
Emma nella cabina all'ancora
Racconto erotico cognataTabù11 min di lettura
Un racconto di Emma Romero
Sulla barca ferma nel golfo Emma è sola con il marito di sua sorella. La festa è a terra, la pioggia li tiene in cabina. Quello che si devono è già deciso.
La barca restava ferma all'ancora nel Golfo di Napoli e la pioggia d'estate batteva sul ponte con una costanza che sembrava una decisione presa al posto nostro. Emma Romero sedeva sulla cuccetta di poppa con un libro aperto sulle ginocchia, e io stavo in piedi accanto al tavolo pieghevole, troppo vicino per fingere che fossimo soltanto parenti in attesa di una telefonata. Mia moglie, sua sorella, era a una festa sulla costa da tre ore e ci aveva detto di non aspettarla prima di tardi. Quello che Emma e io ci dovevamo era già deciso da prima che il temporale chiudesse le boccaporte. Il mio matrimonio e il poco di famiglia onesta che lei conservava ancora da quella parte stavano sopra di noi come il cielo basso, presenti e volutamente ignorati.
Emma sfogliò una pagina senza leggerla davvero e alzò gli occhi su di me con una luce che non chiedeva permesso. «Se il temporale non passa e loro restano a terra...» Io finii la frase perché era quello che voleva, una prova d'ascolto più che una domanda. «Non tornano prima che abbiamo finito di mentire.» Lei sorrise, soddisfatta, e chiuse il volume con un gesto netto. Parlammo di un poemetto che stava facendo leggere in classe, e io non finsi di non capire i riferimenti. Corresse una sola parola, quando sbagliai il senso di un verso, e poi lasciò il libro sul tavolo come si lascia un pretesto ormai inutile.
«Non è il mare che mi fa paura stasera», disse, e si alzò. Lo spazio della cabina era poco. Quando si mise in piedi ci separammo di un respiro solo, e la pioggia copriva ogni altro rumore del golfo. Emma mi prese il viso con tutte e due le mani, decisa, senza chiedere una cosa che ci eravamo già dati nella quiete di quella attesa. La baciai. La bocca le sapeva di vino della cena e di un'impazienza che non apparteneva a una visita di famiglia. Lei spinse il bacino contro di me e sentì che ero già duro, e non si tirò indietro. Da Torino in poi portava in sé il bisogno di un nome che non le spettava, e io lo sapevo, e lei sapeva che lo sapevo.
Emma mi slacciò la camicia con dita sicure, senza fretta teatrale, e la fece scivolare giù dalle spalle mentre mi baciava ancora. Io le alzai la maglia e gliela sfilai, e lei alzò le braccia da sola, come se quella fosse una scelta e non una concessione. Restò in mutandine e io le presi i seni in mano, caldi, e le succhiai un capezzolo finché non le sentii il respiro spezzarsi contro i miei capelli. Lei mi aprì i pantaloni, mi calò tutto quanto fino alle caviglie, e si mise in ginocchio sulla stuoia della cabina con una naturalezza che mi strinse lo stomaco.
Mi guardò dal basso e mi prese il cazzo in mano, già teso, e lo accostò alle labbra come si accosta una frase che si è deciso di pronunciare. «Voglio sentirtelo in gola», disse, e lo disse come si parla di una cosa già in corso, non di un desiderio in cerca di licenza. Aprì la bocca e mi prese dentro, umida e lenta all'inizio, poi più profonda, finché il glande le urtò il palato e lei non si fermò. Io le tenni i capelli senza spingere, e lei avanzò da sola, centimetro dopo centimetro, finché il naso le si premé contro il basso ventre e la gola le si chiuse calda intorno a me.
Restò così, gli occhi umidi, e deglutì intorno al mio cazzo come se volesse tenermi lì. Poi si ritrasse, tirò un respiro, e mi riprese fino in fondo con un ritmo che era tutto suo. La saliva le scendeva dal mento e le ungeva il petto, e ogni volta che arrivava in gola emetteva un suono basso, sordo, che mi arrivava dritto nella schiena. Io guardavo quella bocca lavorare, le labbra tese, e pensavo che se mia moglie avesse aperto la boccaporta in quel momento non avrei avuto una sola scusa decente, e che non la volevo. Emma mi succhiò più forte, una mano stretta alla base, l'altra a tenermi la coscia, e quando sentì che mi indurivo ancora di più alzò gli occhi e non li staccò, come se il peccato le piacesse di più se poteva vedermi mentre lo commettevo.
La sollevai prima di venire, perché non volevo finire così, non ancora, e lei si lasciò tirare in piedi con le labbra lucide e un sorriso che non chiedeva scusa. La stesi sulla cuccetta, le sfilai le mutandine bagnate, e le aprii le gambe con le palme. Emma era già gonfia, lucida, e quando le passai la lingua in mezzo alla figa lei inarcò la schiena e mi prese la testa con tutte e due le mani. La leccai lentamente all'inizio, dal basso verso il clitoride, e lei muoveva il bacino contro la mia bocca con una franchezza che mi faceva male di quanto la volevo.
«Più giù», disse, e non era un invito timido. Spinsi la lingua più in basso, le leccai anche lì dove la pelle si faceva più stretta, e lei aprì le gambe di più, decisa. Le succhiai la figa finché non la sentii pulsare, poi le sollevai i fianchi e le passai la lingua sul culo, umido del suo stesso succo, e lei gemette in un modo che non aveva niente di civile. La leccai lì con pazienza, il naso premuto contro la figa, e lei diceva il mio nome a mezza voce, una volta sola, come se gliene stesse facendo dono. «Matteo.» Io le cacciai la lingua più dentro, e le dita le tenevano aperte le natiche, e lei spingeva indietro contro la mia faccia come se quella fosse la cosa che aveva aspettato tutta la sera.
Quando la sentii vicina la lasciai, e lei protestò con un suono basso, quasi arrabbiato. Mi cinsi il viso con un avambraccio e si alzò sui gomiti. «Non ti azzardare a fermarti per gentilezza», disse. «Non sono venuta qui per la gentilezza.» Io le sorrisi contro la coscia e le ripresi la figa in bocca, due dita dentro, e la succhiai finché non venne contro la lingua, tremante, bagnandomi il mento, con le gambe che mi strettero la testa come se avesse paura che la lasciassi andare.
La presi in braccio mentre aveva ancora gli occhi chiusi, le gambe intorno alla mia vita, e la spinsi contro la paratia della cabina. Il cazzo le sfiorò la figa e lei lo afferrò, se lo accostò, e si infilò da sola, scendendo su di me con un respiro spezzato. Era strettissima e caldissima, e quando fui tutto dentro restammo fermi un attimo, fronte contro fronte, e io vidi in lei la domanda che non voleva fare ad alta voce: se io fossi lì per lei o soltanto per il divieto che le stava addosso come un vestito troppo giusto. «Non è solo il nome», le dissi. «Ti vedo. Non soltanto quello che non dovremmo.» Emma non rispose subito. Si mosse su di me, lenta, e mi baciò come si bacia qualcuno di cui non si è ancora sicuri.
La scopai così, in braccio, tenendola sollevata, e lei si aggrappava alle mie spalle e scendeva incontro a ogni spinta. Il rumore era umido, osceno, e la pioggia sopra di noi lo copriva solo in parte. Poi la girai, la feci mettere in ginocchio sulla cuccetta, e le entrai da dietro con una spinta sola. Emma abbassò la schiena e spalancò le ginocchia, e io le presi i fianchi e la scopai più forte, il bacino che le batteva contro il culo, il cazzo che le usciva lucido e le rientrava fino in fondo. Lei spingeva indietro, avida, e a un certo punto voltò la faccia contro il cuscino e lasciò un verso a metà, come fa quando vuole sapere se l'altro è ancora lì con la testa e non soltanto con il corpo. «E il naufragar m'è dolce...» Io le piegai il busto, le misi la bocca all'orecchio, e finii il verso mentre la sfondavo. «In questo mare.» Poi, più basso, come se fosse una tenerezza e non un insulto: «Cognata.»
Emma venne di nuovo, stretta intorno al mio cazzo, e quella parola le uscì in un gemito che mi tirò dietro. Le sborrai dentro così, in fondo, tenendola ferma contro di me, e sentivo ogni scossa uscirmi e perdersi in lei mentre le ripetevo quel titolo di parentela come se fosse una parola d'amore. Restammo attaccati, il respiro grosso, e io le baciai la spalla e le lasciai il cazzo dentro finché non smise di pulsare. Lei si lasciò cadere in avanti, ancora piena, e rise un riso piccolo, incredulo, che mi fece più male di un rimprovero.
Quando uscii da lei, la sborra le colò lungo la coscia interna e lei la raccolse con due dita, se la guardò, e non si pulì subito. Si voltò a sedere sulla cuccetta, nuda, e mi fissò con una serietà che non c'entrava con il sorriso di prima. «Giuralo di nuovo», disse. «Che non è solo perché mi puoi chiamare così mentre mi scopi.» Io mi sedetti accanto a lei, le presi il polso, e glielo giurai. Lei annuì, ma negli occhi le restava un dubbio che non apparteneva al corpo, e io non potevo estrarglielo con un'altra spinta.
Salimmo sul ponte quando la pioggia si fece più fine, un filo ostinato sotto il tendalino che copriva il pozzetto. L'aria era calda e salata, e Napoli di fronte a noi era una collana bagnata di luci. Emma si mise a cavalcioni sulle mie gambe, sul divanetto umido, e mi riprese il cazzo in mano. Ero di nuovo duro, incredibilmente, e lei se lo strofinò sulla figa ancora sporca di prima, poi si abbassò e mi inghiottì di nuovo tutta d'un fiato. Restò ferma, piena, e mi prese una mano e se la portò dietro, sulle natiche.
«Mettimele dentro», disse. «Le dita. Mentre ti cavalco.» Io le umettai due dita con quello che le colava ancora dalla figa e gliele spinsi nel culo piano, una prima e poi l'altra, e lei abbassò la testa sulla mia spalla e inspirò come se le avessi aperto una porta che aspettava da ore. Poi cominciò a muoversi, su e giù sul mio cazzo, e ogni volta che scendeva le dita le andavano più a fondo nel culo. Era uno spettacolo sporco e preciso. La figa le si stringeva, il culo le pulsava intorno alle dita, e lei si scopava da sola su di me con una determinazione che mi toglieva il respiro.
La tenevo per un seno con l'altra mano, e lei mi guardava in faccia mentre saliva e ridiscendeva, bagnata, aperta, con quel doppio riempimento che le faceva tremare le cosce. «Dillo», mormorò. Io glielo dissi, cognata, e lei chiuse gli occhi e andò più veloce, il culo che mi succhiava le dita, la figa che mi mungeva il cazzo. Venne così, in groppa, con un gemito che si ruppe a metà, e si strinse tutta, davanti e dietro, tanto che dovetti morderle la spalla per non sborrare subito. Continuò a dondolare anche dopo, più lenta, le dita ancora dentro, e mi baciò la bocca con una tenerezza che stonava con quello che ci stavamo facendo e che proprio per questo mi sconvolgeva di più.
La sollevai un poco, le uscii, e lei capì e si mise in ginocchio tra le mie gambe, i seni offerti, la bocca aperta. Mi segai guardandola, veloce, e le sborrai sulle tette con un colpo che mi piegò in avanti. Lo sperma le schizzò sul petto, sul collo, e un filo le arrivò fino al mento. Emma abbassò lo sguardo, si prese i seni in mano, e se li strofinò da sola, mescolando la sborra sulla pelle, i capezzoli lucidi, le palme che spalmavano tutto con una calma quasi studiosa. Poi si leccò una dita, mi guardò, e sorrise in un modo che non era innocente e non voleva esserlo.
Restammo così, sotto il tendalino, nudi e appiccicati, e il golfo faceva il suo piccolo sciacquio contro lo scafo. Emma si strinse accanto a me e per un attimo non fummo due persone che stavano tradendo qualcuno, fummo soltanto due corpi che avevano avuto quello che volevano. Poi lei parlò, bassa. «Posso credere a una storia che non posso tenere?» Io le accarezzai i capelli umidi e non le diedi la risposta facile, perché lei non l'avrebbe accettata. Le dissi che l'avevo vista, che non era un costume da mettere sopra un divieto. Lei restò zitta, e io capii che il dubbio le restava addosso più della mia sborra, e che non ero io a poterglielo togliere.
Il telefono vibrò sul tavolo della cabina, giù, e il suono arrivò fino a noi come un richiamo che non ammetteva poesia. Emma si alzò per prima, si pulì il petto con la maglia che aveva lasciato sulla scaletta, e scese a prendere la chiamata. Sentii la voce di mia moglie, lontana e allegra, e capii dalle risposte di Emma che stavano tornando a riva, che l'attracco era questione di poco. Emma riagganciò e alzò gli occhi verso di me, già in piedi sul ponte, e in quella occhiata c'era tutto: il marito che stavo per riavere a bordo, la sorella che lei non voleva perdere, e il poco di famiglia onesta che ci eravamo appena mangiati in una cabina.
Ci vestimmo in silenzio, con quella precisione goffa di chi deve cancellare un odore e non può. Io le passai le mutandine, lei mi abbottonò la camicia storto e poi la rifece dritta, e ci sfiorammo le mani senza osare di più. La costa si avvicinava nelle luci, e la barca, all'ancora fino a un momento prima, cominciava a vivere di nuovi rumori, di un ritorno. Emma si fermò un attimo sulla soglia della cabina, il libro di nuovo in mano, e io vidi in lei una cosa che non sapeva ancora dirsi. Qualcuno le aveva finito il verso con tenerezza, e adesso Emma non sapeva se avrebbe potuto eccitarsi ancora senza quel peccato, o soltanto con quello.