
Emma nella ditta vuota
Racconto erotico suoceroTabù10 min di lettura
Un racconto di Emma Romero
Emma porta dei documenti nello studio del suocero a ditta chiusa. Lui sa già chi è lei fuori dalla famiglia. La porta dell'ufficio si chiude e nessuno dei due torna indietro.
La luce al neon dell’ingresso tremolava già quando Emma Romero ha spinto la porta a vetri della ditta e ha camminato nel corridoio deserto con quella cartellina premuta al petto. Fuori, tra i capannoni dell’hinterland milanese, il tardo pomeriggio d’inverno aveva spento i parcheggi e lasciato acceso soltanto il mio ufficio al piano di sopra. Mio figlio era via, le segretarie se n’erano andate da un’ora, e io restavo alla scrivania del titolare con le mani ferme su fogli che non leggevo. Lei è salita le scale senza togliere il cappotto, come se quella visita fosse un favore alla famiglia e non una scelta. Portava ancora negli occhi una notte in cui il peccato le era sembrato amore, e io non le ho chiesto nulla. Io l’avevo vista, quella stessa settimana, in un video che non apparteneva a nessuna nuora, e non avevo intenzione di fingere di non saperlo.
«Ruggero, ho portato le carte che Luca mi ha chiesto di lasciarti,» ha detto, e il mio nome è uscito dalla sua bocca come un peso che non voleva tenere. Ha posato la cartellina sul bordo della scrivania e ha tenuto lo sguardo basso un attimo di troppo, abbastanza perché io capissi che sapeva. È stata lei a chiudere la porta dell’ufficio con una mano sola, e il rumore del chiavistello è rimasto tra noi come una frase che nessuno dei due voleva ritirare. Lei non è tornata indietro. Io nemmeno.
«So chi sei quando non fai la moglie di mio figlio,» ho detto, e la voce mi è uscita bassa, senza la cortesia che questa ditta pretende dalle nuore. Emma ha alzato gli occhi e non ha recitato lo scandalo. Aveva venticinque anni e una vita che questa famiglia non copriva, e io ne avevo cinquantotto e il potere di nominarla in una stanza vuota. Lei ha sbottonato il cappotto con dita ferme e l’ha lasciato cadere sulla sedia dei clienti come se quella recita della nuora perbene le pesasse più del freddo.
«Se tu avessi davvero ascoltato quello che lascio a metà,» ha detto, e si è fermata, aspettando che fossi io a chiudere il pensiero. Io l’ho guardata e ho capito che non voleva un uomo che le chiedesse di insegnare o di posare. Voleva qualcuno che la prendesse sul serio, e me lo ha detto lei, guardandomi: «Prendimi, Ruggero. Lo voglio.» Io ho afferrato i suoi capelli alla radice e l’ho tirata verso la mia sedia, e lei è scesa in ginocchio sul pavimento di linoleum di sua volontà, con gli occhi nei miei.
L’ho tenuta ferma per i capelli mentre sganciavo la cintura con l’altra mano, e il mio cazzo era già duro quando l’ho spinto contro le sue labbra. Emma ha aperto la bocca e mi ha preso dentro con una fame che non apparteneva alla nuora che salutava a pranzo la domenica. Le ho spinto la testa in avanti finché il glande le ha toccato la gola, e lei ha fatto un suono umido e ha tenuto gli occhi aperti su di me. Io sentivo il calore della sua lingua, la stretta della gola che si arrendeva, e il pensiero che mio figlio tornava domani mi ha reso tutto più sporco e più mio.
«Così,» ho detto, e le ho mosso la testa al ritmo che volevo io, senza chiederle se sapeva succhiare, perché lo sapeva e io l’avevo già visto. Lei ha messo le mani sulle mie cosce e ha succhiato più a fondo, saliva che le scendeva dal mento sul collo, e io le ho tirato i capelli abbastanza da farle alzare il viso. Il suo respiro si è spezzato contro la mia pelle. Io ho sentito il bruciore di quella bocca e non ho voluto finire lì, non ancora, perché l’ufficio era mio e lei era nella mia sedia e il nome che le stavo per appoggiare addosso non era quello del letto.
L’ho tirata su per i capelli e l’ho baciata con il sapore del mio cazzo ancora in bocca, e lei ha risposto con i denti e con una lingua che non recitava più. Le ho alzato la gonna fino alla vita e ho scoperto che non portava niente sotto, soltanto la pelle calda e già bagnata. Emma ha aperto le gambe quanto bastava perché le mie dita trovassero la figa e ci scivolassero dentro senza fatica. Era stretta e umida e si è premuta contro la palma come se avesse aspettato quella mano da ore.
«Non fare la perbene adesso,» le ho detto, e lei ha risposto: «Non la faccio. Continua.» Io l’ho girata e l’ho stesa sulla scrivania, tra le pratiche del figlio e i miei fogli, e le ho aperto le cosce con le mani. Il tardo pomeriggio filtrava dalle tapparelle a metà e le illuminava il ventre. Io mi sono chinato e le ho leccato la figa con la lingua piatta, dal basso fino al clitoride, e lei ha inarcato la schiena e ha afferrato il bordo del legno.
L’odore di lei mi ha riempito la bocca mentre la leccavo, e io non ho avuto fretta di farla venire perché volevo sentirla perdere la recita un centimetro alla volta. Emma ha premuto il bacino contro la mia faccia e ha detto il mio nome a mezza voce, non come si dice a un suocero, ma come si dice a un uomo che ti sta mangiando la figa in un ufficio chiuso. Io le ho tenuto le cosce aperte e ho succhiato il clitoride finché le gambe le hanno tremato, poi ho infilato due dita dentro e le ho mosse cercando quel punto che la faceva chiudere gli occhi.
«Ruggero, se continui così io…» ha cominciato, e di nuovo si è fermata, lasciandomi il resto. Io ho alzato la testa abbastanza da vederle il viso e ho detto che sapevo già come finiva quella frase. Poi sono tornato con la lingua, più lento, più sporco, leccandola dove era più bagnata e spingendo le dita fino in fondo. Lei ha messo una mano nei miei capelli e mi ha tenuto lì, e quel gesto valeva più di qualsiasi permesso. Io sentivo il sapore di lei mescolato alla saliva, sentivo i muscoli della figa stringermi le dita, e pensavo che questa ditta pagava lo stipendio di mio figlio e che io stavo leccando sua moglie sulla mia scrivania.
Emma è venuta una prima volta così, con un gemito lungo che ha tentato di coprire e non ci è riuscita. Le ho sentito il corpo chiudersi intorno alle dita e poi aprirsi di nuovo, umida fino al polso. Io non ho smesso subito. L’ho leccata ancora mentre tremava, finché ha detto: «Basta così, adesso ti voglio dentro.» Allora mi sono alzato, le ho spalmato la figa bagnata sul mio cazzo e l’ho guardata negli occhi.
«Ti scopo qui, nuora,» ho detto, e l’ho spinto dentro di lei con un colpo solo. Emma ha aperto la bocca senza suono e ha afferrato i miei polsi. Era calda e stretta e mi ha preso fino in fondo, e io ho sentito quella stretta come un furto che tutti e due volevamo. Ho cominciato a scoparla sulla scrivania, le carte che scivolavano, il legno che batteva contro i suoi glutei, e ogni spinta le toglieva un pezzo di quella moglie del figlio che aveva portato su per le scale.
La tenevo per i fianchi e la scopavo con una forza che non era rabbia, era desiderio, quello di un uomo più vecchio per una nuora che aveva smesso di recitare e me lo chiedeva. Emma alzava il bacino incontro alle mie spinte e mi guardava come se il tabù le facesse venire ancora di più. Io le ho piegato una gamba e sono andato più a fondo, il cazzo che le usciva lucido e le rientrava, e le ho detto di nuovo nuora, più basso, più vicino alla bocca.
«Dillo anche tu,» le ho chiesto, e lei ha esitato un secondo che valeva tutto il matrimonio. Poi ha detto «suocero» con una voce rotta, e io l’ho scopata più forte per premiare quella parola. Le carte di Luca erano sotto la sua schiena. Io pensavo a mio figlio che tornava domani e non rallentavo. Emma ha messo una mano sulla mia faccia e mi ha tenuto lo sguardo, e in quello sguardo non c’era più la nuora perbene. C’era una donna che voleva essere chiamata nel modo sbagliato mentre un cazzo le riempiva la figa.
L’ho girata a pecora senza uscire del tutto, l’ho piegata sulla scrivania con il viso tra i fogli e le ho tirato i capelli all’indietro. Da dietro la figa le si apriva meglio e io ci sono entrato fino alle palle, sentendole il culo premere contro l’inguine. Lei ha gemuto nel legno e ha allargato le gambe da sola. Io le ho dato una sberla sul gluteo, non per farle male, per farle sentire che era mia in quella stanza, e lei ha spinto indietro come se ne volesse un’altra.
«Nuora,» ho detto a ogni spinta, e la parola le scendeva lungo la schiena insieme al mio respiro. Emma piangeva già, non di dolore, di sfogo, di quella cosa che le si rompeva dentro quando smetteva di recitare. Io le ho infilato due dita in bocca e lei le ha succhiate mentre la scopavo, saliva e lacrime mescolate, e il suono umido della figa riempiva l’ufficio meglio di qualsiasi riunione.
È venuta così, a pecora, piangendo di vero, senza la recita della moglie e senza il controllo che teneva nei video. L’ho sentita stringermi il cazzo a ondate, il corpo che le tremava dalle ginocchia alle spalle, e un suono che non ha provato a coprire. Io l’ho tenuta ferma per i capelli e per un fianco e ho continuato a scoparla mentre veniva, perché volevo che quell’orgasmo restasse attaccato al mio nome e a quella parola. Lei ha detto qualcosa di rotto, un pezzo di verso che le è uscito dalla bocca come un vizio vecchio.
«Chi mi possiede mi chiama…» ha detto, e la voce le si è spezzata sul legno. Io ho capito che aspettava, che quello era il modo in cui controllava se l’altro aveva ascoltato, e ho completato il verso nel modo che le spettava in quella stanza. «Nuora,» ho detto, spingendole il cazzo fino in fondo, «e ti sborra il padre, non il figlio.» Emma ha fatto un suono che era un sì e un pianto insieme, e io l’ho sentita venire ancora, più debole, più vera, come se quella chiusura le avesse tolto l’ultima recita.
L’ho tirata su per i capelli, l’ho fatta girare e l’ho rimessa in ginocchio davanti alla sedia. Il cazzo le luccicava sulle labbra del viso prima ancora che lo prendesse in bocca. «Apri,» ho detto, e lei ha aperto. Le ho scopato la gola con poche spinte profonde, tenendole la testa, e sono venuto così, sborra calda che le riempiva la bocca e le scendeva dal mento. Emma ha inghiottito quello che poteva e ha tenuto gli occhi su di me mentre lo faceva, e io ho visto che non stava posando per nessuno.
Non ho finito di volerla. L’ho rimessa sulla scrivania, le gambe aperte, la figa ancora contratta e lucida, e ci sono rientrato anche se ero appena venuto, perché il corpo voleva ancora quel posto. Dopo pochi minuti ero di nuovo duro dentro di lei. L’ho scopata più lento, più fondo, guardandole il viso sporco di sborra e di lacrime, e le ho detto nuora finché la parola le ha fatto chiudere gli occhi. Quando sono venuto la seconda volta l’ho fatto in figa, spingendole il bacino contro il legno, riempiendola mentre lei mi stringeva le spalle e non recitava più niente.
Siamo rimasti così un momento, il mio cazzo che le pulsavano ancora dentro, la sborra che già le usciva un filo lungo la coscia. Fuori l’inverno teneva i capannoni spenti e il parcheggio vuoto. Io le ho accarezzato i capelli senza dolcezza falsa, soltanto perché dopo quella foga serviva un gesto che dicesse che tutti e due l’avevamo voluta. Emma ha respirato contro il mio collo e non ha chiesto scusa. Io non gliel’ho chiesto.
Ci siamo puliti tra le pratiche, lei con un fazzoletto preso dalla mia tasca, io con la stessa mano che le aveva tenuto i capelli. Le carte di Luca erano stropicciate e un angolo aveva preso una macchia che non avrei spiegato. Emma si è sistemata la gonna e ha ripreso il cappotto, e sotto i vestiti portava ancora la mia sborra in figa, calda, sua adesso nel modo più sporco. Io ho rimesso a posto la cintura e ho aperto la porta dell’ufficio come se quella stanza tornasse a essere soltanto lo studio del titolare.
«Domani torna,» ha detto lei, e non serviva dire chi. Io ho annuito e ho visto che il verso era stato completato da me, dal suocero, e che lei non poteva più fingere che il tabù fosse un gioco. Emma ha preso la cartellina vuota, quella delle carte già consegnate, e ha attraversato il corridoio con il passo di chi esce da una ditta di famiglia. Io sono rimasto sulla soglia e ho saputo, con una chiarezza che non volevo, che il marito tornava domani e che lei aveva ancora bisogno di essere chiamata in un modo che la distruggeva.