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Nightfolio

Fuori dal feed

Giorgia Mancini, 21 anni, ha lasciato le maison per una vita creativa pubblica. Il marito tiene ancora la Leica dell'agenzia e il contratto che paga Porta Venezia. Quello che si fanno in casa non dovrebbe diventare contenuto.

La condensa sporcava i vetri di via Melzo quando Giorgia Mancini, ventun anni, chiuse i numeri. La storia sui tessuti aveva fatto cifre da boutique. Non da palco. Il pollice destro si piegò da solo, tic rimasto dalla tavoletta grafica. Il termosifone del palazzo liberty scricchiolò una volta, poi di nuovo.

Davide Righi rientrò con la Leica dell'agenzia ancora a tracolla. Ventinove anni, le chiavi dello studio in via Savona strette in una mano. Le posò sul tavolo basso. L'odore di detergente per lenti gli restava sui polpastrelli e si mescolò all'arancia amara del detergente viso di lei.

Giorgia non si alzò dal divano di velluto senape. Guardò prima le sue mani, poi la macchina, poi lui. Troppo a lungo. Staccò lo sguardo. Lo riprese, come si fa con un layout che non convince.

«Da vetrina», disse. «Non da palco.»

Lui sfilò la tracolla. In cucina il magnete teneva ancora la clausola di decoro del cliente invernale, stampata, piegata, sempre lì.

«Chi paga questi metri», disse.

«Tu.» Lei tenne il telefono in grembo, schermo acceso, sbloccato. «I file sono tuoi. L'affitto è tuo. Io sono quella che deve entrare nei centimetri giusti.»

«Il cliente legge anche i profili delle mogli.»

«Allora non pubblicare la moglie.» La voce le scese, e solo dopo si capì se stava coprendo o invitando. «Usala.»

Davide si sedette. La gamba di lui toccò quella di lei. Nessuno spostò il ginocchio. Il respiro di Giorgia cambiò prima che lui aprisse bocca. Anche il suo.

«Davvero vuoi che resti acceso?»

Il telefono era a faccia in su. Una mail del cliente poteva illuminare lo schermo e prenderli tutti e due, le ginocchia, le mani, il resto.

Giorgia non lo chiuse. La fascia rossa le salì nel cavo della gola. Il pollice destro le tremò sul vetro e non premette.

«Tieni le chiavi», disse. «Io tengo questo.»

Lui le mise una mano sotto la gonna. I collant scesero fino alle ginocchia. Due dita le trovarono la figa già bagnata e le entrarono senza chiedere il permesso una seconda volta. Lei allargò le gambe. Non disse stop. Guardò l'anello di titanio. I faretti del soggiorno si spezzavano sul metallo. Lui le muoveva le dita lente, poi più fondo, il palmo che le bagnava già. Lei tenne lo schermo nel campo visivo. Poteva chiuderlo. Non lo chiuse.

Lo schermo si accese. Una riga del cliente, oggetto in grassetto, luce fredda sul polso di lei. Si fermarono. Le dita di Davide restarono dentro, ferme. Giorgia tenne gli occhi sulla mail finché lo schermo non tornò nero. Non la chiuse. Non chiuse le gambe. Sotto i vetri passò il tram 9. La campana arrivò umida, attaccata ai binari.

«Ancora», disse.

Davide le premette il palmo sul clitoride e riprese a spingere le dita, umido fino al palmo, il polpastrello che le strofinava a cerchi corti. Giorgia venne su quella mano, un suono basso, le cosce che batterono il velluto. I novantacinque metri le rimasero nello stesso respiro. Non erano suoi.

Lui la voltò. I collant le restarono alle caviglie. Aprì i pantaloni. Il cazzo le entrò da dietro in una spinta sola, fino in fondo. La figa lo prese tutto. Il velluto le graffiò le ginocchia. Il telefono restò sbloccato a un palmo dal viso. Lei guardò lo schermo nero. Pensò alla mail. Non chiuse gli occhi.

La scopò con ritmo secco, le mani sui fianchi, l'anello che batteva a ogni colpo. Lei spinse indietro. La mascella le si serrò. Continuò a guardare il vetro spento. Quando lui sborrò dentro senza chiedere, il caldo le arrivò in fondo e restò. Il tram suonò di nuovo, umido, come se la città non avesse visto niente.

Martedì. Dopo una chiamata in cui Davide alzò la voce con un junior, l'acqua della doccia di via Melzo coprì il resto. Giorgia scese lei in ginocchio. Il marmo le gelò le rotule. Lui le raccolse i capelli in un pugno.

«Apri.»

Aprì. Gli prese il cazzo in bocca, saliva subito, e lo succhiò fino in gola. Lui le dettò il ritmo con la mano, lento, poi più fondo. Lei respirò dal naso. Le lacrime le vennero senza vergogna. Gli tenne le cosce. Il ginocchio restò sul marmo.

Il telefono era sul lavabo, schermo verso l'alto. Giorgia lo afferrò con la mano libera e lo alzò per un riferimento di luce, come faceva sul lavoro, inquadratura da contenuti. Davide le coprì l'obiettivo con il palmo. Le tenne ancora i capelli.

«No. Domani presento. Lo stagista vede il rullino. L'iCloud non è tuo.»

Lei lo guardò dal basso, la bocca piena, e capì. Non filmò. Rimise il telefono a faccia in giù. Tornò a succhiare, sporca, saliva sul mento e sul collo. Il palmo di lui restò un attimo in più sulla fotocamera spenta prima di tornare nei capelli.

«Così. Tieni.»

Le riempì la bocca. Giorgia ingoiò, amara, calda, e restò in ginocchio finché lui non uscì. Si pulì il labbro con il dorso. L'acqua le scorreva sulle spalle. Il vapore odorava di detergente per lenti. Fuori, lontano, un altro tram.

«Il cliente invernale», disse lei. Non era una domanda sul sesso.

«È il motivo», rispose lui. «Non il limite.»

Si alzò. Le gambe le tremavano. Lui le passò un asciugamano. Le dita gli rimasero sulla nuca un secondo di troppo. Lei non si scostò. Il pollice destro si piegò contro il tessuto. Pensò alla presentazione di mercoledì. Pensò ai novantacinque metri. Pensò che il ginocchio sul marmo era stata una sua scelta, e che poteva ripeterla.

Nella camera il termosifone scricchiolò. Lei si sdraiò bagnata. Lui spense la luce. Il telefono sul lavabo restò a faccia in giù. Nessuno lo sbloccò.

Giovedì della seconda settimana, le ventuno e trenta. Lo studio in via Savona era vuoto. Davide sistemò lo sfondo bianco come per una campagna. Accese due luci. Giorgia si spogliò da sola, nuda sul ciclorama, i piedi freddi sul pavimento. Lui non la toccò. Teneva la Leica. L'otturatore a tendina aspettava.

«Allarga le ginocchia.»

Allargò. Si toccò, due dita sulla figa, il clitoride già gonfio. Guardò l'obiettivo, non lui.

«Ti piaccio così, o ti piace solo la luce?»

Rispose con lo scatto. Un colpo secco. Poi un altro.

Nessun contatto. Lei si masturbò per la macchina. Labbra aperte. Ginocchia che si allargavano quando lui alzava il mento. La scheda era proprietà dell'agenzia. Doveva rientrare. Giorgia lo sapeva e continuò, il freddo del pavimento sui polpacci, il caldo solo tra le dita, l'idea che un intern potesse vedere il rullino e non sapere il nome del corpo.

«Più lenta.»

Andò più lenta. Il pollice destro le tremava anche lì. Lo usò sul clitoride. L'altro dito le entrò, bagnato fino alla nocca. Guardò il vetro scuro dell'obiettivo come un pubblico che non applaudiva. Venne comunque. Le cosce si chiusero. Un suono rotto. Lo scatto arrivò in ritardo sul tremore.

Davide abbassò la macchina. Mise la scheda in tasca. Lei restò nuda. Respirava. Non si coprì.

«Quella scheda torna in agenzia», disse lui.

«Lo so.» Giorgia si alzò. Le gambe le ballavano. «Stasera sono il file, o resto io?»

Lui non corresse. Le porse il cappotto. L'odore di detergente per lenti gli stava sui polsi. Lei ci avvicinò il viso. Non lo baciò. Il ciclorama restò acceso alle loro spalle, bianco e vuoto.

In macchina non parlarono. Via Savona scivolò umida. Giorgia teneva le ginocchia strette. Pensò allo scatto. Pensò che nessuno l'aveva toccata e che era venuta lo stesso. Il potere era rimasto nella tasca di lui. Lei l'aveva messo lì.

Stessa notte. Isola di Carrara in cucina. Il marmo le gelò l'osso sacro. Davide le aprì le gambe sul bordo. Le leccò la figa a lungo, lingua piatta, poi la punta sul clitoride, poi di nuovo piatta, finché lei non gli tenne la testa. Poteva chiudere le ginocchia. Le tenne aperte.

Due dita le entrarono nel culo, lente, poi più fondo, lubrificate di lei. Giorgia fece un suono basso. Lui non smise di leccare. Le dita si muovevano insieme alla lingua. Lei spinse il bacino verso la bocca. Il freddo del marmo restava. Il caldo era solo lì. La scheda in tasca restava anche quella.

Lui si alzò. Le mise le gambe sulle spalle. La penetrò, profondo, il cazzo che le riempì la figa mentre le dita le restavano ancora un attimo nel culo, poi uscirono. Lei lo guardò. L'anello di titanio le tirava un riflesso dai faretti sotto i pensili.

«Non vieni finché non lo dico io.»

Annuì. Era una decisione. Aspettò. Lui la scopò con le gambe alte. Il ginocchio sinistro, cicatrice da scooter, premuto contro il fianco di lui. Giorgia trattenne. Il respiro le si spezzò.

«Questo va in griglia?» chiese, a voce bassa.

Silenzio. Il silenzio pesò come un sì.

Lui non rispose. Continuò, colpi lunghi, il marmo duro sotto di lei. Lei cedette tardi, quando lui lo disse con un cenno del mento. Venne con un suono rotto. Il ginocchio le scivolò. Lui la tenne. Le sborrò dentro. Lei non scese.

«La scheda è ancora in tasca», disse. Non era una lode. Era una domanda sul resto della carriera, quella che teneva il corpo fuori dal prodotto.

Davide le baciò l'interno del ginocchio. Non parlò della griglia. Fuori i vetri erano sporchi di smog umido. Il riscaldamento soffiava. Giorgia chiuse gli occhi. Riaprì. Lui era ancora tra le sue gambe. Il conto non era stato detto. Stava già correndo.

Sabato della terza settimana. Ora d'oro. Tetto di un palazzo a Brera che non avrebbero dovuto usare. Cappotto aperto. La città sotto. Traffico. Aria fredda sulle cosce nude. Giorgia tenne il telefono in tasca. Non lo tirò fuori. Davide la mise contro il muretto, le alzò una gamba, il cazzo le entrò in piedi, già duro, già a fondo. Mano alla gola, non stretta da danno, stretta da peso.

Lei gli tenne i polsi. Poteva dirgli di uscire. Non lo disse. Lo guardò. Lui la scopò a spinte corte. Il cappotto le batteva sui fianchi. Qualcuno rideva in cortile, lontano. Una finestra si aprì due piani sotto. Giorgia sentì l'aria fredda sulla figa intorno a lui e, nello stesso respiro, i novantacinque metri e la clausola appesa al magnete.

Si accese la luce del terrazzo accanto. Si congelarono. Lui ancora dentro. Nessuno si mosse. Giorgia tenne il telefono in tasca come un patto. Se lo tirava fuori, erano due volti. Lui direttore artistico. Lei con la faccia già in giro. Riconoscibili.

La luce restò. Una sedia trascinata. Poi qualcuno chiuse la porta. Lo smog umido gli bruciò la gola. Davide non spinse. Lei non chiuse le gambe. Restarono così, innestati, il cuore di lei contro il palmo di lui.

«Scendiamo», disse lui.

Annuì. Uscì da lei lento, bagnato, incompiuto. Le ginocchia le ballarono sulle scale. Non erano venuti. In strada un tram diverso dal 9 strisciò i binari. Giorgia chiuse il cappotto. L'anello le tirò un lampione. Lui le mise una mano nella tasca, sopra il telefono, e la lasciò lì fino al portone.

A casa non finirono. Si lavarono. Si guardarono. Il tetto era rimasto sopra Brera, aperto, e loro sotto, interrotti di proposito. Lei si toccò sotto le lenzuola, due dita, il clitoride ancora gonfio. Si fermò. Lui lo vide. Non la aiutò. Il divieto di quella sera era uscito dal letto e aveva preso la città.

Giovedì della quarta settimana. Camera d'albergo vicino a Centrale. Un finto viaggio per contenuti. Giorgia guardò la cinghia della Leica sul comodino, poi lui.

«Quella», disse. «Sopra la testa.»

Davide le legò i polsi con la cinghia, al bordo del letto. Giorgia tirò. Il cuoio tenne. Il nodo restò dove lui l'aveva fatto. Aprì la bocca prima che lui la chiedesse.

Lui le usò la bocca. Il cazzo le arrivò in gola. Lei succhiò, saliva, lacrime, i polsi che tiravano e restavano, le dita che volevano prenderlo e non potevano. Lui scattò. La bocca piena, gli occhi aperti. Poi le aprì le gambe. Le fotografò la figa, bagnata, aperta, i polsi ancora sopra la testa. Due dita le entrarono, poi il cazzo, duro, il letto che batté il muro, la cinghia che le teneva senza tagliare. Lei spingeva incontro. Voleva il JPEG. Lo temeva. A ogni spinta le tornavano i numeri da boutique e il palco che non c'era ancora.

«Guardami», disse lui.

Lo guardò. Non era un complimento alla versione pubblica. Era un ordine sul corpo vero, quello che non andava in griglia.

Uscì. Le sborrò sul petto. Lo sperma le stava tra i seni, caldo, lucido, che scendeva verso l'anello. L'otturatore fece il suo colpo secco. Giorgia restò legata un altro respiro, il file che nasceva mentre lei non poteva coprirsi. Poi lui le slegò i polsi. Lei guardò l'anteprima. Non chiese di cancellare. Il file visse.

«È il reperto», disse lei.

«Lo so.»

Si pulì con l'asciugamano dell'hotel. L'anello le restò sporco un attimo. Lo lavò nel lavabo. Lui mise la macchina in borsa. La scheda non era dell'agenzia, quella sera. Era peggio. Era loro. E poteva diventare di tutti.

Lei si vestì lenta. I polsi le tenevano il segno del cuoio, niente di più. In hall nessuno li guardò. Sul marciapiede di Centrale l'aria sapeva di treno. Giorgia mise una mano nel cappotto di lui, sulla borsa, sopra la Leica. Non la prese. Solo pesò.

«Se esce, paghi tu la clausola. Pago io il nome.»

Lui annuì. Non promise il contrario. In taxi verso via Melzo tacquero. Il file era già una cosa al mondo. Lei chiuse gli occhi. Vide il ritaglio possibile. Vide i numeri. Vide la designer che voleva restare. Tennero tutti e tre lo stesso sedile.

Venerdì mattina. Giorgia pubblicò sulla lista degli amici stretti un ritaglio strettissimo. Anello di titanio sul fianco. Pelle ancora lucida. Niente viso. Niente nome. Un test. Le reazioni arrivarono subito, cuori, domande, qualcuno che scriveva brava come se fosse un vestito. Lei non rispose. Quella lode le cadde a lato, come cade sempre quando lodano la versione che si può mostrare.

Qualcuno fece uno screenshot. Il privato era uscito.

Il legale dell'agenzia chiamò Davide mentre erano ancora in casa. Il telefono tremante sul comodino. Lui non rispose al primo squillo. La prese di culo in camera da letto, senza lente, senza otturatore, rabbia e attaccamento. Non era un ritocco. Era il conto.

Giorgia stava a pecora. Aprì lei. Lui spalmò. Entrò lento. Poi più fondo. Lei spinse indietro. Il cazzo le riempì il culo, spesso, fino in fondo. Le dita sue andarono sulla figa, due, rapide, perché voleva venire comunque, con il telefono che suonava il lavoro di lui. Il secondo squillo. Lei venne stretta, la faccia nel cuscino, un suono rotto contro la federa. Lui le sborrò dentro il culo poco dopo. Restò lì. Il terzo squillo. Poi il silenzio di una segreteria.

Si stesero. Lui lesse il messaggio. Lo screenshot era già in mano al legale. Giorgia toccò il picco di pubblico che inseguiva. I nuovi follower non le chiedevano i layout. Le chiedevano il resto del corpo. Aveva ottenuto il palco. Aveva pagato la designer che voleva restare.

Davide fu sollevato dalla direzione della campagna invernale. Messo in aspettativa. Lo stipendio di via Melzo aveva un mese di vita. Restarono marito e moglie nello stesso letto. Un JPEG che non si poteva disinventare. Un affitto che da gennaio non sapeva chi lo firmava.

Il telefono di lui tremò ancora sul comodino. La scena non chiuse sull'amplesso. Giorgia piegò il pollice destro. Non aprì i numeri. Li sentiva comunque, come un secondo battito, fuori dal feed e già dentro.