso la faccia con tutte e due le mani e mi ha baciato con la bocca che sapeva di figa, lunga, umida, senza pudore.
L'ho messa a pecora sul letto del set, le ginocchia larghe, la schiena bassa, e le ho passato il cazzo sulla figa bagnata prima di spingere. È entrato intero al primo colpo, caldo, stretto, e Emma ha tirato un fiato che le è diventato un gemito. L'ho presa per i fianchi e ho scopato con una cadenza pesante, il pube che le batteva sul culo, e lei spingeva indietro a ogni spinta come se volesse di più di quanto le davo. La camicia le era rimasta arrotolata sotto le ascelle. Le luci le facevano luccicare la schiena. Io la guardavo prendere il cazzo e pensavo a mio zio, alla tavola di famiglia, al modo in cui lei a quelle cene teneva i polsi sul bordo del piatto, e adesso quei polsi erano affondati nel cuscino.
«Dillo», ha detto lei, voltando la faccia. Io l'ho chiamata zia mentre le andavo fino in fondo, e lei ha stretto intorno al cazzo, un colpo di muscolo deliberato, e ha gemuto alto. L'infedeltà non era un incidente. La volevamo tutti e due, lì, con le luci accese e la porta che non teneva. Io le ho messo una mano in mezzo alle spalle e l'ho tenuta giù, scopandola più forte, le palle che le sbattevano sulla figa, e lei ha cominciato a venire di nuovo, lunga, disordinata, la voce che le si spezzava sul lenzuolo. L'ho sentita pulsare intorno a me e ho dovuto stringere i denti per non sborrare subito.
Quando le spinte sono diventate più lente, più profonde, Emma ha allungato un braccio indietro e mi ha afferrato il polso. Non per fermarmi. Per tenermi lì. Io le ho passato una mano sotto, le ho trovato il clitoride gonfio e l'ho strofinato a tempo con il cazzo, e lei ha detto cose rotte, il mio titolo di parentela mescolato a un verso che non chiudeva. Io non l'ho chiuso per lei. Ho continuato a scoparla finché le ginocchia non le sono mancate, e allora l'ho tenuta su io, le braccia intorno alla vita, il cazzo ancora dentro, fermo, che le pulsava contro il fondo.
L'ho presa in braccio dal letto, le gambe intorno ai miei fianchi, e l'ho spinta contro il muro accanto al treppiede. Il cazzo le è rientrato in figa con un suono bagnato, e Emma mi ha cinto il collo, il respiro corto contro la mia bocca. La scopavo in piedi, il peso suo e mio, ogni spinta che le alzava il corpo e glielo riportava giù. Si è baciata con me a bocca aperta, la lingua lenta, e ogni tanto staccava le labbra per guardarmi, come aveva fatto in ginocchio. Le mani le ho messe sotto il culo, le dita che le sfioravano il buco ancora umido di saliva, e lei ha spinto verso quelle dita senza smettere di prendermi in figa.
«Più forte», ha detto, e io l'ho presa più forte, il muro che batteva sordo, le luci che ci tagliavano di lato. Emma veniva di nuovo, più stretta, gli occhi lucidi, e quella volta non ha tenuto bassa la voce. L'ho sentita arrivare e l'ho inseguita, le spinte corte, profonde, finché non ho sborrato in figa, un getto dopo l'altro, tenendola sollevata, il viso affondato nel suo collo. Lei ha stretto le gambe intorno a me e ha preso tutto, calda, piena, e ha tremato ancora un poco dopo che io ero fermo. L'ho sentita colare lungo le palle quando l'ho abbassata un centimetro, e non l'ho tolta dal cazzo.
L'ho riportata sul letto senza uscirle di dosso. Ci siamo sdraiati di fianco, ancora uniti, il respiro che si ricalcava. Emma mi ha passato una mano sui capelli bagnati di sudore e ha sorriso, stanca e sveglia insieme. Tra noi c'era il seme che le usciva lento, e lei non ha fatto nulla per trattenerlo o per pulirlo. Ha soltanto detto che la camera era spenta, e che stavolta non recitava la nuora per nessuno. Io ho capito il riferimento in una riga sola e non l'ho inseguito. Le ho baciato la spalla e ho aspettato che fosse lei a chiedere il resto.
Emma si è girata a pancia in giù, ha aperto le natiche con le proprie mani e ha detto che voleva il cazzo nel culo, fino in fondo, senza mezze misure. Io le ho preso la sborra che le usciva dalla figa e l'ho spalmata sul buco, due dita lente, poi tre, finché non l'ho sentita aprirsi. Mi sono messo sopra, le ho appoggiato il glande e ho spinto. Il bordo ha resistito un attimo, poi ha ceduto, e il cazzo le è entrato nel culo centimetro dopo centimetro, stretto, infuocato, e Emma ha tirato un fiato lungo che le è diventato un gemito quando le sono arrivato in fondo. L'ho tenuta ferma lì, tutto dentro, e lei ha detto «zia» da sola, prima che lo dicessi io, rivendicando il nome invece di subirlo.
L'ho scopata nel culo con spinte lente prima, poi più lunghe, il pube che le batteva sulle natiche, e lei spingeva indietro, chiedendone ancora. Le ho messo una mano sotto, le dita nella figa piena di sborra, e l'ho presa così, doppia, il cazzo nel culo e le dita che le uscivano bagnate. Emma veniva di nuovo, un venire più basso, più interno, e io l'ho sentita pulsare intorno all'asta finché non ho potuto più trattenermi. Le ho sborrato in culo tenendola aperta, spingendo fino in fondo a ogni getto, e lei ha preso anche quello, il viso premuto di lato, la bocca aperta.
Allora ha detto il verso intero, senza lasciarlo a metà. La voce le è uscita rotta e chiara insieme, mentre io le ero ancora dentro: «Il nome che non mi spetta mi entra lo stesso, e io lo tengo finché non diventa mio.» Non c'era più nessuno a chiuderlo per lei. L'aveva chiuso lei, con il culo pieno, la figa che colava, e il titolo di zia che adesso le stava addosso perché lo aveva scelto. Io mi sono piegato sulla sua schiena e l'ho baciata tra le scapole, ancora dentro, ancora duro a intermittenza, e lei ha riso un riso piccolo, incredulo, come chi ha smesso di recitare.
Siamo restati così un poco, il cazzo che le usciva lento dal culo, la sborra che le scendeva tra le natiche e le cosce. Quando mi sono ritirato del tutto, Emma si è girata e mi ha tirato accanto, una gamba sopra la mia, il respiro che si allungava. Le luci del set erano ancora accese, inutili. Io le ho passato una mano sulla pancia e lei l'ha tenuta lì. Fuori, Milano era già più chiara, una primavera che arrivava dalle tapparelle storte. Io sono rimasto fino all'alba, perché andarmene sarebbe stato fingere che quella stanza potesse tornare soltanto un set.
È stato mentre cercavo i pantaloni che ho visto il telefono. Non era a faccia in giù. La registrazione privata era ancora accesa, un puntino rosso piccolo, gli ultimi minuti presi per errore: la fine, il verso intero, il modo in cui l'avevo presa, il nome. Emma lo ha visto insieme a me. Non ha fatto un gesto brusco. Ha preso il telefono, ha fermato il file, l'ha ascoltato un secondo in cuffia senza filo, e poi me lo ha mandato. L'ho ricevuto. L'ha tenuto anche lei.
Non l'ha cancellato. Io l'ho guardata e lei ha alzato le spalle, un gesto piccolo, e ha detto che la prossima volta che avrebbe pubblicato, o si sarebbe presentata in una casa perbene, qualcuno avrebbe già potuto averla vista come zia. Il file privato restava nel mio telefono e nel suo. Tra maestra, creatrice e parente proibita non c'era più una linea pulita, e il nome di zia adesso era suo. Non tornava indietro. Io le ho baciato la bocca una volta ancora, saporita di tutto quello che ci eravamo presi, e lei non ha chiuso gli occhi.