
Emma nella biblioteca del palazzo
Racconto erotico suoceraTabù11 min di lettura
Un racconto di Emma Romero
Dopo il pranzo nel palazzo di famiglia sulle colline torinesi, Emma resta in biblioteca con il genero di suo marito. Gli altri sono usciti in paese. Lui non la chiama ancora suocera, e la porta degli scaffali sta per chiudersi.
Il palazzo sulle colline di Torino teneva ancora l’odore del pranzo quando gli altri sono scesi in paese e mio suocero è salito a chiudere gli occhi. Emma non lo ha seguito. L’ho vista sparire nella biblioteca con il vestito che le batteva dietro le ginocchia e l’autunno già basso alle persiane, un oro spento sui dorsi dei libri. La luce le arrivava alle caviglie e il tessuto scuro le disegnava la schiena come se qualcuno l’avesse cucito apposta per farla sparire tra gli scaffali. Io sono rimasto un attimo nel corridoio perché due matrimoni stavano in quella casa come i ritratti, e il mio era appeso lì in mezzo. Mia moglie rideva ancora in cortile. Rideva con quella leggerezza che non sapeva niente di questa stanza, niente del feed, niente del verso tagliato. Emma, che di giorno tiene una classe di letteratura e di notte un profilo che ho riconosciuto da mesi, si era scelta i libri invece del letto del marito, e io sapevo già che se qualcuno avesse collegato quel feed a queste stanze sarebbe crollata la facciata da insegnante insieme al resto.
Sono entrato senza bussare. Lei era in piedi tra gli scaffali, un dito posato su una costa di pelle scura, e ha girato la testa come se mi aspettasse da prima che aprissi. Aveva i capelli raccolti in modo sciatto, qualche ciocca sul collo, e le labbra ancora del colore del pranzo.
«Non vai in paese?» ha chiesto, e la voce le è venuta bassa, da stanza che non vuole testimoni.
«Tu no,» ho detto. «E lui è già di sopra.»
Ha sorriso appena, quel sorriso che lascia la frase a metà e aspetta che l’altro abbia davvero ascoltato. Io ho chiuso la porta. Il chiavistello ha fatto un suono sordo, e tra gli scaffali l’aria è diventata stretta, piena di carta vecchia e di lei. Potevo sentire il suo profumo sopra la carta, qualcosa di pulito e di caldo che non apparteneva ai libri.
«Lorenzo,» ha detto, e il mio nome è caduto lì una volta sola, come una cosa che non andava ripetuta. «Se resti, almeno dimmi che non sei entrato per guardarmi come fanno quelli che aprono i miei contenuti e poi non sanno dove ho messo le parole.»
«Ti ho riconosciuta tre mesi fa,» ho detto. «Non dal corpo. Da un verso che tagli sempre prima della fine.»
Lei ha inclinato la testa, e gli occhi le si sono accesi di quella curiosità che usa per misurare se uno ha seguito il pensiero o soltanto la pelle. Ha posato il libro e ha detto, piano, come se stesse ancora recitando per vedere se io c’ero: «La carne è triste, ahimè, e ho letto tutti i…»
«Libri,» ho finito. «E poi abbassi lo sguardo e lasci il resto a chi ha ascoltato.»
Non ha corretto. Il silenzio che è venuto dopo era denso, e lei mi ha guardato come si guarda un allievo che ha indovinato la riga giusta. Mi è venuta incontro tra gli scaffali e la distanza che tenevamo a tavola, da suocera giovane e da genero che non la chiama ancora così, è sparita in due passi.
L’ho baciata contro i libri. I dorsi le premevano tra le scapole, e ho sentito il suo respiro mescolarsi al mio prima ancora della lingua. La bocca di Emma sapeva di caffè e di qualcosa di più scuro, e quando ho preso il suo viso tra le mani lei ha aperto le labbra senza chiedere permesso a nessuno dei due matrimoni che stavamo tradendo in quella stanza. Le ho sentito i denti, la lingua, un suono basso che le è partito dalla gola mentre le mie dita scendevano sulla schiena del vestito. Tra gli scaffali c’era poco spazio e tutto odore di lei, e io ho premuto il bacino contro il suo finché ha capito quanto fossi già duro.
Emma ha messo le mani sulla mia cintura. Non ha chiesto. Ha sganciato, ha abbassato la cerniera, e mi ha tirato fuori il cazzo con una naturalezza che mi ha fatto chiudere gli occhi. Le dita le erano sicure, come se avesse già deciso tutto prima che io chiudessi il chiavistello. La sua palma era calda. Mi ha stretto alla base e ha accorciato la distanza piegandosi, e prima che io potessi dirle di aspettare mi ha preso in bocca.
Le labbra le si sono chiuse intorno al glande e ho sentito la lingua girare, lenta, come se avesse deciso di impararmi. Una mano le teneva l’anca dello scaffale, l’altra mi accarezzava le palle mentre la testa andava avanti e indietro con un ritmo che non era da principiante. Io le ho messo le dita tra i capelli senza spingere, solo per sentire il movimento, e lei ha fatto un verso con la gola piena che mi è arrivato dritto nella schiena. La saliva le luccicava agli angoli della bocca. Ogni tanto alzava gli occhi, e in quegli occhi c’era la stessa verifica di prima: se io stavo ancora ascoltando lei, non soltanto il caldo umido in cui mi stavo perdendo. Guardavo le ciglia, il modo in cui le si umidivano gli angoli della bocca, e pensavo che quella stessa bocca a tavola parlava di poesia con mia moglie a un palmo.
«Cosi,» ho detto, e la voce mi è venuta rotta. «Aprila di più.»
Emma ha obbedito a modo suo, cioè prendendomi più a fondo, fino a sentire il palato, e poi è tornata indietro leccandomi lungo la vena con una lentezza che era quasi una presa in giro. Il vestito le si era alzato un poco sulle cosce. Io guardavo quella bocca lavorare il mio cazzo in una biblioteca di famiglia, con mio suocero che dormiva di sopra e mia moglie da qualche parte tra le vigne, e il senso di quello che stavamo facendo mi è arrivato insieme al piacere, fitto, senza scuse.
L’ho tirata su prima di venire. Le labbra le erano rosse e lucide, e ha tirato un fiato come chi non ha finito. Io mi sono messo in ginocchio sul tappeto, le ho alzato il vestito fino alla vita e le ho trovato le mutandine già umide. Gliele ho fatte scendere lungo le cosce e lei ha divaricato appena, una mano ancora sullo scaffale, l’altra nei miei capelli, e quando l’ho leccata la prima volta ha tirato un suono che i libri hanno assorbito. Le cosce le sapevano di pelle e di pomeriggio chiuso, e lei ha aperto di più senza che glielo chiedessi.
La figa di Emma era calda e aperta, sapore di sale e di quella fretta che si porta addosso chi ha deciso in pochi minuti. Le ho passato la lingua tra le labbra, poi sul clitoride, e l’ho succhiato piano mentre due dita le entravano senza fatica. Lei ha spinto il bacino contro la mia bocca. Non recitava più. Respirava a pezzi, e ogni tanto diceva il mio nome senza dirlo, soltanto un verso spezzato, e io l’ho leccata più a fondo, la lingua dentro, il naso premuto, le cosce che le tremavano ai lati della mia testa. «Lorenzo,» ha detto di nuovo, stavolta senza economia, come se il nome le servisse per tenersi in piedi.
«Guarda che so dove pensi,» ho detto contro di lei, e l’ho sentita contrarsi intorno alle dita. «Non solo dove ti tocchi.»
Emma ha riso, un riso corto e sporco, e mi ha stretto i capelli. Io ho continuato a succhiarla, lento e poi più duro, finché le ginocchia le hanno ceduto un poco e si è accasciata in avanti sullo scaffale. Il vestito le cadeva sulla mia testa. Il pomeriggio filtravava basso, e io avevo la bocca piena di lei, il mento bagnato, il cazzo che mi batteva contro i pantaloni aperti. L’ho tenuto così finché non ho capito che stava per venire in piedi, e allora mi sono alzato, l’ho girata, e l’ho portata al tavolo da lettura che stava in mezzo alla stanza con i suoi pesi di carta e i suoi segnalibri.
Emma si è piegata sul legno senza che glielo chiedessi. Il vestito le è rimasto raccolto sulla schiena, le mutandine a un polpaccio, e quando le ho accostato il cazzo all’ingresso l’ho sentita già pronta, calda, che spingeva indietro. Sono entrato con una spinta sola. Tutto il corpo le si è allungato sul tavolo, una guancia sui fogli, le mani che cercavano il bordo, e io le ho tenuto i fianchi mentre iniziavo a scoparla con quella profondità che non avevo usato a tavola, da genero educato. Era stretta e bagnata, e per un attimo ho pensato al pranzo, ai tovaglioli, a come nessuno a quella tavola avrebbe immaginato questo legno sotto di lei.
«Suocera,» ho detto, e la parola mi è uscita bassa, dritta nella schiena di lei, mentre le davo dentro fino in fondo.
Emma non ha corretto. Ha tirato un fiato che era quasi un sì, e la figa le si è stretta intorno al mio cazzo come se il titolo le fosse arrivato più in basso della bocca. Io l’ho scopata più forte. Il tavolo ha scricchiolato. Le sue tette premevano sul legno, il vestito le scivolava, e ogni volta che ritiravo e rientravo lei spingeva indietro cercando di prendermi tutto. La chiamavo così, suocera, e lei gemeva senza riparare il significato, senza fare l’insegnante, senza dire che aveva venticinque anni e che quella parola non le spettava.
«Dillo se vuoi che smetta,» ho detto, e le ho messo una mano in mezzo alle spalle, tenendola piegata.
«Non smettere,» ha risposto, e la voce le era rotta contro i fogli. «Ancora. Così.»
La voce le si era fatta piccola e precisa, da donna che sa cosa chiedere anche quando sta mentendo a tutta la casa. L’ho presa più dura, le palle che le battevano contro la figa, il legno che le segnava le cosce. Guardavo il punto in cui il mio cazzo spariva in lei, lucido, e il nome di famiglia che le stavo mettendo addosso mentre la scopavo mi eccitava quanto la stretta umida. Emma ha cominciato a venire con un suono lungo, le spalle che le tremavano, la figa che mi mungeva a ondate, e non ha detto che non era suocera, non ha detto che era solo Emma. Ha goduto tenendosi al tavolo e lasciando che quella parola le restasse dentro insieme a me.
Io non mi sono fermato. L’ho scopata attraverso l’orgasmo, più lento, sentendola pulsare, e lei ha girato la faccia sul legno abbastanza da vedermi con un occhio. C’era in quello sguardo la stessa verifica di prima, e anche qualcosa di più sporco, come se avesse scoperto un interruttore che non sapeva di avere.
L’ho tirata giù dal tavolo quando ho sentito che non avrei retto ancora. Emma è scesa in ginocchio da sola, le mutandine ancora impigliate a una caviglia, il vestito stropicciato, e mi ha ripreso in bocca con la figa che le colava ancora sulle cosce. Io le ho tenuto la testa, non per farle male, per sentirla. Ha succhiato in fretta, umida di sé e di me, e quando le ho detto che stavo per venire ha aperto un poco di più, gli occhi su di me, e io le ho sborrato in bocca con una spinta che mi è partita dalla schiena.
Emma ha inghiottito. Non tutto è rimasto dentro: un filo le è sceso all’angolo delle labbra e lei l’ha preso con il pollice, lenta, e se l’è messa in bocca come se stesse ancora decidendo che sapore avesse il segreto. Mi ha tenuto lo sguardo mentre lo faceva, e in quello sguardo c’era ancora la verifica, e anche la fame. Io respiravo sopra di lei, le ginocchia deboli, e per un momento la biblioteca è stata soltanto il nostro respiro e l’odore di sesso tra la carta.
«Alzati,» ho detto, piano. «Prima che tornino.»
Lei si è alzata. Si è riabbassata il vestito con le mani che le tremavano appena, e io mi sono sistemato i pantaloni, la cintura, la faccia da genero che a tavola non chiama nessuno in quel modo. Dal cortile sono arrivate voci, lontane, risate, il rumore di una macchina sulla ghiaia. Emma ha cercato le mutandine con il piede. Io le ho raccolte prima di lei, un pezzo di tessuto chiaro ancora caldo, e me le sono messe in tasca.
Lei ha alzato le sopracciglia. Non ha chiesto. Ha capito.
Ci siamo riaggiustati in silenzio mentre le voci salivano dal cortile verso lo scalone. Emma si è lisciata il vestito, si è passata un dito sulle labbra, ha rimesso a posto un libro che avevamo spostato senza volerlo. Io ho aperto la porta della biblioteca di un palmo, abbastanza da far entrare l’aria del corridoio, e il palazzo ha ricominciato a sembrare una casa di famiglia invece di una stanza in cui avevo scopato la moglie di mio suocero piegata su un tavolo da lettura. Il tessuto in tasca mi è rimasto caldo contro la palma un secondo di troppo.
«Se qualcuno entra, stavamo parlando di libri,» ha detto lei, e c’era ancora il gioco nella voce, ma sotto c’era il calcolo. Due anelli. Una cattedra. Un feed che non doveva mai arrivare a queste colline.
«Stavamo parlando di libri,» ho ripetuto.
Emma mi ha guardato un attimo più a lungo, come se volesse assicurarsi che io avessi ascoltato anche questo, non soltanto il resto. Poi è uscita per prima, con il passo di chi torna da una stanza di carta, e io sono rimasto indietro il tempo di sentire il tessuto in tasca, umido ancora, un pezzo di lei che potevo tenere e, se avessi voluto, usare.
Nel corridoio l’autunno odorava di foglie bagnate e di camino acceso in cucina. Mia moglie chiamava da basso, e la voce di mio suocero, già desto, rispondeva da una porta di sopra. Emma si è fermata un istante prima di sparire verso il salone, e in quello istante ho capito dal modo in cui si è premuta le cosce una contro l’altra che non si era bagnata soltanto per me. Si era bagnata per il titolo, per quella parola che non le spettava e che le avevo messa addosso mentre le ero dentro, e il costo di saperlo le stava già arrivando negli occhi insieme a una fame che non aveva ancora un nome. Non era vergogna. Era il corpo che ricordava la parola e la voleva di nuovo, già, prima ancora di arrivare al salone.
Io ho sceso lo scalone con le sue mutandine in tasca e la faccia composta. Dietro di me la biblioteca ha ripreso il suo silenzio di scaffali, e in quel silenzio restava il verso che lei lascia sempre a metà, e il calore di un nome di famiglia appoggiato su una donna che lo ha preso senza correggere. Emma sapeva già, scendendo verso le voci, che si eccita quando un uomo le mette addosso un nome che non le spetta, e che avrebbe cercato di nuovo quel calore.